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Le minacce a di matteo minuto per minuto

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Mafia Di Matteo Minacce Magistrati

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Le minacce a di matteo minuto per minuto

Le nuove minacce risalgono al 16 novembre 2013. Sono le 9.30 e il boss parla ancora con il boss della Sacra Corona Unita Alberto Lo Russo durante l’ora della cosiddetta socialità nel carcere milanese di Opera. Il magistrato, pubblica accusa nel processo sulla trattativa, è sottoposto a livello eccezionale di protezione. Il padrino di Corleone su Napolitano: “Non deve andare a testimoniare”.

“Facciamola grossa e non ne parliamo più”. Il boss Totò Riina da mesi minaccia il pm di Palermo Nino di Matteo. E da mesi il padrino di Corleone, detenuto al 41bis, intercettato fa arrivare i suoi ordini di morte dal carcere. Il magistrato, tra l’altro pubblica accusa nel processo sulla trattativa Stato-mafia, è già sottoposto a un livello eccezionale di protezione. Il boss usa anche le stesse parole che in un’altra intercettazione aveva usato per i magistrati Falcone e Chinnici: “Ti farei diventare il primo tonno, il tonno buono”. Nelle conversazioni, depositate agli atti del processo, il boss dice anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, non deve andare a testimoniare al processo in corso a Palermo.

Il boss a un esponente della Scu: “Organizziamola questa cosa”. Le nuove minacce risalgono al 16 novembre 2013. Sono le 9.30 e il boss parla ancora con il boss della Sacra Corona Unita Alberto Lo Russo durante l’ora della cosiddetta socialità nel carcere milanese di Opera. Mentre Riina dice “organizziamola questa cosa”, tira fuori la mano dal cappotto e gesticolando mima il gesto di fare in fretta, come scrivono gli uomini nella Dia nell’intercettazione depositata questo pomeriggio dai pm nel processo per la trattativa. Riina dimostra di non avere paura di Di Matteo: “Vedi, vedi – dice – si mette là davanti, mi guarda con gli occhi puntati ma a me non mi intimorisce…”. Poi sul progetto di attentato: “Questo Di Matteo non se ne va, gli hanno rinforzato la scorta e allora, se fosse possibile, ad ucciderlo… Una esecuzione come eravamo a quel tempo a Palermo con i militari”. E parla del fallito attentato al vicequestore Rino Germanà, nel trapanese. Il poliziotto si salvò solo perché si era gettato in mare mentre il boss Bagarella gli sparava. Era il 14 settembre del 1992, pochi mesi dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio: “Partivamo la mattina da Palermo a Mazara. C’erano i soldati poverini a fila indiana a quel tempo… Era pomeriggio, tutti i giorni andare e venire, da Mazara. A chi hanno fatto spaventare, a nessuno, che poi quello si è buttato a mare. Loro facevano avanti a indietro e gliel’hanno fatta là a Germanà”. “Questo Di Matteo non ce lo possiamo dimenticare. Corleone non dimentica” aveva detto Riina a un esponente della Sacra Corona Unita con cui condivideva l’ora d’aria il 14 novembre dell’anno scorso. Al mafioso pugliese che gli chiedeva come avrebbe fatto ad eliminarlo se l’avessero portato in una località riservata, Riina avrebbe risposto: “Tanto sempre al processo deve venire“. E per questo il magistrato non aveva presenziato all’udienza che si è tenuta a Milano l’11 dicembre scorso quando è stato sentito Giovanni Brusca. In una intervista al Fatto Quotidiano il pm lanciava l’allarme sulla sua vita: “Ha ordinato di uccidermi”.

“Ti farei diventare il primo tonno, il tonno buono”. “Ti farei diventare il primo tonno, il tonno buono”dice Riina parlando di Di Matteo con il pugliese. “Questo pubblico ministero di questo processo che mi sta facendo uscire pazzo”, aggiunge. ”Mi viene una rabbia, ma perché questa popolazione non vuole ammazzare a nessun magistrato? A tutti … ammazzarli, proprio andarci armati e vedere … Si ingalluzziscono, proprio si ingalluzziscono… perché c’è la popolazione che li difende, che li aiuta. Quelli però che devono andare a fare la propaganda là, sono quelli che devono andare a fare la propoaganda. Hanno lo scopo in testa per uno ‘strumentio’ (strumentalizzazione nde) completamente e le persone sono con loro…”. Il boss, parlando sempre con Lo Russo, ricorda la strage in cui fu ucciso il giudice Rocco Chinnici, saltato in aria per l’esplosione di un’autobomba il 29 luglio del 1983. Il capomafia assistette da lontano un commando di killer di Cosa nostra, che sbalzò in aria il magistrato facendolo poi ricadere a terra: “Quello là saluta e se ne saliva nei palazzi. Ma che disgraziato sei, saluti e te ne sali nei palazzi. Minchia e poi è sceso, disgraziato, il Procuratore Generale di Palermo … Per un paio d’anni mi sono divertito. Minchia che gli ho combinato“. E ancora “dobbiamo prendere un provvedimento per voialtri – dice Riina come se parlasse ai magistrati -, uno che vi fa ballare la samba così che vi fa salire nei palazzi e vi fa scendere come vuole, come se fossero formiche”.

“Il presidente non deve testimoniare al processo”. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano “non deve testimoniare al processo per la trattativa tra Stato e mafia” risponde il capomafia a Lo Russo che a Riina dice che in televisione sono in tanti i politici a stigmatizzare la richiesta della Procura di ascoltare in aula il Presidente Napolitano. Lo Russo cita anche il vice presidente del Csm Michele Vietti e altri politici, concordi nel ritenere inopportuna la testimonianza di Napolitano. Riina dice: “Fanno bene, fanno bene… ci danno una mazzata… ci vuole una mazzata nelle corna… a questo pubblico ministero di Palermo”. E Lo Russo ribatte: “Sono tutti con Napolitano dice che non ci deve andare. Lui è il presidente della Repubblica e non ci deve andare”. Riina dice: “Io penso che qualcosa si è rotto…”. E parlando del pm Nino Di Matteo: “Di più per questo, per questo signore che era a Caltanissetta, questo che non sa che cosa deve fare prima. È un disgraziato… minchia è intrigante, minchia, questo vorrebbe mettere a tutti, a tutti, vorrebbe mettere mani… ci mette la parola in bocca a tutti, ma non prende niente, non prende…”.

Riina su Messina Denaro: “Pensa solo a se stesso…”. Il padrino di Corleone parla anche del boss di Castelvetrano Matteo Messina Denaro. In una intercettazione ambientale, fatta dagli investigatori lo scorso 30 ottobre Riina si lamenta: “A me dispiace dirlo questo signor Messina” che per gli inquirenti è Messina Denaro, “questo che fa il latitante che fa questi pali … questi palo eolici… i pali della luce”. E Lo Russo, di rimando, gli dice: “Pensa solo a se stesso… pazienza”. Riina replica: “No, ma per dire che questo si sente di comandare, si sente di fare luce ovunque, fa luce, fa pali per prendere soldi, per prendere soldi, ma non si si interessa di…”. Insomma, secondo il boss Rina, Messina Denaro si interesserebbe solo agli affari con l’energia eolica e non dei ‘bisogni’ di Cosa nostra. Riina ricorda: “Ah, se ci fosse suo padre buonanima, perché suo padre era un bravo cristiano, u zu Ciccio era di Castelvetrano, però… e devo dire la verità ha fatto tanti anni di capomandamento a Castelvetrano, a lui gli ho dato la possibilità di muoversi libero… però era un cristiano perfetto, un cristiano, un orologio, lo chiamavo ‘u rugiteddù. Questo qua, questo figlio lo ha dato a me per farne quello che ne dovevo fare, è stato qualche 4 o 5 anni con me, impara bene, minchia, tutto in una volta, si è messo a fare luce e… tutti i posti a fare luce. Che vuoi, fanno altre persone e a noi ci tengono in galera, sempre in galera, però quando siamo liberi li dobbiamo ammazzare“.

da ilfattoquotidiano.it, 20 gennaio 2014.

Leggi anche >> I dialoghi di Riina.

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7 Commenti

  1. Da tutto questo emergono fatti gravissimi. Oltre alle esplicite minacce a Di Matteo, anche gli espliciti riferimenti all’opportunità che Napolitano non testimoniasse al processo di Palermo per la trattativa Stato-mafia.
    Allarmante il perdurare di un assordante silenzio.

  2. @giano parla molto e di molte cose riina. vi ricorderete che a proposito dei pizzini rinna aveva battezzato sarcasticamente provenzano “lo scrittore”. ora possiamo dire che se provenzano è scrittore riina è opinionista:)

  3. cara sabina, vedi che e’ uno stato intimamente connesso con la società mafiosa. come si puo premettere ad un boss pluricondannato e sottoposto ad isolamento di minacciare pubblicamente magistrati dal carcere?! queste cose neanche in africa succedono, dove sicuramente c’e’ piu animismo ma meno mentalita’ mafiosa… quanta gente da mandare a lavorare nella miniera in rep ceca…

  4. Avvenimento importante

    Francesco Miglino
    circa un’ora fa tramite YouTube
    La determinazione di depredarci dei collaborazionisti e’ sotto i nostri occhi.

    Dopo la Banca d’ Italia, sono state cedute il 40% delle quote delle nostre poste ricchissime di immobili strategicamente collocati nel territorio.

    Coloro che ci stanno privando, nel silenzio complice della stampa, dei nostri patrimoni ci danno carta stampata senza copertura di nessun genere, e si portano via le nostre i ricchezze reali.

    Infatti gli stampatori di moneta debito, investendo soltanto trecentomila euro, stampano banconote per un valore facciale 5 miliardi di euro.

    Per capire il trucco con cui si depredano i popoli e si accumulano immense ricchezze, seguire lo schema esposto:

    Se al solo costo di 3 centesimi, per spese di stampa, inchiostro e grafica facciale, gli stampatori di moneta debito producono banconote da 500 euro,
    – spendendo 30 centesini di € producono 5000 € ;
    – spendendo 3 euro producono 50.000 € ;
    – spendendo 30 euro producono 500.000 €;
    – spendendo 300 euro producono 5.000.000 €.
    – spendendo 3.000 euro producono 50.000.000 €;
    – spendendo 30.000 euro producono 500.000.000 €;
    – spendendo 300.000 euro producono 5.000.000.000.€ (cinque miliardi di euro)

    Dopo la Banca d’ Italia, l’ attacco alle ricche e produttive strutture pubbliche italiane continua con il sistema di comperare con moneta creata DAL NULLA, senza copertura aurea, da parte delle banche centrali private e straniere.

    La devastazione del nostro tessuto sociale avviene con le stesse modalita’ applicate in altre nazioni, cioe’ con il tradimento dei politici corrotti e la mancanza di informazione al popolo, che non conoscendo gli accadimenti non è in grado di difendere i patrimoni della sua nazione.

    Noi Italiani siamo terribilmente soli.
    Dove sono i politici che dicono di non essere dei traditori corrotti, che abbiamo mandato in parlamento per difenderci? Dove sono gli intellettuali che tacciono e fuggono? Dove sono i giornalisti che si dicono democratici ?

  5. ROMA – «Nel 2010, quando scoppiò lo scandalo che coinvolse Silvio Berlusconi, Ruby era maggiorenne». Le dichiarazioni di Mohamed Mobdii, ministro della funzione pubblica del Marocco, potrebbero essere una testimonianza fondamentale a favore del Cav.

    È quanto si legge sul sito arabo on line Akhbarona, che ha ripreso in parte un’intervista a Mobdii, all’epoca dei fatti parlamentare della circoscrizione di Al Fakih Bensalih.

    «Il ministro Mubii conferma l’innocenza di Berlusconi nel caso di Ruby. Non era minorenne», è il titolo della notizia. «Il ministro della Funzione Pubblica, Mohammed Mudii, afferma che è stato proprio lui a firmare l’atto di nascita di Karima Al mahrough, conosciuta come Ruby, nel 1992, quando era presidente della circoscrizione di Al Fakih Bensalih», si legge nel sito arabo.

    «In un intervista col quotidiano Al Akhbar, il ministro ha ribadito che Ruby non era minorenne al momento dello scandalo di prostituzione minorile che vede coinvolto l’ex primo ministro Berlusconi, perchè Ruby era nata nel 1992».

  6. AI LAVORATORI FIDELIZZATI PD CHE PARTECIPANO ALLA RICORRENZA DEL 25 APRILE
    La classe operaia italiana, oggi abbandonata vilmente a se stessa, ha seguito ingenuamente le confuse predicazioni operaiste di intellettuali che non hanno mai avuto una visione strategica dell’ avvento proletario marxista.
    Cattolici dal piglio gramsciano, snobbavano le elaborazioni di Antonio Labriola, incagliati spesso nel fanatismo gestuale settario e sanfedista dell’ingegner Bordiga.
    Nessuna visione dialettica era nei programmi, al punto che la classe operaia è stata tenuta impegnata per mezzo secolo al guinzaglio di una mera lotta di rivendicazioni salariali, che non ha portato ad alcuna seria formazione della coscienza di classe.
    Grazie alla forza numerica, alla partecipazione alla lotta, nonché alle collocazioni strategiche delle sezioni del PCI sul territorio nazionale, le rivendicazioni avrebbero potuto essere più incisive e la classe operaia avrebbe potuto ottenere di partecipare alle scelte produttive al tavolo del Consiglio d’ Amministrazione delle più importanti industrie.
    Nulla di tutto questo è avvenuto. I sindacati fortemente legati al PCI, non hanno approfondito le strategie della borghesia per orientare e dirigere i processi produttivi come previsto da Marx,

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