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In Viaggio 03 | Sabina Guzzanti

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viaggio

È la prima sveglia a Bueno Aires e me la prendo comoda. Sotto la porta trovo una stampata delle notizie dall’Italia. Sono gentili e ben organizzati. Scopro che nel bar dell’albergo hanno il mate e finalmente lo bevo. È amarissimo. Mi piace. Hanno anche il loro adorato dulce de leche. Una mhù squagliata. Dolcissimo. bleah. Loro lo mettono dappertutto, lo spalmano sul pane e lo mettono nelle torte al posto della crema o della marmellata. A loro sembra una fortuna avere el dulce de leche.
Faccio tutto con calma e mi torna l’ansia. Sono già le undici qui e alle cinque è buio. Cosa vedere e a cosa rinunciare? E i pensieri retorici sul viaggiare: non è in questo che consiste il viaggio? Nel decidere cosa portare e cosa lasciare?
Non ne posso più di queste idiozie che mi circolano in testa. Dov’è l’Ipod? L’unica medicina sono le cuffie. A proposito devo far scaricare la batteria del tutto perché è nuovo. Idem col cellulare. Il computer invece lo devo mettere in carica.
Forse il viaggio non è iniziato. Forse ci vuole ancora un po’ di pazienza prima di lasciarsi andare. Forse ero davvero stanca. Ma forse no. Forse sarebbe stato meglio continuare a lavorare. Avevo appena scritto una nuova storia e mi stavo divertendo. Che è questa usanza di staccare? Abitudini farlocche di postmoderni senza midollo destinati all’estinzione e ben ci sta. Quando mai l’umanità ha avuto questo problema di riposarsi così forte come ce lo abbiamo noi? E hanno sempre lavorato tutti più di noi. E cos’è questo mito cretino del viaggio?
Presto le cuffie. Ci vuole tanta pazienza. Ogni scoria deve scivolare via. C’è un motivo serissimo per cui sono qui. Non è banalmente riposarsi. E non c’è bisogno che me lo ripeta ogni due passi. Sono a Buenos Aires ma non sono venuta per vedere Bunos Aires. Certo già che ci sono la vedo, ma vedo quello che posso. Ci tornerò.
Mi informo sul museo della memoria ex palazzo delle torture quello credo in cui aveva un ufficio licio gelli (l’ho letto su Patria di deaglio). Il museo è prenotato fino al mese prossimo.
Vado alla birreria dove si incontravano i nazi, ma è chiusa per restauro.
Rimane il posto che avevo più voglia di vedere: la discarica che si è trasformata in riserva naturale da sola. C’erano i detriti delle case demolite e banale immondizia. Dopo un po’ sono cresciute le piante di varissima specie spontaneamente e sono arrivati gli uccelli di varissima specie, ce ne sono 300 tipi ora. È una striscia di terra selvaggia lunghissima ben tutelata piazzata di fronte ai grattacieli. Sono paludi dove volano pappagalli verde smeraldo e creature che per legge non potrebbero volare: delle specie di lattine di birra con le zampe di fil di ferro, marroni per giunta. Però volano. Quando sei nel parco vedi una distesa di erba rada e poi cespugli e soprattutto lunghissimi steli con delle specie di enormi spighe bianche morbide buone per i cappelli delle ballerine dei varietà ad alto budget. Attraverso questi cespugli gli specchi dei grattacieli riflettono il sole. E questo sogno, questa suggestione chiude in bellezza sul Rio de la Plata che tocca la spiaggia di sassetti con onde leggerissme. Ci sono molte panchine, su una c’è seduta un’india; sugli scogli due si baciano; un signore molto tarchiato che veste tessuti tecnici, fronteggia l’orizzonte con le mani sui fianchi ansimando.
Il rumore dei miei passi sul sentiero di sabbia mi ha calmato quasi subito. Lo sapevo. Non sono partita per stare in città. Le città sono tutte uguali più o meno. E cammino ancora e ancora fino al tramonto, allora trovo la scritta uscita ed esco. Sono di nuovo le cinque e le strade sono pienissime di gente. Torno a piedi a Plaza de Mayo. Cerco un negozio equo e solidale per comprare un poncho. Non lo trovo e non insisto, perché dovrei comprarmi un poncho? Da ragazzina alle medie giravo solo col poncho peruviano. E con questo? Abbandonato il poncho un’altra idea è maturata con una forza inaspettata: andare a teatro. Subito. Già l’ho detto in questa città ci sono innumerevoli teatri. Mi avvio verso la avenida corriente dove ce n’è uno ogni tre metri e d’angolo vedo una libreria. Bellissima. Vecchissima. C’è un cartello che dice che è una specie di monumento storico. Prima di me c’è un signore che vuole sapere quanto costa una enciclopedia antica. Vanno a controllare. La mente vola a dell’utri. Quando arriva sta sentenza?
Al mio turno chiedo il libro di Feinmann, il Timote. Il libraio è molto contento di darmelo. Dice che questo genere di libri che romanzano eventi storici sono i suoi preferiti. Dice il il libro è molto ben documentato ma alleggerisce le informazioni con dialoghi pure basati su ricostruzioni affidabili. Mi fa un esempio: – Hai visto fernando? – Fernando chi? – Fernando quello cicciotto non doveva passare sta sera? E così via. Mi chiede se ho capito cosa intende.
Dico certo con i dialoghi è molto più piacevole seguire una storia. Gli faccio i complimenti per la libreria, lui si lamenta che fanno fatica a sopravvivere. Gli dico che si consoli, in italia di librerie non ce ne sono quasi più.
En la avenida corriente, mi fermo in una struttura che sembra pubblica, lo capisco perché somiglia a delle strutture culturali multi uso che ci sono a Londra. Questa è più rottina certo ma il senso è quello. Chiedo un consiglio su cosa vedere a teatro e mi indirizzano verso una mutisala di teatri. Passi il macdonald e c’è una galleria. c’è un corridoio con tanti manifesti e una biglietteria con tante porte. Dico alla ragazza dietro il vetro che mi hanno detto che c’è una piece con dei bravi attori che ora non mi ricordo già più come si chiamano. Lei dice: forse figli di un dio selvaggio? Dico sì facciamo questa. Prendo i biglietti e mi accorgo che il corridoio si apre su una piccola città di legno che contiene una decina di teatri e di club per il cabaret con annessi bar, ristoranti e negozi di libri e di dischi. Entro nel negozio di dischi pure sfasciatissimo ma pieno di dischi e chiedo se hanno qualcosa di Luca Prodan. Non hanno i cd di lui da solista ma quelli col gruppo rock, i sumo. Prendo quello. Nell’ingresso distribuiscono dei coktail di cocacola e fernet.
Il teatro è a forma di anfiteatro, la scenografia in basso è pulita e moderna, fatta con poco, ma efficace. Una casa borghese x di persone che hanno un po’ di cultura e un po’ di soldi.
La moquette del teatro è grigia e un po’ rottina. Sulle pareti piloncini di cemento fatti per migliorare l’acustica non bellissimi ma utili. È un giorno feriale ed è quasi pieno.distribuiscono un programma di sala con tante pagine e foto e mi viene in mente che da noi questa spesa è stata da tempo tagliata quasi ovunque. Leggo che la commedia è di una scrittrice mezza iraniana parigina che ha già scritto tante opere e io non l’ho mai sentita nominare. Questa commedia è stata rappresentata in Francia con isabelle hupert nel cast e considero che da noi pure questo non succede, che si rappresentino testi contemporanei e comincio a fare le solite considerazioni sul nostro livello di sviluppo. Comincia lo spettacolo ed un ottimo spettacolo. Gli attori manco a dirlo recitano benissimo, ognuno con la sua personalità, sono creativi, vivaci, attraenti. Il testo è intelligente, fa ridere, è abbastanza profondo non troppo ma abbastanza per essere una commedia. E sono entrata in un teatro qualsiasi a vedere una cosa che mi ha consigliato il primo che ho incontrato. Italia Argentina 20 a zero e qui siamo nel terzo mondo sul serio, non c’è niente da ridere.
Ma perché non ci mettiamo tutti a fare le cose? Aprire teatri, posti, riunirsi, organizzare, leggere scrivere mettere in scena filmare? Perché siamo tutti così pigri, chiusi, prudenti, invidiosi intrallazzoni, saputoni e morti? Ad ogni modo non ho nessuna voglia di pensarci, per me sono di nuovo le quattro di mattina, sono cotta, prendo un taxi e torno in albergo. Racconto al tassista della bella impressione che mi ha fatto lo spettacolo e lui dice che nell’avenida corriente ci sono le cose più commerciale e che dice, fai bene attenzione, le cose commerciali, non necessariamente sono le migliori. Rispondo che sono d’accordo. Non necessariamente. Siamo praticamente arrivati si gira e mi fa: ma a la Viruta ci sei già stata? Dico, che? – – – La viruta! È uno dei posti dove si balla il tango più autentici, ci devi andare se parti domani.
– ma io non ballo il tango
– non fa niente, lì te lo insegnano sono bravissimi
– si ma guarda come sono vestita, ho pure sonno, non sono capace.
– sei vestita benissimo sali in camera ti dai una lavata alla faccia giri l’angolo ed entri. Non la puoi perdere.
Salgo in camera titubante. Se me ne fregassi e crollassi nel letto avrei molti rimpianti? Mi immagino la scena. Entro. Tutti ballano. Io non so che fare. Guardo. Bevo una birra. Mi chiedono di ballare. Rispondo che non sono capace, dicono ti insegno e segue una oretta di sofferenza con uno che ti dice, si, no, non guardarti i piedi, gira ecc. non mi va. Ma vado. Mi metto i tacchi. Mi tengo i jeans ma con i tacchi. E va tutto come previsto. Mi prendo una birra, li guardo ballare. Mi stupisce che alcune coppie sembra che stiano facendo tai chi. Si muovono lentissimi, con gli occhi socchiusi. Il locale è molto accogliente. Grande semplice. Ai bordi tavoli e sedie con grandi tovaglie gialline, nessuna decorazione. Un locale pratico dove si fa pratica.
– vuoi ballare?
– non so ballare il tango.
– Non fa niente ti insegno.
– non ho mai ballato il tango, ti conviene provare con qualcun’altra, ti rovino la serata.
– è molto facile ti insegno.
Così doveva andare. Mi alzo e cominciamo. Io mi devo limitare a seguire l’uomo. Ottimo. Perfetto. Poi si cammina con la musica, è facile. Mi insegna l’otto. Otto diagonale, avanti e indietro. È facile. — Ma come faccio a sapere quando vuoi che faccia l’otto e in che direzione?
– Devi tenere un buon contatto con la mia mano.
Mi fa sentire che con la giusta pressione sulla sua mano e sulla sua spalla si forma un cerchio. Lui muove il cerchio avanti indietro ecc. e tu sei nel cerchi e lo segui. Molto bene. Davvero non hai mai ballato? No, Mai.
– Ma balli la milonga?
– No. La miloga? No.
Ogni volta che finisce la musica dice, adesso riposati un pochino. Passano quattro secondi e ricomincia. Ma si può fare. Non ci starei le ore come fanno loro forse, ma non è male. Mi sto divertendo in realtà. Quando sono passate un paio di orette e abbiamo bevuto un’altra birra e parlato un po’ con i suoi amici al tavolo, decido che posso andare. Spiego che per me sono le sei di mattina, che devo prendere un aereo e li convinco. Torno in albergo molto contenta. Ho fatto bene ad andare. Ho imparato a ballare il tango penso. E sono molto contenta. Mi metto a letto ed inizio il libro di Feinmann, il Timote.
“Ese es Fernando Abal Medina, el montonero que matò Aramburu. Ahora lo van a matar a el. Nuestro relato no es éste, sino el otro. El relato en que Fernando lo mata a Aramburo, lejos, en Timote, insignificante pueblo de la desmedida provincia de Buenos Aires…”

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31 Commenti

  1. Molto bello il contrasto di chiaro e scuro del tuo racconto.
    La luce del giorno per la riserva naturale, con i colori vivaci degli uccelli, e la distesa del Rio che ci immaginiamo inondato dal sole.
    Quindi il buio della città, le vie, la libreria, il multisala (per i teatri! fantastico!), la Viruta, atmosfera che ci figuriamo sui toni caldi del legno e delle ‘lune elettriche’.

    Fa venire una stretta al cuore sentire di immense librerie, negozi di dischi, teatri pieni in settimana, brochure teatrali…
    Sarà anche tutto rotto e consunto, ma è vivo!
    Se pensiamo alla cultura in Italia di questi tempi , ci si para davanti solo un’enorme forbice 🙁

  2. sisisi! ma hai visto che in edicola espongono le pubblicazioni di psicologia con un’evidenza come se fossero una alfonsosignorinata qualsiasi? tassisti chiacchieroni e coltini, disponibilissimi, spesso interessanti e appassionati (mi han raccontato varie volte la storia-tuttatutta-dell’argentina). non ti autoinvitidaevita? intendo il museo:una studiosa di populismo raffinatina e genialina come te potrebbe trovarci spuntini interessanti. io a ba ci sono stato un mese e ci ho trovato un’atmosfera un pò “sospesa”, stranamente italiana (nel senso che è un modo di evocare l’italia che non mi urta) eppoi tutti quei cosini di pane e panadas..da tempo non passavo un’ora al giorno al ristorante anche solo per un’insalata e una ventina di pagine di libro giusto per star lì. il dulce, hai ragione è disgustosino. avvistate al supermercone anche le gelatine di frutta chimica coloratissime che penso in altri paesi siano vietate per eccesso di additivi borderline.
    dai, penso che comunque il bilancio a fine viaggio non sarà negativo. un salutone. ho comprato il dvd vilipendio:bravabravissima.

  3. Uso una frase trita ma efficace; riscaldi il cuore. Riscalda leggere le tue emozioni, stai Vivendo e ci coinvolgi. Devo confessare che inizio a leggere il tuo post e non so staccarmene; e lo vedo terminare con delusione, come un bimbo che dice: ancora, ancora…
    Grazie ancora Sabina.

    Da sempre sostengo che si debba viaggiare solo nei posti che ti parlano, che ti dicono qualcosa. Ora, grazie a te, Argentina mi sta parlando; la studierò ancora un po’ e poi proverò ad andarci. Per ritrovare anche le tue atmosfere.
    Grazie anche di questo.

  4. fantastico, per il momento ti ringrazio solo della possibilità di compartecipazione nel viaggio… e nel frattempo non riesco a esimermi dall’augurarte un buena vida 😉
    Un consiglio, fai un giretto in sri lanka…

  5. Italiani d’Argentina (canzone di Ivano Fossati)…
    Mi piace la direzione che stai seguendo… perché non ha direzione!
    Il bello di un viaggio è nel viaggio stesso, non nella destinazione… basta seguire una corrente che non conosciamo e ritrovarsi persi.
    Lasciarsi andare… quando uno lascia fare al fato… senza pianificare… ecco che arrivano le scoperte… un tassista ex guerrigliero, un libraio che parla di un libro, una sala di tango ed una birra….

  6. bello! ci voglio andare pure io.

    “Un buen día se me ocurrió convertir ese potrero en una calle alegre”
    “Un bel giorno mi capitò di riconvertire questo terreno in una via allegra”
    (Benito Quinquela Martín, autore del progetto del Caminito (Quartiere La Boca)

    andrei qui … al Caminito de La Boca… tra i nipoti degli immigrati italiani per magari trovarne ancora qualcuno da ascolatare.
    è molto bello seguirti!
    un abrazo!

  7. Felice che tu sia nella mia terra natale Sabina, Noi Argentini abbiamo un passato terribile di dittature e massacri ma abbiamo anche una memoria molto forte,non come in Italia… 🙂 Vedrai che se conosci il nostro popolo non rimarrai delusa.
    Spero tu vada a conoscere “LAS ABUELAS DE PLAZA DE MAYO” o “MADRES DE PLAZA DE MAYO” sono molto importanti e care.
    UN ABRAZO! e bevi molto mate anche da parte mia! (cmq lo trovi anche in Italia, io vivo a brescia e lo trovo qui).
    Marcela

  8. Andavo a ballare con Luca Prodan a Cemento… 86-87…era una bellissima persona, persa nel alcol, secondo me perche la sua vera vita le mancava troppo..
    La cosa più grave della dittatura è che –dopo il giudizio alle “juntas militares” durante il governo di Alfonsin – sia arrivato Menem (amato de Berlusconi), e con le leggi di “punto finale” e “obbedienza dovuta” abbia liberato tutti i carnefici.. 4 anni fa, in un bar di Congresso, una signora sopravvissuta ai campi di concentramento trova il suo torturatore (“Tigre” Acosta) che si beveva il caffè accanto a lei.. immagina la scena… questo governo sta cercando di fare giustizia, di far sapere la verità, ma sono ancora tanti gli argentini che non vogliono sentirla.. quando vedo quello che succede qui da noi in Europa, vedo la stessa cosa, stesse misure, stesse regole, uguale alla formula FMI che ha portato l’Argentina alla crisi 2001. Negli anni di Menem l’Argentina era cara tanto quanto Londra.. tutto era in dollari (quando in Italia c’era ancora la lira). Il telefono costava USD90.00 al mese, quando in Italia pagavano £ire50000. Si sono portati via tutto. Hanno indebitato il paese (processo iniziato negli anni 70 con la dittatura). Gli Stati Uniti davano dei “prestiti” per incentivare l’industria durante la dittatura, il governo dava gli incentivi alle 8 aziende complici più grosse dell’Argentina, le aziende compravano tutto agli americani creando a sua volta debiti privati giganteschi. Come finisce? Nel 1982 il Sig. Domingo Cavallo nazionalizza il debito di queste 8 aziende – sempre dicendo di proteggere i posti di lavoro – e il debito argentino con gli organismi FMI, Banca Mondiale, ecc si raddoppia ancora. Poi segue Alfonsin – che cerca di cambiare qualcosa ma a tutti contro -, Menem: devastante per l’industria (quella che era sopravvissuta), per l’educazione, per tutto. C’era 1peso=1dollaro, e tutti viaggiavano, risparmiavano in dollari, sono arrivati i super mercati extra-large, i cellulari (nel 95 non c’era 1 argentino senza), e mentre la gente (o parte) pensava di stare benissimo, non pensava come si pagavano i conti, da dove arrivavano tutti questi dollari… abbiamo vissuto sopra le nostre possibilità (come dice Tremonti, no?) e poi nel 2001 è arrivato il conto…sono arrivati gli americani in voli privati a comprare le terre in Patagonia a 1 dollaro il metro quadro (il primo Ted Turner), come adesso si comprano la Grecia…le banche hanno preso tutti i soldi ai cittadini, anche i risparmi della vita, e dato bond che ne valevano il 15%, la gente in 48 ore non aveva più casa, lavoro, soldi, carta di credito, nulla. 1 settimana prima del dicembre 2001, le banche chiamavano disperate per aprire nuovi conti, con tasse mega alte… 7 giorni dopo “corralito”, disoccupazione…comunque, Grazie Sabina, come sempre un piacere leggerti e come sempre ci fai pensare.

  9. sabina…effeffe86 da torino…ci siamo visti e presentati al cinema…ricordi?

    I tuoi racconti sono a dir straordinari, ricchi di quei piccoli dettagli che fanno sì che questo davvero un viaggio e non semplice turismo. Anche io mi comporto come te quando vado in giro, ho voglia di parlare con la gente, di conoscerli, di farmi raccontare la loro realtà, di ascoltarli. i miei racconti quotidiani ad amici tramite mail sul viaggio che ho fatto in Australia due anni fa somigliano molto ai tuoi, e mi ricordo quanto siano simili anche alle impressioni e avventure messicane.

    Che dire, fai venire voglia di partire, andare via, a volte da solo spaventa affrontare posti lontanissimi da casa, ma nelle tue parole si sente una sottile sicurezza, forse dettata dalla tanta voglia di vedere e conoscere. potrebbe essere che ci incontriamo a metà strada…
    un abbraccio…

  10. Bellissimo racconto. I miei genitori hanno visitato l’Argentina 2 anni fa e le impressioni devo dire che sono proprio le stesse!

    p.s. da questa sera (mi pare) Rai Extra ritrasmette ogni giorno alle 19.30 le puntate di Avanzi!!!

  11. e brava! hai imparato la figura dell’ocho? ocho adelante e ocho atras? 😀 non è poi così difficile. basta solo “sentire” l’uomo, si gioca molto di petto ne tango, più stai in contatto e più semplice vengono le figure. hai fatto il gancio? il sandwichito? 😀 un caro saluto!!! ciaooo!!!!

  12. se c’è una cosa che mi attrae di te è il senso di libertà che lasci traspirare.

    mi è capitato di viaggiare da sola spesso e di pensare che due occhi da soli non bastino.

    infatti scrivi, ci scrivi.
    condividi.

    penso alla sabina donna.
    vorrei chiederti se credi nella coppia…..

  13. Ciao Sabina grazie per questo tuo racconto che ci fa sognare di essere lì con te e di questo tuo blog che quando posso leggo avidamente 😉
    In questi giorni di totale chiusura a qualsiasi tipo di cultura qui in Italia mi accorgo che bisogna iniziare a svegliarsi dal letargo anche partendo da piccole idee, anche senza soldi come in molti siamo. Ne parlo e ne discuto con amici per esempio della possibilità di utilizzare i tanti spazi che i comuni non utilizzano, per mancanza di idee e di soldi, per realizzare eventi di cultura arte spettacolo cercando di coinvolgere gli abitanti e soprattutto i bambini, le nostre future generazioni che non hanno più la possibilità di ricevere quell’educazione al bello e allo stimolo culturale che noi bene o male abbiamo avuto. Dobbiamo cercare di dare a loro una prospettiva di un futuro migliore di quello che stiamo vivendo!!!!!
    Io vivo in un piccolo comune a Nord di Roma dove abbiamo la possibilità di utilizzare delle belle sale per esporre e fare cultura, basta avere un buon progetto e discuterne coll’assessore, certo soldi non ce ne sono ma a questo punto quando per esempio ti trovi a lavorare per qualche pescecane che ti promette compensi e poi sparisce forse è meglio cercare di ripartire da qualcosa che almeno ti dia quella soddisfazione interiore.
    Un abbraccio forte a te a tutto il blog

  14. Lunedì al cs La Torre in fondo viale Kant e venuto Moni Ovadia a sostenere l’attenzione sull’acqua e a detto diverse cose interessanti, tipo la necessità di creare un movimento laico al di sopra dei schieramenti sinistra destra che abbia una visione più ampia della realta che guardi a livello globale la risoluzione dei problemi auspicando la formazione di un ipotetico sindacato sostenuto da 2 trecento milioni di iscritti e intervenire nei g8 g20 con una delegazione e fare pressione sui governi tipo noi avanziamo queste proposte le volete prendere in considerazione oppure possiamo inviare una mail ai nostri iscritti e decidere di boicottare alcuni prodotti di mercato con le conseguenze che ne derivano. Utopia! Io non credo pittosto opportunità da allenare. I ricchi vogliono essere più ricchi per essere più liberi e lasciando sgoccilare un pò di ricchezza su chi li sostiene e lasciando passare il messaggio + libertà +democrazia dimenticando il concetto più importante della democrazia, l’ugulianza. Poi si soffermato sull’argomento della rivoluzione cioè se i francesi hanno avuto la rivoluzione e ne sono orgogliosi. Noi abbiamo avuto la resistenza e a citato le parole di un certo Don… (che non ricordo il seguito) che scrisse delle pagine autentiche sulla resistenza in particolare i morti che oggi si cerca di equiparare e cioè morti per’ amore (La parola amore troppo abbusata) morti per la pace l’ugualianza e morti per odio per chi aspicava la pace l’ugualianza etc etc Quindi una netta divisione. I morti sono morti ma i valori sono sacri. La Germania ha riconosciuto le colpe e china il capo davanti alle vittime. Noi che abbiamo pianificato l’olocausto fornendo nomi e indirizzi, non riconosciamo un cazzo, prima si sono nascosti tra le vittime e adesso sono riemersi senza vergogna. Alla fine dell’intervento mi sono avvicinato per ringraziarlo e mi sono ricordato di averlo ascoltato alla radio che raccontava un anedoto di quando studiava lo strumento musicale e diceva: Se abbandoni la strumento per un giorno, lui ti abbandona per una settimana. Moni ha sorriso e ha detto esatto! Ma il concetto va applicato a tutte le nostre attività. Io aggiungo che il concetto và applicato alla nostra determinazione di fare. Chiudo con una mail che mi è arrivata oggi e io l’ho rinviata a tutti i miei indirizzi. Qualche post fà ai auspicato il cambiamento italiano legato alla rinascità di Aquila. La mail: È un’aquilana che scrive. Il nome non importa, ma è un breve racconto che forse vale la pena leggere:

  15. È un’aquilana che scrive. Il nome non importa, ma è un breve racconto che forse vale la pena leggere:

  16. Da un ufficio a Hackesche Höfe, Berlino, ho letto queste tue pagine di diario e mi è sembrato di vedere scorrere le immagini. Bello. Grazie di esserci e di continuare a lottare. Ma quando vieni a presentare il film a Berlino? Baci

  17. che son belli questi diari di viaggio,un pochino di romantico e un pizzico di esistenziale,passare ogni tanto da queste parti e’ davvero confortante ,grazie mille.
    saluti da Milingo .

  18. Ieri alla manifestazione di piazza Navona, tra gli altri ha parlato una violoncellista, che ha denunciato lo stato pietoso in cui questo governo sta trascinando anche la musica.
    Un esempio su tutti: la rai aveva quattro orchestre sinfoniche. Ora ne ha solo una e a breve tutta di precari, che è l’antitesi dell’ideale per un’orchestra, dove l’importanza dell’affiatamento è indispensabile.
    Si è parlato poi del teatro, che non se la passa meglio, tra tagli e la soppressione dell’ETI, l’unico ente pubblico per la promozione del teatro.
    E’ stato soppresso perché considerato un ente inutile. Con tutti questi tagli si sono risparmiati 160 mila euro (sic!).
    E invece teniamoci stretto il sito orribilmente inutile italia.it della Brambilla, che costa 8,6 milioni!
    Promozione al turismo?! Provate a visitarlo: vi viene voglia di andare agli antipodi dell’Italia!
    Ci è venuto un groppo in gola dalla rabbia.
    E quindi siamo tornati a rileggere il tuo post.
    Siamo tornati a passeggiare con te tra le vie affollate di Baires, siamo venuti in libreria, cercando qualche vecchio libro per dialogare con la storia; a frugare tra i cd, per scoprire nuova musica e poi ci siamo lasciati accompagnare a teatro.
    E siamo tornati a respirare.

  19. @ giano
    conosci il teatro dell’oppresso?
    nasce in Brasile da Augusto Boal. una forma di teatro per dar voce agli oppressi.

    loro facevano, non aspettavano che cadessero i contributi dallo stato.

    io ormai mi considero in una paese dell america latina e da quando la penso così vivo meglio.

    la mamma di un mio amico cileno a 70 anni per campare fa le carte e suo marito fa il taxista. non ci sono pensioni.
    ci si arrangia.
    eppure in questi paesi l’arte sboccia in ogni dove.
    cosa stiamo aspettando?
    che quest’arte contemporanea la pianti di celebrar se stessa e incominci a fare!

  20. @aspirinb
    Certo, ‘Ogni essere umano e’ teatro!’ 🙂

    Siamo anche noi convinti che l’unica strada è riprendere in mano la cultura, darsi da fare come si può, senza aspettare nulla da nessuno, con i mezzi, anche se pochi, che abbiamo a disposizione, perché l’arte comunque fiorisce, soprattutto dove la si vuole calpestare.

    Ci sconforta una certa apatia da parte nostra, nel nostro paese che considera gli altri, tra cui i sudamericani, del terzo mondo.
    Ci chiediamo, come anche Sabina nel post, ‘Ma perché non ci mettiamo tutti a fare le cose? Aprire teatri, posti, riunirsi, organizzare, leggere scrivere mettere in scena filmare? Perché siamo tutti così pigri, chiusi, prudenti, invidiosi intrallazzoni, saputoni e morti?’

    Ma ci indigna anche moltissimo l’ignoranza e la volontà di questo governo di spazzare via qualunque cosa abbia una parvenza di cultura, per privilegiare il profitto, la grettezza, la superficialità e la mediocrità.

  21. mi sento più d’accordo con Giano (nel caso ci fosse qualcosa con cui esserlo 😉 )
    questa storia che l’artista si deve morire di fame per essere ispirato la trovo un po spicciola.
    per carità e’ vero che capita di scrivere bene e ispirati in momenti davvero brutti della nostra vita
    pero’ doverci ridurre come una banana repubblic per risollevare le sorti dell’arte tutta mi sembra un idea un po pericolosa ,
    e forse e’ proprio questo che ci vuol far credere il TRAVIATONE (bondi) togliendo respiro e soldi alla nostra arte…

    p.s. : ho detto per caso “doverci ridurre come una banana repubblic”?
    nie’ ho sbagliato volevo dire “ci siamo già ridotti ad una banana republic”…

  22. Vero, Milingo, verissimo. O perlomeno, il “morire di fame” per essere ispirati dovrebbe essere un'”iniziativa personale”, non un cosa indotta per forza.
    Come il lavoro precario; all’inizio era opinione diffusa, anche da parte di persone politicamente alfabetizzate (parlo di una decina di anni fa), che ci rendeva più elastici e ci metteva in contatto con molte esperienze diverse. Perfino io che avevo a stento l’età della ragione mi rendevo conto che un discorso del genere si può fare se si parla di “scelta”, non di “essere costretti a”.
    E comunque. Ho un regalino per tutti noi ma soprattutto per te, Sabina. Sto lavorando molto, forse lo sai, sulla figura di Antigone, e sono nella fase chiusa-in-biblioteca. Ho scovato questa perla di Alfieri, in una risposta a Cesarotti. Te la dedico, è tutta tua – sei tu.

    “Chi può dubitare che se in Roma ai tempi di Caligola, Nerone, di Domiziano, e di tante altre simili fiere, vi fosse stato un ottimo e continuo teatro, in cui fra molte altre rappresentazioni una avesse ritratto dal vero alcun simile inaudito tiranno; chi può dubitare che questo non sarebbe stato un terribilissimo freno a coloro affinché tali non divenissero, o che se pure lo divenivano, non li soffrissero i popoli? Si dirà, che tali mostri venendo al principato, tutto impediscono, sconvolgono e spengono. Rispondo, che il tiranno può spegnere tutto, fuorché una ottima tragedia.”

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