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Tratta&Vinci: aggiornamento indagini sulla Trattativa Stato Mafia

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Tratta&Vinci: aggiornamento indagini sulla Trattativa Stato Mafia

Oggi Palazzolo (repubblica) ha scoperto che poco prima dell’attentato a Borsellino, un tizio aveva avvisato il 113. La telefonata è agli atti ma la registrazione è sparita cosicché non sapremo chi era l’anonimo e con che squadra giocava l’anonimo. Ad ogni modo, visto che in questa vicenda le prove vengono sistematicamente distrutte evidentemente da uomini dello stato, ogni prova distrutta è una prova della complicità dello stato. In più, dover procedere senza prove favorisce l’uso del cervello tanto bisfrattato ai nostri gioni. Si osserva nell’articolo che essendo improbabile che uno di Cosa Nostra abbia telefonato alla polizia, deve essere qualcuno che apparteneva a qualche altro gruppo coinvolto nell’attentato.
Vi ricordate che Spatuzza racconta che quando riempì la 126 di tritolo, nell’autorimessa c’era un tizio che non appaerteneva all’organizzazione?

Poi Riina continua a parlare attraverso le intercettazioni. Oggi è venuto fuori che l’autobomba sarebbe stata collegata al citofono e che lo stesso Borsellino l’avrebbe attivata. Se fosse vero sarebbe una soluzione a un’altro mistero perché da dove è partito il telecomando non si è mai capito. Vi ricordate che secondo Genchi poteva essere partita da castello Utveggio dove c’era una sede dei servizi segreti? Sarebbe stato bello ma un po’ troppo stupido anche per i servizi.

Comunque le indagini continuano e noi le seguiamo sempre appassionatamente. Se volete aggiungete appunti e considerazioni in attesa di compilare la B del nostro wikitrattativa. Cominceremo da Bellini, uomo dei servizi, che ieri è stato ascoltato nel processo (c’è un articolo oggi su il fattoquotidiano). se dovessi fare un trailer direi che Bellini probabilmente è uno di quelli che di questa storia ne sa di più. da non perdere su questo blog:)

Miei cari colleghi detective, a domani.

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12 Commenti

  1. No, non credo affatto che il telecomando fosse inserito nel citofono. Riina le sta incominciando a sparare grosse, ( se lo ha detto lui, perché fino a prova contraria nenache questo è sicuro).
    Non si può rischiare la riuscita di un attentato affidandosi al caso di un pulsante a disposizione di tutti.

  2. ecco sabina l’hai detta giusta. bisogna riattivare i cricetini nel cervello, questi sconosciuti. e’ chiaro che sul campo vi sono prove parziali di questi personaggi di basso livello, esecutori, a vario titolo coinvolti. ma il link con i mandati e’ tagliato. e’ sui mandanti che bisogna ragionare, e qui va ampliato il campo. non penso che bellini sappia chi sono i mandanti ovviamente.

  3. @fabio giusto poteva citofonare qualcun altro. anche se una persona anziana non riceve molte visite. può darsi che si fossero informati. era domenica il postino non suona. la 126 l’avevano messa solo il 18 (pomeriggio credo)
    magari ci poteva essere qualcuno che controllava che nessun altro citofonasse. ad ogni modo l’altra domanda importante è perché riina parla. la risposta più lineare è che voglia ottenere benefici per tenere la bocca chiusa sulla trattativa. mori papello stragi servizi e compagnia.
    @giano ma tu l’hai letto quel libro la primula nera?

  4. Non avrebbe avuto senso mettere il contatto al citofono e poi restare comunque all’angolo per controllare, doppio lavoro, doppio rischio… Più importante soffermarsi, infatti, al motivo per il quale Riina si mette a dire certe pseudo-rivelazioni.
    E ora ti racconto una storia…

  5. Mio padre, venuto a mancare l’anno scorso, era giovane agente di polizia, quando lo spedirono distaccato a fare servizio a Corleone, Erano gli anni di Liggio.
    Se lo ricordava, mio padre, Riina; non aveva un gran carisma, anzi, un ragazzotto bassetto che, appena accadeva un tafferuglio, degli spari, in cui probabilmente era stato uno degli artefici, scappava come una trottola, con le sue gambette corte, quasi a sfiorare il ridicolo. Era questa la considerazione che aveva mio padre di lui.
    Liggio era ufficialmente ricercato, per modo di dire; girava tranquillamente per Corleone, andava dal barbiere, salutava tutti. sapevano tutti dov’era, lo sapevano alla caserma dei carabinieri, lo sapevano le autorità. Già era morto qualcuno e non c’era stata nessuna azione massiccia come di dovere, per catturarlo. Liggio dominava il territorio, aveva appostati ovunque cecchini, solo avvicinarlo si rischiava un colpo in testa istantaneo.
    l’auto del dottor navarra era ancora parcheggiata nel cortile della caserma dei carabinieri, mezza arrugginita, tutta crivellata di colpi.
    Un giorno un dirigente della polizia dà ordine a due agenti , mio padre e un suo collega, di andare a catturare. Leggio. A loro due si affiancano due altrettanto giovani carabinieri. incontratisi al paese, uno dei carabinieri, dice, “allora andiamo!” Mio padre ed il suo collega, che conoscevano l’andazzo della situazione, memori di colleghi morti ammazzati da poco, lo stoppano. “Se noi 4 andiamo a prendere Liggio, non torniamo più”. Quattro sbarbatelli da mandare al macello, senza un piano senza un’azione coordinata, così… giusto per dimostrare che qualcosa si faceva. Si andarono a prendere un caffè, lasciando scorrere il servizio, poi scrissero “non trovato”. E per questo io esisto.

  6. che storia fabio!

    … giusto oggi pensavo a questo riina, mostro ora ridotto ad una vita da claustrofobia, tagliato fuori da tutto senza più potere, che ancora dopo tanti anni conserva o finge di conservare il suo orgoglio da mafioso, da boss, da bestia ferita… chissà se lancia segnali o se cerca soltanto di mordere le sbarre… da quello che dici non ha questo gran carisma… in ogni caso fa pensare a quanto forte deve essere radicata la mafia nella psiche di chi ne fa parte, un mix micidiale tra onore della famiglia, amore del potere personale e amore della violenza, da rendere capaci di una resistenza e sacrifici incredibili…
    non penso che parlerà mai della trattativa, sarebbe come aiutare la parte buona dello stato a far chiarezza su quella cattiva…

  7. @sabi Sì.
    Un altra figura che ci sembra interessante è quella del pentito Luigi Ilardo, per quanto riguardo le indagini su Provenzano.
    Consigliamo in merito Il patto, di Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci

  8. @fabio grazie per questa testimonianza, mi ha molto toccata sia la storia sia il fatto che hai voluto condividerla con noi. grazie ancora.
    @giano il patto l’ho letto è uno dei migliori sul tema. ilardo è uno dei protagonisti del mio film. è la storia chiave del processo mori

  9. aggiornamento indagini 2: pensate che avevamo un presidente del consiglio che trafficava cocaina sui charter come fanno molti, ma facendosi pagare il fuel dai contribuenti… capite che riina a confronto è un gofffo trucido cavernicolo figurante…

  10. Impressionante la storia che hai raccontato, Fabio!
    Ci ha ricordato di quanto avevamo letto in un libro inchiesta del giudice Imposimato, riguardo il sequestro Moro.
    Anche in quel caso, secondo la testimonianza del brigadiere Giovanni Ladu, a sorvegliare il presunto covo delle BR in via Montalcini, era stata mandata una pattuglia di militari di leva.

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