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Revolutionary Road

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Revolutionary Road

Revolutionary Road – recensione di Luca bandirali ed Enrico Terrone

Revolutionary Road – Un uomo e una donna nell’America degli anni ’50 cercano una via alla felicità diversa da quella socialmente determinata, ma le forze contrarie prevalgono. L’intenzione tematica del film tratto dal romanzo di Richard Yates, adattato per lo schermo dall’ottimo Justin Haythe, è sintetizzabile in una formula centrale nella narrativa americana: la felicità è alla portata dell’individuo se sviluppa liberamente la propria personalità.

Il primo atto è costituito dallo stato di infelicità di una coppia che ha già spento i propri slanci giovanili in nome dell’integrazione sociale e della routine. Il primo punto di svolta corrisponde alla decisione di abbandonare questo tipo di vita, cambiando continente e andando a vivere a Parigi. Il punto di crisi mediano è costituito dalla grande offerta di lavoro che di fatto trattiene l’uomo nella situazione di partenza (sono le forze contrarie, quelle del vecchio sè, a farsi sentire). Il secondo plot point corrisponde alla definitiva rinuncia al viaggio, e conseguentemente alla morte del sogno di evadere dal conformismo.

I due caratteri principali sono davvero ben costruiti, secondo un profilo complesso in cui si stratificano motivazioni, obiettivi e difetti fatali (per esempio l’identificazione col padre): nessuno dei due riveste meccanicamente un ruolo, ciascuno dei due è fondamentalmente artefice del proprio destino, e questo rende la linea dell’azione molto più interessante che nella maggior parte dei melodrammi costituiti da un susseguirsi di sfortune. Qui la costruzione del dramma deriva coerentemente dal problema narrativo (l’infelicità della coppia), passando per l’individuazione e la proliferazione del conflitto fra forze del cambiamento (andare a Parigi) e forze della restaurazione (restare a Revolutionary Road, una strada del quartiere residenziale del Connecticut). Le parti più interessanti della proliferazione del conflitto sono costituite dalle scene di confronto con la coppia di vicini, un esempio di sofferta, patologica adesione al modello sociale in cui questa patologia è però taciuta, negata, rimossa; mentre la parte più didascalica, a fortissimo rischio di compromissione dell’opera, è quella in cui l’uomo e la donna ricevono le due visite del “buon pazzo”, un non-personaggio che serve all’istanza discorsiva a entrare direttamente nella storia per commentarla.

La scrittura di Haythe privilegia le lunghe e articolate scene domestiche, che costituiscono la dorsale del dramma. Anche la regìa di Sam Mendes ha il passo da scena lunga, dai movimenti ora esasperati ora trattenuti, raggelati; l’esecuzione ha qualche sbavatura, specie in qualche “fortissimo” degli attori, che invece danno il loro meglio nella rarefazione piuttosto che nella densità di gesti (esemplare, in tal senso, la scena dell’ultima colazione). La creazione dell’immagine procede da uno script marcatamente visivo, a una scenografia di eccellente concezione (Kristi Zea, cui si devono gli ambienti di “Quei bravi ragazzi”), che punta all’abitabilità della scena in luogo della tipica stilizzazione melodrammatica; è un realismo “versatile”, nella misura in cui consente alle luci di Roger Deakins, in talune occasioni cruciali, di riconfigurare l’ambiente in senso più pittorico – mai simbolico però. In ultima analisi, un film che, coerentemente con la ribollente materia di cui tratta, aggira sia il calligrafismo della scrittura letteraria che l’altrettanto poco desiderabile calligrafismo cinematografico.

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36 Commenti

  1. bellissimo… forte e gentile, come tutte le belle, grandi e meritevoli cose, forma ed evento insieme…

    Arte o non arte, bellezza e vita a parte, sento di dirti grazie, ho capito la tua bellissima “strada”…

  2. prima voglio leggere il romanzo e poi forse vedrò il film.
    buonanotte, musicista
    buonanotte sabina e a tutti anche
    nicoletta

  3. Unione Europea: nei film, in televisione, in teatro e nella radio, ancora prevalgono gli stereotipi sul genere

    http://www.gennarocarotenuto.it/5841-unione-europea-nei-film-in-televisione-in-teatro-e-nella-radio-ancora-prevalgono-gli-stereotipi-sul-genere/

    http://www.fia-actors.com/
    http://www.fia-actors.com/uploads/COMUNICATO%20STAMPA%2027-01-09.pdf
    http://www.flickr.com/photos/34849639@N06/show/

    le “donne artiste-interpreti di tutti i paesi europei continuano a faticare per ottenere un lavoro decente”.

    Una nuova ricerca finanziata dalla Commissione Europea mostra che le donne all’interno della comunità europea percepiscono il loro genere come una costante fonte di svantaggio nella loro vita professionale, in particolare quando l’età avanza.

    La ricerca è stata effettuata dalla Dr. Deborah Dean, della Industrial Relations Research Unit della Warwick University, UK, che fa parte dell’Osservatorio sulle Relazioni Industriali del Parlamento Europeo

    Il principale strumento di studio utilizzato è stato un “questionario on line”. I risultati (provenienti per il 46% da uomini e per il 54% da donne) costituiscono un’istantanea unica delle esperienze professionali degli artisti europei.

    La ricerca pubblicata in pdf
    http://www.fia-actors.com/uploads/ENGLISH.pdf

  4. Ciao sabina,
    vorrei che tu commentassi continuativamente su un sito che conosco e che penso ti possa piacere.
    Mi dici per favore come faccio a convincerti?
    bye.

  5. Scusate, ma in questo modo si azzera qualsiasi discussione sul film. Da parte nostra c’è la massima disponibilità a interagire con i lettori, ma partendo da un argomento che è film; se l’argomento non interessa, è meglio non intervenire perché magari si dà a chi vorrebbe invece parlare del film la sensazione che la discussione sia già svaccata ancora prima di cominciare. Grazie.

  6. Il professor bandirali, ennesimo automa dell’indotto mediatico, non ha ancora ben compreso che di queste sue lucrose bubbole di pubblicità “subliminale” non può fregar di meno alla stragrande maggioranza dei lettori del blog e del forum!

    Se ne faccia una ragione una buona volta:
    ci sono ben altri argomenti da trattare ora e qui, ben più seri e vitali per la collettività al confronto di un film con relativo romanzo (dai quali direttamente o indirettamente il bandirali ricava evidentemente lucro….).

    L’imbuto (‘MBUTO!) persuasivo vada a ficcarlo in gola agli psicolabili, il bandirali, oppure si limiti ad ammannire la sua “arte” in università ai suoi studenti……….

  7. OT, ma IMPORTANTISSIMO! Sabina ci sta pure domani da Santoro, l’ho appena letto sul sito di annozero! GRAZIE Sabina, grazie Santoro, madò, meno male che possiamo godervi ancora…Scusate l’entusiasmo, ma non ho saputo trattenermi… c’ho quasi le lacrime agli occhi…vedi come ci sta riducendo il vicolo autoritario che sto Paese ha imboccato…ci emozioniamo al solo pensiero di respirare ancora chissà quanto e per quanto una boccata di libertà.

  8. sn proprio felice ke c sarai anke domani sabina! dobbiamo riempirci i polmoni d’ossigeno libertino finche’ ne abbiamo la possibilita’.
    scusate avrei 1 domanda: cosa sn esattamente la soglia d sbarramento ed il premio d maggioranza? in questi giorni si parla delle elezioni europee ed io nn c capisco quasi niente…
    ho una buona notizia anke io o perlomeno spero sia cosi’: villari se n’e’ andato, il presidente della Vigilanza e’ sergio zavoli, e’ stato eletto cn 34 voti su 38 gli altri 4 eran bianchi (peccato l’assenza dei rappresentanti idv), x qll ke ne so mi pare affidabile.
    peccato ke i vicepresidenti siano 1 certo merlo ke nn so ki sia e quello schifoso di lainati bleah!

  9. Off topic, of course:

    A proposito di argomenti ben più seri:
    https://sabinaguzzanti.it/forum/topic.php?id=590

    E cosa dire riguardo l’innesto golpistico trasversale pdl+(pd-meno-l)+udc a favore dello sbarramento del 4% alle elezioni europee?
    Questo, a buon diritto, potrebbe essere stato, qui ed ora, un ottimo topic.

    E lo stesso vale per la proposta di un monitoraggio ultra-dettagliato delle emittenze radio-televisive, per mettere a nudo il golpe mediatico digitalizzatore!

    INSOMMA,
    VOGLIAMO VERA CONTRO-INFORMAZIONE,
    NON QUESTA FUFFA CRIPTO-PUBBLICITARIA AUTO-PROMOZIONALE ALLA MEREGHETTI-LUZZATO-FEGIZ DI TURNO!
    PER FAVORE……

  10. Altro off topic doveroso .
    In tempi dominati dall’oscurità ogni spazio libero deve essere usato per informare e Illuminare .

    Nei Sacri Palazzi la «piega laicista» del servizio pubblico viene tenuta d’occhio nel momento di transizione delle nomine imminenti
    La Litizzetto nel mirino del pretume a rischio licenziamento insieme a Fazio e a tutta Rai tre.

    La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata, domenica sera, il monologo anti-Papa di Luciana Littizzetto a «Che tempo che fa», il programma di Rai 3 condotto da Fabio Fazio. Nei Sacri Palazzi la «piega laicista» del servizio pubblico viene tenuta d’occhio nel momento di transizione delle imminenti nomine e si auspica velatamente che la scelta per la poltrona-chiave di direttore generale cada su una «figura di garanzia» come Lorenza Lei, ex responsabile di Rai Giubileo. Nei prossimi giorni i media vaticani torneranno sulla funzione formativa della tv, intanto fa discutere l’attacco della Littizzetto a Benedetto XVI per la revoca della scomunica al vescovo negazionista Williamson.

    «Come si fa a rimettere in circolazione un matto, uno totalmente fulminato che, malgrado tutte le prove e le testimonianze, nega l’Olocausto e poi mi dice di credere al Paradiso? – si è chiesta l’attrice. Ma non avete già perso abbastanza pecorelle per mettervi i lupi in casa? Tra un po’ restate solo voi. Dopo i musulmani, i gay, gli ebrei, Galileo, gli zingari, quali altre minoranze volete ancora perdere? Le pecorelle dovete ritrovarle, non smarrirle. Poi vi lamentate se le vocazioni dovete andarvele a cercare in Congo e tra le foche monache, che tanto sono già del ramo».

  11. @picus

    quella battuta era fantastica, ed ho appena saputo ke il vaticano ha appena imposto a williamson d ritrattare. era ora…

  12. @ bandi

    io non l’ho visto ancora ma lo attendevo con ansia, la Winslet è la mia diva e non me ne perdo uno suo dai tempi di Heavenly Creatures!

    Nel frattempo ho visto ET LIMON – IL GIARDINO DI LIMONI che mi è piaciuto molto e AUSTRALIA che ho trovato alquanto banale e scontato nonché inascoltabile in alcuni punti del tipo “io bambino mezzo bianco e mezzo nero, io non nero ma neanche non bianco, io niente e nessuno”.. Du palle… Ho pensato “se non stai zitto tici faccio diventare io di un colore solo..”

    Ah poi ITALIANS che ha veramente stufato, non se ne può più di queste ri-copie di plot già visti. No ma dico Verdone non lo riesce a vedere nessuno in un altro ruolo? Poi Italians con questo titolo vuole passare per un’analisi degli italiani all’estero ma a me sembra il solito loro film con i soliti stereotipi

    PUrtroppo devo andare cercherò di argomentare meglio

    Oscurateli questi malati di politica che invadono il blog con i loro link quando probabilmente non schiodano il culo dalla sedia e non vanno nemmeno a vedere cosa c’è fuori nel mondo – A ME LA RUBRICA CINEMA PIACE!!

    elenita

  13. Ciao a tutti!
    Sono di ritorno.
    Mille ragioni (valide) mi hanno allontanato dal sito.

    Che bello! Un articolo di Bandirali&Terrone. Grazie a loro ho capito di più Il Divo. Leggo dopo aver visto.
    Eppoi una tournée uno spettacolo e tanta carne al fuoco.
    Sono cambiate le cose qui dentro.

    Dunque: una cosa. Mediaset non vale più molto, mi sa che se lo sbranano. Sull’analogico le cose stanno terminado, l’azione è un’elettrocardiogramma quasi piatto.
    http://www.borsaitaliana.it/borsa/quotazioni/azioni/analisi-tecnica.html?isin=IT0001063210&lang=it

    Questa cosa della ragazza italiana in fin di vita a vederla da è da voltastomaco.

    Io sono contento. (elenabondi ti scrivo un mail al più presto, spero tu stia bene!)

    cari saluti

    az

  14. Ben ritrovati, Arturo ed Elena. Il film “Revolutionary Road” è senz’altro da vedere, e spunti di interesse ci sono anche in “Milk”, “Yesman” e “Sette anime”. Per quanto riguarda invece “Il giardino dei limoni”, cara Elena, devo dire che mi è sembrato un apologo facilotto sulla questione mediorientale, niente a che fare con il cinema di un israeliano critico come Amos Gitai. E’ un film che mette al centro le storie individuali, per dire che la grande battaglia politica incentrata sui “popoli” si dimentica delle “persone”; ma è un messaggio estremamente pericoloso, perché ne viene quasi fuori che la questione dei popoli è secondaria. E in più, se si sta dalla parte delle persone, bisognerebbe saper creare dei personaggi, ma ne “Il giardino dei limoni” ci sono soltanto dei cliché, degli stereotipi etnici.

  15. il film , l’ho in casa , non appena mi decido lo guardo tutto; ho visto il trailer , poi qualche spezzone;

    credo che se si possa definire un genere , si possa chiamare con diritto di ricerca ,
    anti-neorealismo , mi pare un film fasullo dove l’unica drammaticità sta nella crisi di coppia e la voglia di individualismo;
    bella scoperta !! se il tema , chiamiamolo sociale , o umano può reggere ed è contemporaneo , se vi sono i conflitti di oggigiorno ,
    e pure vattelapesca ..
    è tutto il classico acquarello american-style
    che dipinge una america anni cinquanta inesistente e che rende il film stopposo, e vomitoso , e lo spettatore io sostanzialmente riluttante , a meno che non
    si decida che il nuovo spettatore da cinema vuole fare sempre almeno un giro a disneyland , e che lo spettatore è pure un consumatore
    che è pure un cliente e che nel suo genere va sempre accontentato .. questo è un film in buona parte apparente;
    non che l’apparenza non serva ,
    anzi è sostanziale per certe forme , perfino in quella umana , ma questa roba di film rientra appunto nel fasullo;

    credo che occorre un obama ad hollywood , e non comprendo come gli americani non si stufino di se stessi;
    la questione hollywood , è anche una questione industriale , ovvero è una macchina dell’industria e per l’industria
    è al servizio della nazione e per la nazione , prima di entrare nei set devi fare il giuramento alla bandiera cantare
    l’inno nazionale , fare un film dove sei un soldato in vietnam , uno dove sei un pilota top gun , uno dove un agente segreto
    della cia che è un super uomo , uno dove una storia strappalacrime e la lacrima grossa come un secchio su un cazzuta
    bandiera a stelle e strisce diciotto metri per dieci , il brevetto di regista di hollywood lo prendi quando fai il film dove
    un poliziotto , durissimo , dice che è lui la legge , trasgredisce tutti i regolamenti e le norme , massacra di botte
    i cattivi trafficanti , e gli assassini , diventa il giustiziere della notte , e la notte prima di andare a nanna anche lui
    piange di fronte al bandierone , questo poliziotto dirà al processo che lo metterà alla sbarra che la patria viene prima
    della legge e che lui è un patriottico e un poliziotto , a questo il giudice che capisce proprio tutto , lo assolve e lo libera;
    dopo questo curriculum , di solito un regista americano , ha tutta la libertà per fare un film come cazzo gli piace a lui ,
    ma oramai , secondo me , questo regista è proprio fregato per sempre;

  16. Ciao Luca (vedo che parli del giardino e dei limoni: che ne pensi di questo? http://gaza-sderot.arte.tv/)
    Quasi quasi ci ripenso ‘sto R.R. me lo vedo.
    Di Caprio, l’ultima volta l’ho visto in un film di Scott. Mah, boh. Sob. Preferito “Gangs of…” e “The Departed”.
    Ieri ho visto “Die Fälscher”. Non avrei dovuto snobbarlo così quando è uscito. Buona sorpresa.

    à+

    az

  17. Ti riferisci a “Nessuna verità”, che ritengo sia uno dei film più interessanti della stagione. Ne ho scritto su Segnocinema, e riporto qui uno stralcio di quella scheda, si può anche aprire una digressione, nell’attesa che i più vedano Revolutionary Road. Veniamo dunque a “Nessuna verità” di Ridley Scott, con Leonardo DiCaprio e Russell Crowe. Come spy-story che tematizza il nuovo scenario bellico dello “scontro di civiltà”, Nessuna verità raggiunge senza dubbio gli esiti che altri titoli più o meno di tendenza non hanno neanche sfiorato. Tanto per cominciare dall’argomento più gettonato, quello di una guerra costantemente re-inquadrata da una quantità di dispositivi, il film di Ridley Scott ha i propri schermi, monitor, display: ma rispetto a Redacted di De Palma, qui c’è anche qualcosa da vedere, qualcosa che è messa in scena, mediamente ben interpretata e collocata in un universo narrativo coeso. Il setting e la linea dell’azione hanno una loro complessità, che guarda senza dubbio alle forme della serialità televisiva assai più convintamente del tedioso Syriana; inoltre, diversamente da Jarhead di Mendes, questo film ha un vero personaggio, un uomo in carne e ossa, statuto a cui sembrano alludere le centinaia di escoriazioni, ecchimosi e contusioni che si stratificano sul corpo di Leonardo Di Caprio nel corso del film. Un personaggio che si misura con la realtà e ne ricava un insegnamento, non un trombone che l’insegnamento vuole impartirlo a tutti i costi al povero spettatore, come il protagonista di Nella valle di Elah: non c’è bisogno di appendere bandiere a rovescio, in questo film; e anche i dialoghi più “scritti”, come quello in cui Di Caprio, nell’atto di mollare l’agenzia, dice al suo superiore ed ex-burattinaio Russell Crowe “tu non sei l’America”, sono sempre saldamente sotto il controllo dell’attore, che può e sa farne un buon uso retorico.

  18. Scott mi ha sopreso perché ha inserito la verticalità dello sguardo nella sua regia.
    Le immagini dagli aerei, gli sguardi dalle finestre dei palazzi. E spazia attraverso questo dispositivo d’osservazione sulla realtà che filma mentre inserisce il dispositivo stesso quale analisi della realtà. La big-picture tecnologica degli schermi contrapposta allo sguardo umano, al controllo reciproco. Eppoi il contrasto tra tecnologia dell’informazione e mezzi legati all’umano che fa circolare l’informazione.
    Però: l’estetismo naturalistico, il convincimento che la realtà mediorentale debba passare da uno sguardo egocentrico, il cinismo cronico affidato a Crowe mentre è con la famiglia e l’auricolare, il pathos dell’attesa scontata nei cunicoli e lungaggini mi hanno se non deluso, quansi annoiato. Syriana era più tedioso ma in un altro senso più fastidioso. Di Caprio diventa così con la nuova morale l’America, quella che supera idealmente il surrogato di cinismo alla Crowe mentre pone una nuova barriera morale quella che t’attendi nella storia d’amore dei due. Quasi che gli occhi della donna che Di Caprio amava contassero solo perché Scott potesse riflettersi dentro.
    Per fortuna c’era Di Caprio. Vah.

  19. ragazzi, scusate se vado fuori tema 1 seconda volta.

    pensavo: siccome io, estate scorsa a parte durante la quale da fine giugno a meta’ agosto sn andata avanti a pippo chennedy show nn ho avuto occasioni d vedervi “insieme” m’e’ venuto in mente 1 possibile sketch: sabi, tu che fai berlusconi sul trono, corrado ke fa tremonti e caterina che fa la gelmini.
    sarebbe fantastico, tutti e 3 in una volta!
    ma probabilmente nn succedera’ mai, vabbe’ era 1 idea….

  20. Aspetta non ho detto che Et LIMON è un capolavoro, ma tra Australia e Et LImon preferisco Et Limon.
    E poi per una come me che è schifosamente filoisraeliana fanno bene questi film che ricordano che in realtà dentro i popoli si nascondono persone.. 🙂

    Non so dire quanto siano clichéttoni i personaggi invece, perché non ho mai vissuto in Medio Oriente (non ancora – presto l’Iran a me!)
    Però rispetto ad altri film che ho visto l’anno scorso questo mi sembrava salvarsi di più. Almeno ci hanno risparmiato gli elenchi cronologici delle varie guerre..

    Ma tu cmq (anzi voi, mi dimentico sempre di Terrone che scrive di meno) sembrate sempre molto attenti al messaggio dei film, quasi più che non alle sue caratteristiche filmiche (perdonami il termine, intendo fotografia /ripresa ecc ecc)
    Io ho sempre tenduto (perdonami anche questo) a guardare esclusivamente a queste ultime, fottendomene altamente del messaggio.
    Nel senso che un bel film che mi dice che il nazismo è bello per me rimane sempre un bel film, anche se non ne condivido il messaggio. Lo vedo come un punto di vista personale di chi l’ha fatto.
    Tipo io mi esalto sempre quando vedo I DIECI COMANDAMENTI o BERNADETTE SOUBIROUS anche se non credo a nulla di quello che raccontano. E’ solo una bella favola.
    Ok il nazismo sarebbe diverso in questo caso.

    Ecco mi è scaduta l’ora alla biblioteca comunale, vi devo lasciare..
    (mi stanno osservando a vista, sono strani qui a Palermo, mi sento un ladro..)

  21. @ Geppetto 55

    riporto letterale dall’art. di Gennaro Carotenuto……….C’è un dato che non può essere eluso quando si parla di bilanci per i dieci anni di governo di Hugo Chávez. Secondo il CEPAL, l’istituto di studi economici delle Nazioni Unite, l’azione del suo governo ha portato al crollo degli indici di povertà dal 50 al 30% e quelli di indigenza dal 21.7 al 9.9%…. Se secondo me, il più grande problema dell’Italia è l’informazione, questa è disinformazione . Chavez è un violento, ignorante, ex golpista, che ha ridotto il venezuela a perdere quel poco che da circa 50 anni aveva conservato, a differenza di molti se non tutti gli altri Paesi sudamericani: “la libertà”. Se volete realmente onoscere cosa è e come è ridotta oggi il Venezuela andate sul sito di talcualdigital.com . <chavez è un bruto, da 10 anni è al potere, “LA DECADA PERDIDA” in un articolo di oggi. Il 15 febbraio ha indetto un referndum per prolungare il suo mandato a tempo indeterminato! Io il Venezuela lo conosco da 40 anni e non da turista, peggio di adesso non è mai stato. Lasciamo perdere i giornalisti che fanno il giro “ufficiale” magari in elicottero, tra chicas e ron poi scrivono l’articolo per i polli che beccano! Con il petrolio a 100 $ negli ultimi 2-3 anni ‘avrebbe potuto trasformarla, in Paaese modello, invece ha solo rubato e sperperato insieme ai suoi compadres.

  22. i due protagonisti sono senza storia , non hanno una famiglia , padri , madri , fratelli , non hanno passato , senza delle vecchie amicizie , senza dei segreti ,
    non hanno legame nè con la terra dove affondano le radici , nè con la cultura che mai viene mostrata nel film; è appena un accenno al padre che non si vuole imitare; il regista ha completamente isolato la ricerca , di diversità , di amore , che non si riesce ad afferare , ma ingenuamente l’ha trasformato e ridotto ad un impulso che vuole far partire la coppia ad abbandonare il vecchio per la novità;
    se un film , andava fatto , sarebbe dovuto partire , da quando questi arrivavano i francia , ed affrontavano il realismo del sogno , invece questo film , non solo è appena un impulso isolato , ma lascia allo spettatore il sogno romantico parigino;
    tutti quei colori , quella brillantezza degli anni cinquanta , è continua nel film , mai si spezza , come era intenzione del regista spezzare gli schemi , insomma il solito film dove si dice ma non si fa;

    è poco più di una chiaccherata , l’unico elemento che porta l’esemplificazione della rottura degli schemi è il figlio della società perfetta , che esce da una clinica psichiatrica per dire alla coppia come funziona il mondo , e tutti applaudono , dicendo genio , non solo ma il regista si sente di giustificare la caratura intellettuale del matto , dicendo che ha un dottorato in matematica e vattelapesca (il matto non può essere una idoneetà per la verità , o almeno non è sufficiente dichiararsi matto , per trarre l’attenzione su di se , ed avere una tribuna privilegiata dove poter esporre una qualsivoglia teoretica intellettuale condizione della società , sarebbe stata una buona parte se il matto sarebbe stato un tal quale che avesse ucciso la propria moglie errando , sarebbe stato una sorta di otello che rimane in vita , dannato nella sua pazzia , capace solo adesso di vedere la semplicità dell’amore);

    un pessimo film;
    rispetto alla ricerca de l’amore , mi viene in mente quarto potere di orson wells , rosabella , ovvero l’amore perduto , e un associazione tira l’altra mi viene la canzone de l’amore perduto , … ricordi , sbocciavano le viole , con le nostre parole , non ci lasceremo mai , mai e poi mai , vorrei dirti ora le stesse cose … ad appassire le rose , amore che strappa i capelli … non resta … carezza e un po’ di tenerezza , e quando … fiori appassiti al sole di un aprile ormai lontano li rimpiangerai , ma sarà la prima che incontri … ricoprirei d’oro per un bacio mai dato , per un amore nuovo … ;

  23. Caro Luca,
    ho visto il film e riletto il tuo pezzo. Digerisco il tutto e domani scriverò -forse- qualcosa.
    Ho trovato i due attori principali, formidabili. Capaci, questi anni dopo Titanic devono essere serviti ai due per costruire e consolidare il lavoro d’attore e attrice.
    Sono parecchio meravigliato.
    Ti ringrazio per avermi convinto a vedermelo (vo-come sempre).

  24. Con molta fatica e altrettanta buona volontà, mi pare che i nostri intenti di confronto stiano producendo qualcosa. Mi fa piacere che Arturo abbia deciso di vedere il film per dire la sua (che aspettiamo), e mi fa anche piacere che Camillozzo abbia deciso allo stesso modo di vedere il film per intervenire con le sue argomentazioni. Alcune delle quali condivido, e che peraltro erano già incluse nel testo di partenza mio e di Enrico Terrone. La figura del “buon pazzo” è, lo ripeto, un’ingerenza nella storia, un intervento autoritario che commenta in scena quello che accade; concordo pienamente con Camillozzo quando aggiunge che nella costruzione del personaggio non si è ritenuta sufficiente la pazzia, e gli si è dato un ulteriore tocco metaforico regalandogli un bel dottorato in matematica. Le altre argomentazioni di Camillozzo non mi sembrano altrettanto valide, per esempio: la questione del passato, dell’epos dei personaggi. Il loro essere gettati, “incasellati” in una società industriale è ben accentuato da una parziale sottrazione dei vissuti, che rende i personaggi ancora più universali, “qualsiasi”. Non sono degli eroi, non hanno avuto particolari traumi da ragazzini, non ci sono “foschi segreti” nelle loro esistenze, e questo è un elemento da apprezzare, perché il “fosco segreto” è un’arma drammaturgica facile facile, che di solito viene impiegata per creare ostacoli esterni e per dare spessore a personaggi che non ne hanno. L’altra obiezione di Camillozzo, quella per cui “Revolutionary Road” è un film in cui “si dice e non si fa”, è un pregio del film, è il problema narrativo del film, ottimamente impostato: il problema dei personaggi è proprio quello del dire e non riuscire a fare, questo innesca il conflitto con estrema coerenza. Se andassero a Parigi assisteremmo a un altro film, sarebbe come chiedersi cosa accadrebbe se Don Chisciotte andasse dallo psichiatra per curarsi dalle allucinazioni, o cosa accadrebbe in “Casablanca” se Bogart cacciasse dal proprio locale Ingrid Bergman a pedate.

  25. Scintillante e speciale, sopratutto agli occhi degli degli altri –spettatori e ammiratori- una storia d’amore può naufragare, affondare mentre l’idea dell’orchestra che suona accompagna l’idea dell’amore perfetto che affonda.
    L’iceberg del conformismo e la morsa della realtà sociale concreta –nella sua più inquietante routine quotidiana- può mettere il freno all’amore, alla vita di coppia, alla vita sognata.
    O allora è l’idea di un perfetto amore che non è sufficiente per attraversare l’oceano e gli iceberg della quotidianità, delle obbligazioni e delle convenzioni sociali, dell’apparente noia.
    L’idea di un perfetto amore non è sufficiente per navigare nella mediocrità di una vita materiale. Nemmeno alcool e sigarette, né il formalismo di relazioni umane aiutano Frank e April ad evitare l’iceberg della realtà. E nemmeno la verità di un pazzo.

    Non ho purtroppo letto il romanzo di Yates, ma se è vero che vale almeno –se non più del film di Mendes- lo leggerò.
    Mendes, mi ha sorpreso, dall’inizio alla fine di R.R. Di Caprio e Winslet mi hanno meravigliato. Lo spazio teatrale ritagliato e cucito per loro da Mendes –senza che il film assomigli a teatro filmato- permette ai due protagonisti di confermare non solo la loro bravura, ma anche l’impressionante feeling che i due coltivano.
    Scenografia e luci? Quadri e fotografia che non si impongono né al film né alla narrazione, ma che li servono. Immagini sublimi: la casa perfettamente ordinata nella sua desolante solitudine. Lei che saluta lui che parte. Il treno.

    Altro punto cardinale: l’assenza quasi totale dei bambini dalle immagini. Un’assenza che mette in luce la frustrazione di April una donna che non è ciò che avrebbe sognato essere. Una donna a cui non basta il ruolo di madre e padrona di casa, una splendida donna a cui la perfezione del formalismo e delle convenzioni sociali non bastano. Ma è la sola? No. E’ la donna nel film che resiste nel peggior modo alla morsa del ruolo che deve vestire. Mendes ci offre altri modelli a cui il ruolo va stretto: la signora quasi isterica, la pseudo amica.

    E gli uomini del film? Abbandonati alla propria mediocrità, infelici nella menzogna nella quale devono vivere, un pazzo, un vecchio che trova la pace nel silenzio. Di Caprio è l’uomo brillante preso nella tenaglia del contrasto che esiste tra le proprie aspettative, le idee che si è cucito addosso e ciò che la vita gli offre. Un’opportunista. Come gli altri. Un ruolo a cui il pazzo non si è voluto adattare, rimandendo nel film il solo carattere che incarna la verità. Una verità scomoda e dolorosa che tonnellate di sigarette e litri d’alcool non riescono ad evuacuare. Nemmeno gli elettroshock. Lo stesso che ho vissuto alla fine di questo magnifico film.
    Che consiglio. Ma solo in grande schermo, in versione originale. Né pompato da internet, né su dvd perché è buonissimo cinema.
    Lo stavo per snobbare, grazie a Luca l’ho visto.
    Sono contento.

    ps. da parte mia consiglio un disco, anzi due:
    Anthony & the Johnsons “The crying light”
    Bashung “Bleu Pétrole”

  26. Ho appena visto Revolutionary road.
    non sono brava nel “fare critiche” ai film, ma posso dire, con parole molto semplici, che è proprio un bel film.
    ricco di significati, di immagini…
    mi piace come è fatto. “tecnicamente parlando”.
    la sceneggiatura, i tempi…
    Kate W. è bravissima, anche Di caprio non mi è dispiaciuto.
    Proprio un bel film…

  27. certamente , tanti sono i pregi che ad un film pessimo si possono attribuire;

    la sostanza , del pessimo la riassumo nuovamente in questa forma : perchè il regista ha ambientato questa storia negli anni cinquanta ,
    non poteva negli anni trenta , o negli anni sessanta , o addirittura negli anni novanta , o ai giorni nostri , perchè questa storia di conflitto di coppia in quegli anni.
    per l’america gli anni cinquanta sono sempre stati un punto di partenza , sono il loro punto di partenza per la loro idealizzata società nuova,
    questa società industriale di cui parli non si vede , non si vede nella produzione , nei drammi , ma si vede solo nei risultati della produzione ,
    insomma si vede una società borghese che vive dei risultati della produzione industriale americana , negli elettrodomestici lucidi , e in tutto
    quell’acquarello che il regista ha usato per dipingere questi anni , ma non si vede il sangue e la carne , non si vede il dramma di quei colori ,
    è questa la radice che manca , sono questi i personaggi che non hanno terra :

    qui tutto piove dal cielo , ed alla fine si costruisce un ponte che da new york arriva a parigi , per dire che cosa ? che questa coppia di
    colonizzatori sono gli avi della nostra cultura; beh , un pochino presuntuoso da parte americana , non nell’idea in se , ma nel modo in
    cui è stata portata e mostrata , come nella più pessima propaganda , questo rimane un pessimo film; se questo ricalca quegli anni cinquanta , ricordo accattone di pasolini , notte prima della quiete di zurlini , e per far capire che cosa è la pasta , consiglio i libri di nuto revelli;

  28. Bellissimo film, una vera sorpresa. Attori formidabili. Winslet strepitosa, bellissima ed espressiva soprattutto nelle scene (apparentemente) tranquille; mi è piaciuta meno nei momenti di rabbia, come nella scena del litigio dopo la rappresentazione teatrale: la gestualità mi è sembrata un po’ artificiosa, ma lo riporto solo per trovare il pelo nell’uovo… Mi ha emozionato molto il “buon pazzo” (deformazione professionale…), estremamente credibile in tutte le sue modalità. Ringrazio Camillozzo ed il redivivo Arturo per gli interventi: non concordo con tutto quello che hanno scritto, ma hanno dato una bella scossa alla conversazione. Al diavolo tutti quelli che usano ANCHE questo spazio per degli OT assolutamente ridicoli. Luca, dici di aver visto degli spunti interessanti anche in Setteanime: se ne stai preparando una recensione ne parleremo in quella sede, altrimenti ti prego di dirmi a cosa ti riferisci: Setteanime è uno dei film più scoentati, deludenti e flaccidi che abbia mai visto al cinema.
    Un saluto a tutti

  29. Anche a me il ruolo del “buon pazzo” come lo definisci tu mi è piaciuto e l’ho trovato molto significativo…
    di questo film mi hanno colpito anche molto i “silenzi” che parlono…

  30. Purtroppo non sarò politically correct, non me ne voglia nessuno, ma non condivido affatto l’analisi di Bandirali-terrone sintetizzata nelle prime tre righe. Sul resto non ho molto da eccepire.
    B-T scrive : “Un uomo e una donna nell’America degli anni ’50 cercano una via alla felicità diversa da quella socialmente determinata, ma le forze contrarie prevalgono. L’intenzione tematica del film tratto dal romanzo di Richard Yates, adattato per lo schermo dall’ottimo Justin Haythe, è sintetizzabile in una formula centrale nella narrativa americana: la felicità è alla portata dell’individuo se sviluppa liberamente la propria personalità”

    Semmai è esattamente l’opposto: il film interpreta bene a mio avviso le intenzioni dello stesso autore del libro, dove lui stesso sostiene che il libro rappresenta la frustrazione di individui che non riescono a “comunicare”, ma che nel loro individualismo aspirano al sogno americano (individualista). Di conseguenza sono soli, nel loro provincialismo, suburbano di origine. La frase forse piu emblematica che li descrive è quella, non del matto, ma della madre del matto, la vicina quando dice che “son fatti l’uno per l’altra”. Sono persone mediocri non perche non abbiano qualità, ma perche non si accettano per quello che sono. Va sottolineata la netta distinzione tra lui e lei in queste aspirazioni. Lui non ce le ha mai avute veramente, e non solo è privo di aspirazioni, ma anche incapace di realizzarle, se non in modo del tutto fortuito (l’idea sul lavoro, del tutto casuale). Mentre è la moglie che incarna il desiderio provinciale di una vita diversa, desiderio un po’ romantico di un tempo di mezzo che non è piu, e che sarà, vivendo cosi il presente , carico si soggettività, come qualcosa che non è mai quello giusto. Per molti aspetti lei sembra un po’ Madame Bovarie.
    Quindi non è affatto vero che le forze contrarie prevalgono (il figlio, la proposta di lavoro, tutte cose controllabili e risolvibili), la forza che prevale e che vince gli individui, è proprio il loro restar chiusi in se stessi, cercando altrove una personalità che non hanno e non avranno mai, perche non si accettano. Ancora di nuovo qui il problema è di una formazione individuale che è sconosciuta agli individui stessi quanto alle sue origini (la società conformista americana degli anni ’50), e che quindi essi subiscono e non sanno superare, pensando che la soluzione sia altrove, in un altro dove. Ma non c’e’ un altro luogo.

    La felicità dell’individuo non puo’ percio essere una semplice realizzazione della propria personalità, a meno di non suppore che la propria personalità preceda già bell’e fatta ogni altra realizzazione, come avviene spesso nella concezione americana dell’uomo.

  31. Forse sarà perchè da tempo considero Kate Winslet un’attrice straordinaria e coraggiosa (quante altre attrici dopo il successo galattico di “Titanic” avrebbero scelto di interpretare film fuorinorma come “Ideous Kinky” e “Holy smoke”?) oltre che una delle donne più belle ed affascinanti in circolazione, ma a me questo R.R. ha veramente scosso l’anima.

    E con questo film anche Di Caprio si conferma un attore di grande spessore.

    La storia racconta di una coppia medio-borghese “quasi” qualunque. E’ una coppia qualunque perchè si ritrova imprigionata negli stessi meccanismi in cui tutti restano imprigionati, ma non lo è completamente perchè una parte della coppia (lei) ha conservato il sogno di poter vivere diversamente.

    Avendo fallito come attrice, April deve rassegnarsi a fare la casalinga e la madre, ma questo non le basta. Cerca allora di coinvolgere il suo uomo nel sogno di una vita diversa, e lui, con tipica superficialità maschile, si mostra d’accordo, salvo poi cambiare le carte in tavola.

    La Via dei rivoluzionari ospita in realtà due quasi-conformisti. Ma chi non è conformista del tutto alla fine se la passa male: può finire in manicomio oppure tentare gesti disperati.

    Eccezionali le scene “a togliere” (in questo senso l’ultima colazione è da brivido) che rendono bene proprio in quanto contrapposte a scene eccessivamente cariche di parole (i litigi, il rimprovero del matto a Frank con la sua conseguente reazione rabbiosa).

    Un film che obbliga lo spettatore a interrogarsi sulle proprie velleità, sui propri “vorrei ma non posso”.

    Un grande film, una Winslet affascinante come non mai e in stato di grazia (per questo film avrebbe meritato un oscar) e un Di Caprio che si conferma attore di prima grandezza.

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