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Repubblica intervista Sabina Guzzanti sul film “La Trattativa”

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Repubblica intervista Sabina Guzzanti sul film “La Trattativa”

Se ve lo siete persi, ieri è uscito un bell’articolo su Repubblica sul film tanto travagliato.
Che ve ne pare? a che vi fa pensare? Buona lettura!

“La trattativa” alla Mostra il 3 settembre (e in sala a ottobre): cronaca dell’estate più infame di Palermo che s’intreccia con misteri di Stato passati e futuri. – Attilio Bolzoni

– La trattativa
ROMA – Il più buffo e sfuggente è il piccolo Ciancimino, Massimuccio, il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo. Spericolato entra in tribunale per un interrogatorio, come in una farsa sorride ai pubblici ministeri che lo stanno per torchiare, incantato li guarda e li definisce «mitici ». Il più smemorato e stordito è l’ex presidente del Senato Nicola Mancino, quello che brigava per non farsi giudicare in Sicilia ma altrove, lontano dall’isola. Nel giorno che viene nominato ministro degli Interni — è il 1° luglio 1992, otto giorni prima avevano fatto saltare in aria Giovanni Falcone — confessa candidamente: «Non lo conoscevo, io Borsellino non l’avevo mai visto ma gli ho stretto la mano». Il più sfrontato e anche il più astuto — come può esserlo solo un uomo d’onore siciliano — si rivela Francesco Di Carlo, boss di Altofonte e poi pentito. Dice che secondo lui Silvio Berlusconi «aveva sì il carattere adatto» per far parte di Cosa Nostra, poi però ci ripensa e sussurra: «No, ci vuole molta più serietà ».

Dopo di loro sfilano, muti o parlanti, funzionari di alto rango, mafiosi, generali, procuratori della Repubblica, assassini, spie, negoziatori e navigatori, frequentatori abituali di labirinti ministeriali. Ogni riferimento a fatti e a persone non è puramente casuale nel film “La trattativa”, scritto, diretto e interpretato da Sabina Guzzanti (con Ninni Bruschetta), che sarà presentato fuori concorso il 3 settembre al Festival di Venezia e uscirà nelle sale a ottobre.

È la lunga cronaca dell’estate più infame di Palermo che s’intreccia con misteri di Stato passati e futuri, tutti gli avvenimenti ordinati con puntiglio uno dietro l’altro senza aggiungere o togliere nulla, senza mai lasciarsi sopraffare dalle vicende esclusivamente giudiziarie o nell’inseguire tesi di questo e quell’altro magistrato. I fatti, solo i fatti — spesso mai negati persino dagli stessi protagonisti trascinati davanti a una Corte d’Assise per rispondere di «attentato a corpo politico dello Stato» — raccolti in un’ora e 40 minuti che alla fine lasciano senza fiato. Il film della Guzzanti comincia e finisce con una domanda seguita da altre due domande. Che cosa è la trattativa? Quello che ci hanno detto i mafiosi? O quello che non ci hanno detto i politici?

Dice lei: «Mi sono chiesta come sarebbe l’Italia di oggi se quella trattativa non ci fosse stata, dopo le stragi del 1992 c’era la possibilità di cambiare e invece oggi noi abbiamo gli stessi imprenditori di trenta anni fa, abbiamo i rappresentanti del capitalismo più imbarazzante d’Europa e ancora le mafie più potenti d’Europa».

Le immagini scorrono e sullo schermo si alternano le battute e le facce di tutti i primi attori di questo grande affaire italiano, di una parte e dell’altra, accusatori e accusati, coinvolti e sconvolti, reticenti o indifferenti, ciascuno con la propria verità dichiarata o accuratamente nascosta. Ex ministri. E poi i magistrati di Palermo come Roberto Scarpinato e Alfonso Sabella, Nino Di Matteo e Antonio Ingroia. E poi ancora mafiosi come Gaspare Mutolo e Maurizio Avola, Leonardo Messina e Gaspare Spatuzza («Io faccio la traduzione simultanea di quello che dice Graviano… «), tutti che portano un loro piccolo o grande «pezzo» in quella storia che è passata alla storia come l’ultima trattativa fra Stato e mafia a cavallo fra le bombe di Capaci e di via D’Amelio.

Il film prova (e ci riesce) ad allontanarsi dai binari dell’inchiesta giudiziaria e da quel processo di Palermo che tanta polemica ha attirato su di sé per raccontare semplicemente cosa è accaduto, circostanze ed episodi che si sono realmente verificati, legati da un filo rosso che parte dalla misteriosa cattura di Totò Riina e dal suo covo mai perquisito. È il 15 gennaio 1993, dopo quasi un quarto di secolo il capo dei capi di Cosa Nostra viene finalmente arrestato ma i carabinieri dei reparti speciali del colonnello Mario Mori evitano di entrare là dentro e qualche giorno dopo lo lasciano svuotare da una squadretta di corleonesi. Proprio in questo punto del film non ci fa una gran bella figura l’ex procuratore capo della Repubblica di Palermo Gian Carlo Caselli, che prima si lascia abbindolare dagli ufficiali del Ros e poi apre (quasi cinque anni dopo) ufficialmente un’indagine su quella mancata perquisizione.

Bruttissima la figura che fa invece un altro procuratore capo, quello di Caltanissetta, Giovanni Tinebra. È l’aprile del 1996, il boss Luigi Ilardo decide di collaborare e dice di non fidarsi di tutti quelli che ha davanti: «Parlo con Caselli ma con Tinebra no, se no ci ammazzano tutti e due». Passano otto giorni e Ilardo è cadavere su una strada di Catania. Solo in pochi sapevano della sua decisione. Tre magistrati e qualche ufficiale dei carabinieri.

Il film, che ha già acceso discussioni dopo soli due minuti di trailer e dopo l’apparizione di quel logo che raffigura lo stemma della Repubblica italiana con al centro — al posto della tradizionale stella — un uomo nero con coppola e lupara, entra nelle pieghe più oscure di un’Italia che da sempre sopravvive fra patti e ricatti. “La trattativa” spiega tutto con ordine. Chi vuole può capire, può anche intuire che i personaggi presentati non sono gli unici ad avere avuto a che fare con quegli accordi. Ci sono complici rimasti nell’ombra. (22-08-2014)

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5 Commenti

  1. Sì! Davvero un bell’articolo 🙂

    La “trattativa”…mah, che dire?! A me fa riflettere (ed al solo pensiero rabbrividisco) non tanto la circostanza che una trattativa ci sia stata (che comunque condanno convintamente), poiché sarebbe anche come dire che giunti ad un certo punto, magari in cui si sia reputata la misura davvero colma (mi riferisco ai fallimenti della lotta alla criminalità organizzata), lo Stato, stremato, confuso, perdente, rabbioso (e che ne ha più ne metta), abbracciano l’assunto machiavellico del “fine che giustifica i mezzi”, abbia quindi deciso di scendere a patti con il nemico (mi ripeto: lo condanno sempre e comunque).

    Quello che invece mi annienta dentro, mi annichilisce, mi rende davvero basito è che, questa trattativa, quale che ne fosse stato l’esito, ci avrebbe sempre e comunque condotti nel baratro, e quindi tanto in caso di fallimento (e lo si è visto), ma anche nel caso fosse andata, a loro giudizio, a buon fine: non dimentichiamoci che se all’esito di quella, fossero poi giunti a stringersi la mano, beh (lo intuisce egregiamente Sabina in quest’articolo) le redini del Paese le avrebbero avute proprio “gli stessi imprenditori di trenta anni fa (…), i rappresentanti del capitalismo più imbarazzante d’Europa e ancora le mafie più potenti d’Europa”.

    Ovvero??? Le medesime persone a cui è stato consegnato il Paese nonostante la trattativa sia fallita, il che conferma il mio terrore d’apertura: il vero dramma è che abbiamo (e avremmo) comunque perso!!!

    Sconfitta che, probabilmente, si sarebbe però potuta scongiurare nel caso in cui, e se lo chiede retoricamente ancora Sabina (con cui straconcordo), questa trattativa non fosse proprio mai nata: “Mi sono chiesta come sarebbe l’Italia di oggi se quella trattativa non ci fosse stata, dopo le stragi del 1992 c’era la possibilità di cambiare (…)”

    Grazie un miliardo Sabina, più di quanto immagini!! 🙂

  2. Riflettevamo su questa tua frase: ‘Mi sono chiesta come sarebbe l’Italia di oggi se quella trattativa non ci fosse stata, dopo le stragi del 1992 c’era la possibilità di cambiare e invece…’.
    Dal 1992, ripercorrendo a ritroso la storia della nostra Repubblica, fino alle sue origini, ogni volta che si sia avuta l’opportunità di un cambio di marcia, c’è sempre stato qualcosa che ha fatto sì che si rimanesse ancorati allo status quo. Pensavamo a Tangentopoli a alla fine della cosiddetta Prima Repubblica, al caso Moro…fino al processo mai veramente celebrato contro il fascismo.

    Per quanto riguarda il tuo film, non vediamo l’ora che sia nelle sale!
    Sarà davvero interessante e crediamo sconvolgente vedere questi fatti, che abbiamo tutti vissuto in questi anni, dispiegati davanti ai nostri occhi, uniti da un filo rosso rimasto (mantenuto) finora per lo più invisibile.

  3. Da come è scritto sembra che gira un minestrone mantenendo la distanza sulla qualità degli ingredienti dando per scontato che tutti ne conosciamo il risaputo sapore. Non lo dice, ma dal ritmo sembra voler dire la solita minestra. Aspettiamo di vedere il film.

  4. -“La trattativa” spiega tutto con ordine. Chi vuole può capire, può anche intuire che i personaggi presentati non sono gli unici ad avere avuto a che fare con quegli accordi. Ci sono complici rimasti nell’ombra. – mi chiedo: ma attilio Bolzoni, lui ha voluto capire? ha capito? NEL SUO ARTICOLO, NON Ci E’ DATO SAPERE …

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