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THE WRESTLER – TRAILER E RECENSIONE FILM

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The Wrestler – Trailer e recensione film

The Wrestler – Mickey Rourke

The Wrestler – Un lottatore di wrestling famoso negli anni ’80 con il nome di The Ram, vive oggi in una roulotte in affitto, nella provincia americana. Continua a fare esibizioni di basso profilo in provincia, dei mesti revival che richiedono comunque un allenamento sfiancante e l’uso di sostanze dopanti per mantenere il fisico del ruolo. Una figura grottesca, marginale, che sopravvive negli interstizi di un’America che non di rado il cinema sa mostrare; la si è vista, tanto per dire, in “Bubble” di Soderbergh o in “Soldi sporchi” di Raimi.

La struttura narrativa è precisamente quella di un viaggio dell’eroe, nella sua versione tragica (il destino di questo eroe è ineluttabile), ma rovesciata rispetto alle consuetudini del mito: di solito si tratta di un personaggio che da un mondo ordinario è richiamato all’avventura in un mondo straordinario, in cui si svolge quel rito iniziatico che lo restituisce al mondo ordinario con un potere magico-salvifico. In “The Wrestler” il mondo ordinario del protagonista ha invece poco a che fare con la dimensione del cittadino comune: è una dimensione segnata proprio dall’incapacità, dall’impossibilità di vivere una vita normale. Anche somaticamente, The Ram è fuori taglia per l’orizzonte umano; mentre si trova a suo agio fra i suoi simili, i lottatori di questo circuito di eventi a basso costo e a basso profitto. Dopo l’incidente che lo priva della possibilità di lottare, l’eroe deve per forza fare l’esperienza della vita normale, e ce la mette davvero tutta: accetta un lavoro al bancone di un supermercato, si rimette in gioco come padre, tenta di trasformare la simpatia di lunga data con una spogliarellista in una relazione sentimentale. Però, questa dimensione “normale”, per lui straordinaria, non lo accetta e non lo contiene: pertanto, nel terzo atto del film, si racconta del suo ritorno suicida al wrestling.

Il maggior pregio del film è la neutralizzazione di qualsiasi metafora, in cui il povero lottatore sta per qualcos’altro; e questo pregio non arriva certo da una sceneggiatura che tenta di metterci il simbolismo per vie traverse (la metafora cristologica è esplicita, quella politica del tipo “il gigante americano in ginocchio” è sempre in agguato). La neutralizzazione, e il collocarsi del racconto in una dimensione autenticamente ontologica, è operata da Mickey Rourke, attore la cui vicenda umana e professionale somiglia in qualche modo a quella del personaggio che interpreta: divo negli anni ’80, e poi caduto tante, troppe volte in disgrazia.

Qui Rourke aderisce al personaggio in modo tanto netto da risultare quasi doloroso, come fosse un non-attore di Tod Browning, un “freak”, un mostro da baraccone: e se il punto di forza è l’adesione, risulta invece difficile individuare dei momenti più intensi o esemplari di altri in questa performance perfetta; forse la meticolosità della preparazione alla lotta, quando inserisce sapientemente la lametta nella protezione del braccio; o il colpo di teatro con cui risolve il secondo plot point, quando decide di mandare all’aria la vita da commesso, e comincia a sbraitare contro i clienti, spaventando quelle brave persone con una maschera di sangue.

Non tutti i comprimari sono all’altezza di Rourke, che è chiedere l’impossibile; il personaggio della spogliarellista, che Marisa Tomei tutto sommato riesce a “trovare” fisicamente, è però scritto davvero male, e sembra parlare un linguaggio non suo, fatto di imbeccate di sceneggiatura; il personaggio della figlia, invece, funziona poco a causa di un casting poco accorto, che assegna a Rourke una implausibile Evan Rachel Wood che pare uscita da un teen drama senza pretese.

Resta da dire che “The Wrestler” è fotografato in cinemascope da Maryse Alberti, che punta sulla camera a mano e su una luce “documentaristica”, spesso fredda e crepuscolare, in perfetta sintonia con il tono da elegia funebre proprio dell’intero film. A un analogo principio di parsimonia e di discrezione si ispira la partitura musicale di Clint Mansell, che interviene il minimo indispensabile in un campo sonoro rarefatto che sarà saturato soltanto sui titoli di coda dal brano eponimo di Bruce Springsteen. Anche la regia dell’ex-enfant prodige Aronofsky è, una volta tanto, misurata ed efficace: è la prova che quando si ha a disposizione una storia ben congegnata e un attore in stato di grazia, persino un autore solitamente pedante e molesto può firmare un bel film.

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28 Commenti

  1. Veramente una bella recensione Luca. Davvero ben scritta, come al solito e condivisibile, nonostante ancora non abbia visto il film. Soprattutto condivido l’ultima frase visto che non ho mai considerato Aronofsky un grande regista.

  2. Grazie. Comunque tutte le recensioni cinematografiche del sito di Sabina Guzzanti sono realizzate a quattro mani, da Enrico Terrone e da me. Attendiamo il tuo intervento, una volta che avrai visto il film.

  3. @ elenuccia
    the wrestler ancora non l’ho visto, the reader si. per quanto ne possa capire di cinema (praticamente nulla) posso dire che il film mi ha colpito profondamente, pur non trovandomi daccordo con quanto ho percepito. Si narra di un amore incontrato per caso e che, anche a distanza di tempo, non avvizzisce. un amore prima carnale poi platonico, se cosi si puo definire, tra i due protagonisti. è bellissima la narrazione e colpisce davvero se lo si guarda con attenzione. Ma personalmete l’amore come lo descrivono nel film l’avrei ricondotto più al concetto di amicizia. non credo che per “amore”, nel senso di due persone innamorate, si possa intendere un sentimento che permane e non scema ad un certo punto. sarà che sono giovane, ma non credo a questo tipo di amore. L’amicizia invece, è questo il vero amore che ognuno dovrebbe incontrare nella propria vita. narciso e boccadoro, herman hesse. il mio libro preferito. parla proprio di questo. Amicizia.

  4. “The Reader” è un film del filone del nazista buono, già declinato al femminile dal sinistro “Quattro minuti”, e che invece vanta, al maschile, una nutrita serie di titoli, da “Schindler’s List” a “Operazione Valchiria” passando per “Il pianista” e “A torto o a ragione”, per limitarsi ai titoli più noti. Si tratta, in sostanza, di narrazioni che separano l’ideologia (e i suoi esiti) dall’individuo; di più, che sottraggono l’individuo alle contingenze storiche in cui ha variamente contribuito all’esercizio più abominevole del potere, per consegnarlo a un dominio astratto in cui si dimostra che ha un cuore. “The Reader” è certamente fra i peggiori del filone. E’ la lezione malintesa di certi sofismi ridotti a slogan (Arendt, la banalità del male etc)? Il tentativo di introdurre in una drammaturgia sostanzialmente piatta un catalizzatore morboso, come nei film sui nazisti degli anni ’70, un po’ fetish alla Cavani? In più, al netto dell’affliliazione al genere, “The Reader” aggiunge un culturalismo sempre più malsano, un’ideologia sempre più pervasiva che impone un culto delle arti francamente insopportabile. Peraltro l’unico personaggio che dissente, in “The Reader”, è uno studente del seminario di Bruno Ganz (immancabilmente trombone), che si scaglia contro il silenzio dei suoi connazionali, contro la rimozione della Storia: ebbene, il film lo congeda seduta stante, facendone il ritratto di un futuro terrorista alla Baader, per rituffarsi immediatamente nel sentimentalismo.

  5. THE WRESTLER ancora non l’ho visto,anche se mi ha incuriosito da subito…forse proprio per il fatto che il personaggio protagonista del film e rourke hanno vissuto la stessa decadenza.Mi dicono che la trasposizione di “DUE PARTITE”risulta deludente,soprattutto nella seconda parte del film.Ho paura che la comencini abbia semplicemente schiaffato davanti ad una telecamera lo spettacolo teatrale..cosa che non mi piacerebbe.Vedrò entrambi i film nel fine settimana poi saprò essere più precisa. Intanto vorrei sentire la vostra…ma specialmente quella del Bandy!

    P.S…a me “quattro minuti”è piaciuto…

  6. Ciò che la Arendt offre è un tentativo di fornire una spiegazione, non una GIUSTIFICAZIONE della storia!

    Per quanto riguarda “Due partite”.. l’intenzione è positiva, ma il risultato molto meno! Sembra proprio una sceneggiatura teatrale NON riadattata per il cinema…
    Personalmente adoro la Cortellesi, ma se anche lei mi ha un po’ delusa.. allora la faccenda è proprio seria.

    Bonne Soiré a tutti

  7. Per quanto retorico, grazie per la recensione davvero bella. Qualcuno legge ancora Propp, e la cosa mi consola. Agli studenti di cinema si insegna che certe teorie della narrazione sono “riduttive” se applicate al cinema, appunto. Fortunatamente, leggendo recensioni come questa noto che certi autori non sono del tutto dimenticati.
    Che la Tomei subisca imbeccate dalla sceneggiatura è evidente. Personalmente, avrei trovato disturbante il contrario. E mi chiedo però quanto verosimile sia il personaggio in questa sua veste definitiva. Ammesso che la verosimiglianza sia il punto…
    Grazie!

  8. Non si tratta esattamente di Propp, ma di un altro modello narratologico, il modello di Campbell-Vogler. E’ verissimo, come dice lei, che un modello è “riduttivo”, ma in effetti serve esattamente a quello: ossia a “ridurre” la complessità, consentendo di orientare un’analisi della struttura. In linea di massima, un buon corso universitario “di cinema” dovrebbe tendere a formare un buon analista, con tanti diversi strumenti e modelli a disposizione; almeno questo è quello che faccio io con i miei studenti e che fa Terrone con i suoi.
    Andando alla seconda parte del suo intervento, non ritengo sia una buona cosa quando il personaggio parla “per bocca della sceneggiatura”, si ha un effetto-ventriloquo che azzera lo statuto del personaggio; un conto è che questo azzeramento e questa sostituzione siano l’esito di un’intenzionalità programmatica, per cui storicamente si è deciso di “contestare” il personaggio come costrutto (per esempio in certo Godard, in Carmelo Bene, etc.); un altro conto è che in una struttura narrativa in cui i personaggi sono personaggi, a un certo punto sentiamo parlare uno di loro come se improvvisamente lo sceneggiatore prendesse direttamente la parola e ci informasse dei propri gusti, delle proprie letture, ci regalasse qualche metafora en passant e così via. Dunque non capisco cosa intende quando dice che “avrebbe trovato disturbante il contrario”. Un principio fondamentale di costruzione del racconto cinematografico è che il personaggio appartiene alla storia, non a chi la scrive.

  9. @sayuri87
    immancabilmente trombone perché, che faccia il cameriere a Venezia o il giurista a Francoforte, ci mette sempre la stessa serie di gesti empatici (da cui “immancabilmente”), sempre rimarcati, sottolineati in accordo con una tecnica di recitazione che isola il gesto e lo indica platealmente al pubblico (da cui “trombone”).

  10. Mi pare che Propp stia alla base dell’Eroe dai mille volti e del primo pamphlet di Vogler che precede il Viaggio dell’eroe. Grazie per l’intervento chiarificatore, intanto. Per quanto mi riguarda, è possibile che il film in questione meriti una seconda visione, almeno ora, alla luce delle riflessioni che leggo qui sopra. Sul personaggio che si definisce in base al fascio di relazioni mi è parso che la spogliarellista funzionasse piuttosto bene in questo senso. Come dicevo, ho rilevato quanto viene spiegato nella recensione, quanto il personaggio soffra di un’appropriazione da parte dell’autore. E ho provato a immaginare un’alternativa che rispondesse alle coordinate “culturali” della condizione raccontata nel film.
    Poi, in verità, è possibile che l’aver rivisto da poco Il ladro di orchidee sia stato fuorviante nel giudizio.
    Ciò detto, il personaggio apparterrà, certo, alla storia. Ma alla fine, il destinatario della storia applica i suoi filtri all’opera in questione. Ed è ciò che rende “mobile” l’opera.
    Ancora grazie. Continuerò a leggere.

  11. Mi pare che la recensione si perda troppo nella sua pomposità. Il che mi fa comprendere bene la parziale stroncatura di The Reader.

    Comunque, quando si dice che Rourke aderisce al personaggio, lo trovo giusto e trovo anche che sia il limite della sua performance, per cui egli non fa altro che essere se stesso. Da qui l’abilità più spiccata di uno come Sean Penn che sa essere chiunque facendo sempre scomparire l’attore. Con Mickey Rourke invece è inevitabile pensare all’attore mentre è personaggio. Per questo credo che sia il film, sia il personaggio principale, pur rimanendo bello e profondo il primo ed appassionante il secondo, siano stati comunque sopravvalutati (condivido le opinioni date sugli altri personaggi, aggiungendo che la regia non è eccellente e che quella camera a mano più che scelta poetica sembra una scelta dovuta dal budget del film. Tra l’altro la camera in spalla che vuole trasmettere confusione mi ha stancato, è divenuta ormai banale a causa del suo uso inflazionato).

    A me The Reader è piaciuto, ognuno poi si ricava la morale che crede il film voglia dare, a seconda del suo punto di vista soggettivo. A me per esempio ha fatto pensare al potere in generale, all’impossibilità del controllo e all’ingiustizia. Rimane il fatto che, tra tutti i film che sono stati nominati agli Oscar (per un premio o per un altro), quest’anno solo due o tre erano degni.

    Io consiglio questi: Revolutionary Road, Tropic Thunder e a seguire Milk (molto meglio delle manfrine italiane sui reality show se vogliate ragionare sull’omosessualità). Tutti naturalmente da vedere in lingua originale, altrimenti cambia tutto. Mi auguro che il critico del post faccia lo stesso.

    http://www.preti.blogspot.com

  12. @spettatore.intraprendente
    Grazie per i suoi civilissimi interventi, che rendono ragione del suo nickname. Ma che cosa c’entra “Il ladro di orchiedee” con “The Wrestler”?

    @Luigi G.
    Che vul dire che “la recensione si perde troppo nella sua pomposità”? Tante cose si possono dire di quanto scriviamo io e Bandirali, ma che le nostre recensioni siano “pompose” non mi sembra proprio.

    Rourke in “The Wrestler” riesce a fare così bene se stesso proprio perché è un grande attore: se fosse così facile fare se stesso sullo schermo, nei film reciterebbero sempre i non professionisti, che costano pure meno.

    Revolutionary Road, Tropic Thunder, Milk sono tre film dei quali in questo spazio del blog ci siamo occupati approfonditamente. I film li vediamo in lingua originale nei festival o quando escono in dvd, ma pur di vederli in sala, in un contesto di autentica condivisione sociale, ci può stare anche la penalità del doppiaggio.

    Quanto alla frase “ognuno poi si ricava la morale che crede il film voglia dare, a seconda del suo punto di vista soggettivo” detta in uno spazio dove si parla di cinema, è come se in un tribunale ci fosse scritto “ognuno poi si ricava la sentenza che crede, a seconda del suo punto di vista soggettivo”.

  13. @ enriterr
    L’intento di non dilungarsi troppo negli interventi per non annoiare chi legge a volte impone una sintesi che rende in effetti il messaggio poco comprensibile.
    Mi è venuto in mente Il ladro di orchidee per le riflessioni sulla sceneggiatura, tutto qui, e dal momento che nei post precedenti si è discusso della sceneggiatura, appunto, di The Wrestler. Attraverso le vostre competenze ho solo cercato di fare (di farmi, anzi) un po’ di chiarezza sulla posizione dell’autore rispetto ai personaggi.
    E mi pare, ora, sufficientemente chiara la posizione di Bandirali.

  14. Caro enriterr non si offenda.

    >Che vul dire che “la recensione si perde troppo nella sua pomposità”? Tante cose si possono dire di quanto scriviamo io e Bandirali, ma che le nostre recensioni siano “pompose” non mi sembra proprio.

    Mi sembra pomposa a causa degli eccessivi riferimenti che vengono riportati, cosa utile solo all’ostentazione della legittimità delle idee.

    >Rourke in “The Wrestler” riesce a fare così bene se stesso proprio perché è un grande attore: se fosse così facile fare se stesso sullo schermo, nei film reciterebbero sempre i non professionisti, che costano pure meno.

    Invece no. Poichè il cinema racconta la realtà (non sempre), ma non è la realtà (sempre). Senza contare che molto spesso non professionisti hanno recitato la parte di se stessi in modo eccellente (citare il neo-realismo sarebbe banale).

    >Revolutionary Road, Tropic Thunder, Milk sono tre film dei quali in questo spazio del blog ci siamo occupati approfonditamente. I film li vediamo in lingua originale nei festival o quando escono in dvd, ma pur di vederli in sala, in un contesto di autentica condivisione sociale, ci può stare anche la penalità del doppiaggio.

    Secondo me la condivisione sociale c’entra poco con il cinema che, essendo arte, è un’esperienza molto soggettiva (vedi sotto). D’accordo sul resto. Tengo però a precisare che ad esempio guardare un film, mettiamo The Wrestler (solo per rimanere in tema), doppiato e poi parlare di una magistrale interpretazione di Rourke sarebbe almeno inappropriato (non a causa dell’interpretazione, che è magistrale, ma a causa di un giudizio basato su presupposti falsi).

    >Quanto alla frase “ognuno poi si ricava la morale che crede il film voglia dare, a seconda del suo punto di vista soggettivo” detta in uno spazio dove si parla di cinema, è come se in un tribunale ci fosse scritto “ognuno poi si ricava la sentenza che crede, a seconda del suo punto di vista soggettivo”.

    Mai esempio fu meno calzante, a mio parere. Primo perchè anche la legge viene interpretata e, seppure i paletti posti da essa siano limitanti, il giudizio soggettivo di chi la applica è cruciale. Secondo perchè un film, come qualsiasi altra opera d’arte, appartiene a chi ne usufruisce ed è soggetto all’interpretazione soggettiva di chi lo usa. Ciò che è A nel film diviene B nello spettatore a seconda del sistema valoriale dello spettatore stesso. Ad esempio in The Wrestler: il film finisce con l’ultimo incontro e con l’immagine di una finestra vuota lasciata tale dalla spogliarellista. Vittoria o sconfitta? O entrambe? Il giudizio dipende da chi giudica.

    http://www.preti.blogspot.com

  15. Citare il neorealismo, oltre che banale, sarebbe estremamente parziale, dal momento che l’impiego di attori non professionisti non fu certo esteso a tutti i suoi film: lo fu in “Ladri di biciclette” e ne “La terra trema”, ma non certo in “Roma città aperta” (Anna Magnani, Fabrizi), “Riso amaro” (Gassman, Silvana Mangano, Raf Vallone), “Bellissima” (Anna Magnani, Walter Chiari) e via elencando. Per quanto riguarda il resto del suo discorso, francamente non capisco il tono piccato, questo è un dibattito a cui si partecipa liberamente, ciascuno coi propri strumenti, avendo come obiettivo un generale “saperne di più”, se non è interessato a questo non c’è problema. Piuttosto, la sua difesa della soggettività mi pare che abbia come obiettivo solamente il difendere l’opinione: ecco, a noi interessano fondamentalmente le posizioni argomentate, non le opinioni. In questo senso, “il giudizio dipende da chi giudica” è fascismo puro, nel senso che se non esiste un corpo di norme, un campo delle regole a cui fare riferimento, il giudizio è totalmente arbitrario e nella migliore delle ipotesi non serve a niente (un po’ come il dire “ma a me il film è piaciuto” e stop), nella peggiore (per esempio in una posizione di potere) il giudizio si applica agli altri senza che gli altri possano difendersi, magari appellandosi alle norme. E poi, suvvia, l’arte come esperienza esclusivamente soggettiva…ci crede veramente? Se è solo soggettiva come fa a parlarne con un suo amico? E soprattutto come fa a comprenderla, visto che l’opera è essa stessa un elemento sociale? Mah…

  16. Mi scuso per il tono, è eccessivo, ma mi è comunque derivato dal tono del commento precedente.

    E’ vero ciò che dice sul neo-realismo, però anche in precedenza allora è stato parziale dire “se fosse così facile fare se stesso sullo schermo, nei film reciterebbero sempre i non professionisti, che costano pure meno”. Voglio dire, non mi si venga a contestare un’opinione argomentata con un ragionamento per assurdo che non sta in piedi.

    Riguardo all’arte ed al giudizio, dire che il giudizio di chi giudica sia fascismo puro, è totalmente sbagliato e personalmente credo anche che sia fuori luogo usare questa espressione visto che ormai la mettiamo ovunque. Comunque, in questo caso, più che fascismo puro, sarebbe relativismo puro (e quindi assolutismo di ognuno) oppure anarchia totale, di certo non fascismo. Sono magari più fasciste le opinioni di chi aggrappandosi a delle norme non necessariamente condivise da tutti tenta di imporle a chi le rifiuta. E l’ostentazione di tali norme (i riferimenti di cui parlavo prima) è la prova di questo fascismo che tenta di legittimare il suo potere. Se proprio vogliamo dirla tutta. Ma questo lo dico solo per rispondere al commento precedente.

    Dico che è un’esperienza soggettiva poichè il messagio che si ricava (per messaggio non intendo morale, ma proprio ciò che viene comunicato) è tale a causa dell’interpretazione che ne fa chi lo riceve. Ciò non preclude la comunicazione di tale esperienza ad un amico.

    Per rimanere in tema, la sua opinione su The Reader rimane tale, nonostante le citazioni. Pretendere di considerare i suoi argomenti come quelli legittimi mi sembra stavolta, sì, fascismo puro. Alla fine, l’ha anche detto chiaramente, l’opinione non va difesa. Uè, si sta parlando di arte, non di una multa per parcheggio in doppia fila.

    E comunque, per dirla tutta, quando si parla di cinema, secondo me, il ” a me è piaciuto” o meno è giustificato. Come si capacita altrimenti di film tipo Fast and Furious e simili?

  17. È vero, la struttura narrativa di The Wrestler è piuttosto accademica e, di conseguenza, abbastanza prevedibile. Ma nonostante questo, il film è molto bello e coinvolgente e c’è una tensione costante fino all’epilogo. Questo perchè, a mio modesto parere, le scene sono costruite bene, la narrazione è asciutta e mirata, lo stile è coerente con il tema (povero nella vita normale, spettacolare sul ring) e l’interpretazione di Rourke è semplicemente monumentale.

  18. E’ vero, “l’opinione è soggettiva per cui tutte le opinioni in teoria sono ugualmente valide” è una tesi relativista, ma da lì alla tesi autoritaria per cui “l’unica opinione veramente valida di fatto è quella che si impone con la forza (del manganello o dei media, poco cambia)”, il passo è abbastanza breve.

    Questo senza voler insultare o offendere nessuno, ma soltanto per precisare che questo è uno spazio di discussione dove parlando di film si cerca di contrastare il postulato relativista e il corollario autoristarista che secondo noi caratterizzano il sistema sociale e culturale in cui viviamo.

    Dunque tutte le opinioni vanno bene, purché non siano semplicemente afferamte, bensì argomentate.

    Lei per esempio ha argomentato la sua perplessità su The Wrestler (troppi movimenti di macchina) e il suo favore per The Reader (il tema dell’impossibilità del controllo) e questo è senz’altro apprezzabile: dunque anche lei (per fortuna, dal nostro punto di vista) ricorre ai tanto aborriti “riferimenti” per dare sostanza alle sue opinioni, per redenrle un po’ meno relative e un po’ più considivisbili: è la cosa più interessante e costruttiva che a nostro avviso si può fare discutendo di cinema.

    D’altra parte se il sito che ha liinkato si chiama “Il blog che non ama la prostituzione intellettuale”, allora qui dovrebbe trovarsi bene, in tutti i sensi.

  19. Infatti mi trovo molto bene qui, altrimenti non commenterei.

    Devo precisare una cosa su The Wrestler: il film è bello a mio parere. Il giudizio sulla macchina a spalla era puramente estetico. Dicevo che per esprimere confusione psicologica in un film non sempre c’è necessariamente bisogno di confusione d’immagine, anzi credo sia un metodo ormai troppo inflazionato e che non rende sul piano esteriore. Invece mi sono parse efficaci le riprese da dietro, a seguire i personaggi e a nasconderne il volto, soprattutto nei momenti in cui il lottatore saliva sul ring, forse a simboleggiare la sua trasformazione e la sua maschera.

    >E’ vero, “l’opinione è soggettiva per cui tutte le opinioni in teoria sono ugualmente valide” è una tesi relativista, ma da lì alla tesi autoritaria per cui “l’unica opinione veramente valida di fatto è quella che si impone con la forza (del manganello o dei media, poco cambia)”, il passo è abbastanza breve.

    Ma non è che siete Ratzingeriani?

    Thanks for sharing.

  20. Grazie per la vostra recensione impeccabile e illuminante, che però ai miei occhi non riesce a riscattare il film. L’ho visto ieri e mi ha molto delusa.

    Ovviamente mi aspettavo un film minimale, una storia di perdente di provincia, etc.

    Ero pronta a tutto, ma non alla regia monotona e fastidiosa (c’è modo e modo di usare la camera a mano), a una trama prevedibile dal primo minuto all’ultimo (e non si pretendeva di certo “I soliti sospetti”), a personaggi appena abbozzati o stereotipati (spogliarellista & figlia). Il finale sfiorava per mezzo secondo l’umorismo involontario.
    Poi, d’accordo evitare il bieco spettacolarismo hollywoodiano, ma… non se ne poteva più di tutte queste schiene, e lo dico anche perché pochi giorni prima avevo visto il dvd di “Elephant”… altre schiene!!!

    Certo, Mickey Rourke è straordinario, e non credo che abbia interpretato “se stesso”; secondo me c’è stato molto lavoro sul personaggio, grande preparazione e grande sensibilità. Sicuramente Rourke meritava l’Oscar per aver reso credibile (lui da solo) tutto il film, ed è l’UNICO motivo che merita la visione del film.

    Il regista non lo conoscevo ma l’ho già inserito nella mia black list.

  21. Un giudizio molto severo…non mi pare che le scelte stilistiche siano sganciate dalla storia che si racconta, dunque mi è difficile condividere la tua posizione sulla macchina a mano; lo spazio della scena, nel film, è realmente vissuto dal dispositivo stesso, non è un vezzo come usava una decina d’anni fa nel cinema nordico. A intensificare questo “vissuto” dello spazio scenico è proprio quella figura di “pedinamento” o semisoggetiva, che ci fa appunto vedere lo spazio come lo vive e lo attraversa il personaggio. Qui le semisoggettive sono localizzate, mentre in “Elephant” (uno dei film più interessanti degli ultimi dieci anni) l’impiego della medesima figura è strutturale perché ogni traiettoria del personaggio ha un punto di incontro con quella di altri personaggi, e all’intersezione spaziale si fa corrispondere un’intersezione temporale. Davvero un capolavoro. Per quanto riguarda il regista, non ti consiglio di fare blacklist né best-list, piuttosto potresti integrare queste director’s lists con liste di attori, di sceneggiatori, di scenografi, di direttori della fotografia, di musicisti…se la prospettiva “autoriale” è quella che ti appassiona di più, considera che il contributo “autoriale” dell’attore e delle altre professionalità che ho elencato è altrettanto decisivo di una buona regìa. Personalmente, e metodologicamente, preferisco relazionarmi alle singole opere che non ai loro registi e alle relative filmografie; si scoprono tante, tante cose in più.

  22. Grazie Luca del consiglio per la “list”. 🙂

    Io capisco tutto, capisco il discorso del “non attore” e le scelte autoriali del regista (infatti “Elephant” mi è piaciuto), ma nel caso di “The Wrestler” penso che avrei digerito meglio la cosa se il protagonista fosse stato interpretato da un pincopallo qualsiasi, ma quando hai Mickey Rourke (che io considero un attore VERO, per me è come Marlon Brando e non credo di esagerare) e pensi di valorizzare una scena riprendendolo continuamente di schiena … non so, per me il giochino non valeva la candela.

    La recensione sul Time di Richard Corliss ( l’unica negativa) mi trova d’accordo.
    Il link è questo:
    http://www.time.com/time/arts/article/0,8599,1839310,00.html

    Comunque adesso cercherò di vedere gli altri due film che avete menzionato, “Bubble” e “Soldi sporchi” (che avevo sempre evitato perché avevo inserito Billy Bob Thornton nella mia black list ahiahiai mea culpa lo ammetto :-).
    Grazie e ciao.

  23. @lontanadainuraghi

    Grazie delle osservazioni e del link.
    Ho letto la recensione del Time, e l’ho trovata questa sì veramente prolissa, autocelebrativa e – per citare un altro utente del sito – “pomposa”. Mi sembra che al netto delle digressioni, gli argomenti del critico contro “The Wrestler” si riducano a due: 1) il racconto ha personaggi stereotipati ed è troppo prevedibile; 2) lo stile è “visualmente inerte”.
    Punto 1: con tutto che qualche problema nei personaggi c’è e l’abbiamo segnalato anche noi, lamentarsi come fa il critico che il film segua degli schemi di genere anziché andare per proprio conto, sarebbe come lamentarsi che una canzone ha il ritornello.
    Punto 2: se essere “visualmente inerte” vuol dire mettere la macchina da presa al servizio di ambienti e personaggi anziché usarli come materiale da composizione, allora ben vengano i film visualmente inerti.

    Saluti

    E.

  24. Darren Aronofsky un regista solitamente pedante e modesto…. va bene la libertà di opinione, ma come si può scrivere una cosa del genere?… spero che chi condivide abbia visto il suo recente “The black swan”

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