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Le Buone Intenzioni

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LE BUONE INTENZIONI
Riflessioni su film e politica nell’Italia contemporanea, prendendo spunto dalla rassegna itinerante «Libero Cinema in Libera Terra»

di Francesca Negri

Libero Cinema
Durante il periodo estivo il cinema esce dalle sale e scende in piazza. In senso letterale e figurato. Da un po’ di anni a questa parte, infatti, è un florilegio di rassegne di cinema all’aperto di ogni tipo e gusto (al pari dei festival). Per lo spettatore, il più delle volte, è l’occasione per fuggire alla calura metropolitana con un film e un buon gelato. Senza troppe pretese, accetta di sedere su appiccicose sedie di plastica, sopporta qualche classico riesumato, due o tre autori indipendenti, in attesa dell’immancabile blockbuster stagionale. C’è, però, chi recupera della piazza il suo senso primigenio – quello greco dell’agorà come centro della polis – e organizza proiezioni dove il cinema è chiamato a ricoprire, oltre alla sua (antica) funzione di aggregante collettivo, quella di promotore di un certo tipo di discorsi sociali. Un cinema, cioé, di stampo civile, politico, documentario. Che resiste, anche in piena estate, alle maliarde tentazioni dell’intrattenimento spicciolo.
Emblematica, in questo senso, la rassegna itinerante «Libero Cinema in Libera Terra», promossa da Cinemovel Foundation – associazione che porta fisicamente il cinema nei villaggi più reconditi dell’Africa, di cui Ettore Scola è presidente onorario – e dal gruppo di Libera, l’associazione per la lotta alla mafia fondata nel 1995 da don Luigi Ciotti.

Anche quest’anno – il secondo, per la precisione – don Ciotti è riuscito ad assemblare un’interessante rassegna cinematografica, portando registi, attori e relativi film nelle piazze di alcuni degli storici avamposti della criminalità organizzata, là dove furono arrestati alcuni dei più noti capi mafia e le loro terre confiscate, le stesse terre che ora le cooperative di Libera Terra cercano di lavorare (incendi permettendo) per restituirle a un uso socialmente più utile e sicuramente più legale. Un totale di quindici i film che hanno attraversato la Puglia di Mesagne, la Calabria di Polistena, nella piana di Gioia Tauro, e ancora Palermo, Corleone, Monreale, Cinisi, fino in Campania e Lazio. Quindici film che hanno costituito un programma ovviamente consono al contesto. Si va dal pluriproiettato – in questa rassegna, s’intende – Fortapasc di Marco Risi (2009), al documentario prodotto dai fratelli Muccino in ricordo delle vittime di mafia Io ricordo di Ruggero Gabbai (2008), a pellicole più datate come Placido Rizzotto di Pasquale Scimeca (2000), Pater Familias di Francesco Patierno (2002), In un altro paese di Marco Turco (2005) e altre di provenienza estera come il Milk di Gus Van Sant (2008), la recente e discussa Onda di Tennis Gansel (2008) e il notevole documentario sul viaggio della speranza di Biadene, Segre, Yimer Come un uomo sulla terra (2008). In elenco, oltre a qualche altro film documentario italiano (Biutiful Cauntri, Vota Provenzano), anche pellicole politiche in senso più lato: Sorrentino con il suo Le conseguenze dell’amore e L’amico di famiglia, ma senza Divo, già protagonista indiscusso nell’edizione precedente, insieme al Gomorra di Garrone. Tutti film che potremmo genericamente definire “impegnati”, tolta forse la piacevole, ma altrettanto discutibile commedia di Giulio Manfredonia, Si può fare (2008), perfetto ritratto di un’Italia rimasta incastrata nei suoi cliché ideologici – e morettiani – delle “cose di destra” e delle “cose di sinistra”. Cliché che, magari meno apertamente, sono rintracciabili anche in alcuni degli altri film in rassegna. Ma questa, mi rendo conto, è una critica inappropriata, innanzitutto rispetto al contesto in questione, che è quello di una rassegna dove la valenza simbolica soppianta qualsiasi altra riflessione rispetto ai testi che la compongono. E il tema è quello di un’Italia, di un popolo, di uomini che sullo schermo e nella piazza hanno scelto di resistere. Di resistere e combattere contro la mafia. Come organizzazione criminale e come forma mentis.

Libera Terra
Ma chi sono questi uomini della nuova – mi si passi il termine – “resistenza” italiana? Verrebbe da dire: tutti, ovviamente! Ma nel dirlo, saremmo un poco in malafede. L’impressione è che oggigiorno essere “contro la mafia” sia una qualifica alquanto abusata. Tutti sono contro la mafia (quanto meno ufficialmente, perché si sa che poi tra il dire e il fare c’è di mezzo un mare di tangenti, collusioni, clientelismi e convenienze, che rendono la mafia “parlata” ben lungi dalla mafia “reale”), come tutti sono per la pace tra gli uomini e per un mondo migliore. Di fatto, però, in Italia si continuano a produrre armi da guerra e il mondo – quello italiano, almeno – non sembra dar cenni di grande miglioramento. Il gap è da rintracciarsi tra la dichiarazione di principio e l’azione politica. L’azione di governo strictu sensu. Un gap che riguarda la Politica con la “P” maiuscola. Quella stessa politica che molto cinema, recente e passato, ha contribuito a ricordarci come imparentata a stretto giro con la mafia stessa. Va da sé, quindi, che essere contro la mafia significa essere anche contro il “Potere” e contro chi lo detiene. In sostanza, una battaglia per anarchici o per uomini in stato di perenne opposizione. Che tradotto sul piano della storia politica italiana (specie recente), significa uomini di (estrema) sinistra.

Ha ben da dire don Ciotti, allora, quando ricorda che la lotta alla mafia è e deve essere trasversale, apartitica. Una lotta che deve essere degli italiani tutti. Concetto inappellabile sul piano teorico. Ma che sul versante pratico si traduce in una battaglia che resta, nella stragrande maggioranza dei casi, appannaggio di una certa parte della popolazione italiana, ovvero quella ideologicamente schierata “a sinistra”. E per la quale, giustamente, la rassegna è stata pensata, alimentando un preciso immaginario che è quello, poi, che fa sì che il concetto di lotta alla mafia si coniughi in una serie di varianti più o meno autorizzate, che vanno dall’essere contestualmente anche contro il governo, contro la destra o contro Berlusconi (sfumature diverse per nominare il medesimo nemico).

Sarebbe interessante, allora, analizzare la rassegna di «Libero Cinema in Libera Terra» proprio sotto il profilo dell’immaginario che contribuisce a promuovere. Perché sul fatto che l’operazione possieda un incontestabile valore politico e simbolico non c’è molto da discutere. Ma siamo altrettanto sicuri che anche i film proiettati siano ugualmente incontestabili? La domanda, per quanto provocatoria, resta lecita. E necessiterebbe di una risposta. Per farlo, però, saremmo costretti a riaprire per l’ennesima volta quel vaso di Pandora da cui fuoriescono decenni e decenni di contraddizioni tuttora insanate (forse perché insanabili), che avviluppano da sempre il dibattito critico su un certo cinema di impegno civile.

Agiografie
Vittima dello squilibrio ponderale tra forma e contenuto (a netto vantaggio di quest’ultimo), i film cosiddetti impegnati tendono inevitabilmente ad autogiustificarsi. Il solo fatto di riportare alla luce verità misconosciute o di ricostruire l’epica di eroi civili vale in quanto tale, a prescindere da come ciò avvenga e da quali implicazioni di senso comporti. Il giudizio critico si attenua, qualora non si sospenda del tutto. Per non parlare di quello estetico, che nella maggior parte dei casi non è nemmeno preso in considerazione. Dire allora che Fortapasc è un “brutto” film non è possibile, tanto meno se lo si dice durante una proiezione di Libero cinema (a meno che non si ami il rischio della fustigazione in pubblica piazza). Tant’è. Fortapasc è un “brutto” film, perché ricostruisce la finzione senza decostruire la realtà. Perché utilizza un’estetica da reportage talmente manifesta da risultare barocca, artificiosa. E si riduce a mera agiografia, anche un po’ faziosa sotto il profilo documentario, sebbene abbia il pregio di riportare alla memoria di molti la vicenda dimenticata (per dolo o per superficialità) di Giancarlo Siani. Il valore di Fortapasc finisce quindi per corrispondere al suo essere, per l’appunto, un’agiografia. Quindi, come tutte le agiografie, importantissima sotto il profilo simbolico, quale esempio morale (e spirituale) per tutti.

C’è però, rispetto a questo discorso, un aspetto ulteriore. Consiste, e questa rassegna lo mette chiaramente in luce, nella tendenza di molto cinema nostrano ad alimentare una certa “epica della vittima”, sorta di passione per la biografia romanzata dell’eroe-martire (che potremmo intendere come sotto-genere dei biopic). L’epica, in sostanza, dell’uno contro tutti (o dei pochi contro tutti gli altri). Che riecheggia, però, il meno apprezzato motto (almeno da parte di chi solitamente realizza questi film) dell’ “uomo solo al comando”. Visione di stampo decisamente più militaresco e quindi – mi si passi il luogo comune – molto più “di destra” che “di sinistra”.

Con questo, ovviamente, non si vuole sminuire il ruolo storico e civile di quegli uomini che sono poi divenuti personaggi di fiction cinematografiche (o televisive, più spesso), per essere ricordati quali exempla. Il più celebre, per il successo di pubblico ottenuto, è il film di Tullio Giordana sulla vicenda umana e politica di Peppino Impastato (I cento passi, 2000). Ma di certo non è da sottovalutare che già solo in questa rassegna ci siano diversi film che operino in questa direzione, dal già citato film di Risi, al Placido Rizzotto, all’antieroe riscattato, il riabilitato pentito di mafia Leonardo Vitale di Incerti, fino all’epica di Falcone e Borsellino, che fanno ovviamente da presupposto al film di Turco sul maxi-processo di Palermo. Vero è che la figura dell’eroe appartiene di fatto alle fondamenta della narratologia e ha radici antiche, anzi, antichissime. Già l’Iliade esordiva con un “Cantami, o Diva, del Pelide Achille”. Del Pelide Achille, quindi, e non degli achei tutti, che la facevano giusto da sfondo fin dal principio e per tutto il poema. Ma vero anche quanto scriveva Brecht, ovvero che è “beato quel popolo che non ha bisogno di eroi”.
Insomma, stando alla proliferazione di eroi (civili) e di processi di santificazione (cattolici) che sono apparsi sui nostri schermi negli ultimi anni, pare evidente che l’Italia non sia ancora tra quei popoli che possa in qualche modo sperare di assurgere alla beatitudine. Nel frattempo, si ingrossano le fila dei caduti. E relative commemorazioni. Questo, però, non è mai un buon segno per la salute di un popolo. Perché segnala l’esistenza di un conflitto irrisolto. Non è di per sé un male che il recente cinema più impegnato scelga di operare nel solco di quella memoria storica che passa attraverso la celebrazione dei propri eroi. D’altronde, Rosi fu maestro in questo. Ma le modalità con cui sceglie di farlo sembrano scordare che tra oggi e Rosi sono trascorsi almeno quarant’anni di storia italiana.

Non si può fare
Forse, allora, è significativo che l’unica commedia che ritroviamo nella rassegna di Libera, il Si può fare di Manfredonia, sia proprio un tentativo di crasi tra due epoche storiche, entrambe caratterizzate da un’apparente speranza di cambiamento, quella “veltrobamiana” contemporanea che dà titolo al film, e quella socio-culturale dell’Italia post-basagliana. Crasi che di fatto cortocircuita, nonostante le buone intenzioni del regista, verso i soliti stereotipi di cui sopra. A difesa del film si potrebbe dire che si tratta pur sempre di commedia, anche ben sceneggiata tra l’altro, che in quanto tale fa capo a una serie di convenzioni di genere che necessariamente tendono alla semplificazione e alla stereotipia. Senza contare quelle regole di mercato che fan sì che Bisio sia più spesso Bisio che il sindacalista Nello e che sia ovviamente prevista a copione una (infelice) storia d’amore tra la bella e stronza (Rosaria Russo) e il bello ma psicotico (Andrea Bosca). E’ una commedia, quindi! Una favola, un po’ grottesca e un po’ agrodolce, come quelle che piace tanto raccontare a Manfredonia. Cosa si pretende, allora? Nulla, di per sé. E infatti non si avrebbe nulla da eccepire, se non fosse che il film è nel programma di Libero cinema. E se lo è, un motivo ci sarà. Non di mafia, né di mafiosi, né di morti per mafia si parla nel film. Ma di un sindacalista illuminato messo a capo di una cooperativa di ex malati mentali che insieme a loro sviluppa un’attività in grado di restituirgli lavoro e dignità. Perché, allora, il film è inserito in rassegna? Perché sia il film che la rassegna nel suo complesso condividono la medesima welthanshaung, il medesimo idealismo di fondo. Si può fare parla di sogni, di tenacia, di riscatto. Tutte cose belle, condivisibili. E lo fa nel tono della commedia, che è brillante, emotivamente coinvolgente. Ma lo fa anche seguendolo dal punto di vista di un sindacalista. Di un uomo che è “di sinistra” (come più volte ripetuto nel film), e che come tale si comporta ottemperando a tutta una serie di luoghi comuni: si va dalla giacca con le toppe ai gomiti, allo stipendio miserrimo, alla visione “illuminata” nella gestione delle patologie mentali (la presenza del caratterista Battiston, come medico anticonvenzionale che appoggia Bisio nel suo progetto è emblematica in questo senso). Ce n’è anche per la controparte, rappresentata nelle vesti dell’ex sessantottino ed ex amico “Padella”, imprenditore nel mondo della moda, per cui lavora tra l’altro anche la ragazza di Nello, rapporto che rappresenta l’unica forma di compromesso tra il mondo borghese, artefatto, immorale del vil denaro modaiolo con quello dei valori veri e profondi, quelli di Nello e della sua cooperativa. La lista è lunga. Il risultato preoccupante. Non perché non sia un film gradevole. Anzi. Ci si sente rinfrancati dalla storia di Nello e dei suoi matti riscattati, tanto più se si pensa che è “basata su una storia vera”. E poi non si può non ridere delle vicende tragicomiche di questo gruppo di “sbandati”. E per un attimo non sperare che davvero “si possa fare”. Ma il problema è sempre quello. Come? Perpetrando una visione bipolare del mondo, dove i buoni stanno di qua e i cattivi di là? Dove i buoni sono buoni a costo di enormi sacrifici personali, sempre costretti ad abbracciare l’etica del pauperismo e del fai da te (contro tutti gli altri, che non la pensano come te)? Insomma, una politica da “beati gli umili, perché a loro appartiene il Regno dei cieli”? Encomiabile, certo, sotto il profilo umano. Ma che desta qualche perplessità quando si tratta di tradurla in altra politica, quella governativa.

Fa bene il fou savant Gigio, allora, a diffidare dalle cose fatte in casa, perché – dice – “dentro c’è il veleno”. Forse davvero nelle cose più genuine, apparentemente più buone, dentro, rischia di esserci del veleno. L’impressione è che nel film di Manfredonia ce ne sia racchiusa una dose consistente. Forse da non morirci, ma sufficiente per continuare a sentirsi un po’ male. E sotto certi aspetti, anche la rassegna di Libera rischia di essere una forma di avvelenamento involontario, quando sul piano di una lotta reale, concreta, rappresentata dagli operatori di Libera Terra, associa un sostrato di ecumenismo ideologico.

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