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La rivoluzione comincia dai beni comuni

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La rivoluzione comincia dai beni comuni

Come qualcuno già sa, nei teatri occupati, si stanno sviluppando riflessioni molto interessanti, che coinvolgono anche quelli che hanno promosso i referendum.

Sabato mattina (domani sabato 17), alle 11 al Teatro Valle, e alle 17 al Cinemapalazzo di San Lorenzo ci saranno due dibattiti su questi temi.

Qui sotto vi ho “copincollato” l’introduzione al libro di Lucarelli (neo assessore con De Magistris che sta mettendo in pratica queste teorie accanto a forme sperimentali di Democrazia Diretta). Ci sono concetti base che è utile conoscere per chi non potesse partecipare domani.

Buona lettura.

Introduzione
La straordinaria vittoria referendaria per l’acqua pubblica del 12 e 13 giugno 2011, ma più in generale per la tutela dei beni comuni e dei servizi pubblici essenziali, ha rappresentato un evento straordinario che oserei definire di portata rivoluzionaria.

Oltre ventisette milioni di cittadini hanno impedito la realizzazione di un progetto di saccheggio dei beni comuni; il popolo si è riappropriato della sua sovranità per troppo tempo espropriata da una democrazia formale, ostaggio di aggregazioni pubblico-private, espressione di interessi privati e particolari.

Occorre, tuttavia, continuare ad affrontare, con serietà e coerenza, ancora una serie di battaglie e conflitti per attuare la volontà referendaria, ma soprattutto per vincere definitivamente la “guerra” dei diritti fondamentali contro i continui tentativi di depredazione dei beni comuni.

I comuni hanno una grande responsabilità, ovvero far partire dal basso un progetto federativo, una vera e propria rete, tale da proporre modelli alternativi di sviluppo e di governo della cosa pubblica.

La città di Napoli si è “dichiarata” pronta per un gran progetto politico “nazionale” fondato proprio sui beni comuni e la democrazia partecipativa; un progetto che sappia stare dentro ed oltre la Costituzione, alla ricerca delle nuove dimensioni del diritto pubblico.

Un progetto politico fondato sulla sovranità effettiva dei cittadini, pronto a reagire agli immediati tentativi di controriforma.

E’ necessario reagire alla dittatura del “patto di stabilità”, porre subito la questione politica sul piano nazionale e contrastare i rinnovati progetti di svendita della cosa pubblica, quale quello posto in essere con il recente “decreto di ferragosto”, ora convertito in legge n. 148/2011.

Un testo normativo che in spregio alla volontà referendaria, e quindi agli artt. 1 (sovranità popolare) e 75 (referendum abrogativo) della Costituzione, ha riproposto, in maniera ancora più virulenta, quanto era stato plebiscitariamente abrogato con il voto referendario del 12 e 13 giugno scorso.

Oltre alla mobilitazione popolare, vera “sentinella” e “guardiano” dell’esito referendario, occorre mettere in campo azioni politiche, amministrative, giuridiche per attuare la volontà referendaria nelle singole realtà locali e reagire a (queste) contro-riforme conservatrici, autoritarie e sostanzialmente eversive.

Occorre contrastare, e da subito, la costante volontà di imporre istanze ordinatorie, tipiche delle varie forme di modelli liberali, istanze che hanno come obiettivo, più o meno dichiarato, di impadronirsi della società dei beni comuni, frustrando le istanze liberatorie del “comune”.

È in corso, anche sotto impulso costante di soggetti estranei al circuito della rappresentanza, un’operazione di concentrazione del potere, che utilizza gli Stati per creare le condizioni per una conformazione pacificata delle libertà economiche (rectius democrazia economica) a detrimento dei diritti sociali, con l’obiettivo di una complessiva depoliticizzazione ed instaurazione di un liberismo autoritario.

La partecipazione dei cittadini attivi e delle nuove soggettività politiche, estranee alle logiche degenerative di partito, di interessi corporativi e di lobbies, costituisce una fase fondamentale ed imprescindibile di tale processo; potremmo dire la vera fase fondativa e costituente del futuro modello di azione politica e di partecipazione (destrutturata dal mito della finzione).

Soltanto attraverso tale processo fondativo e destrutturante dell’ideologia della democrazia liberale (sovranità, proprietà, rappresentanza) la partecipazione può uscire dal cul de sac della finzione (fictio juris), ed acquistare la dimensione dell’effettività (diritto alla partecipazione); ma ciò sarà possibile soltanto se essa sarà in grado di emergere e svilupparsi attraverso il conflitto.

La partecipazione sarà vera soltanto se ci sarà la volontà di affermare la propria dignità, i propri diritti e, soprattutto, se ci sarà la fermezza di verificare costantemente che i diritti riconosciuti siano effettivamente garantiti.

Questo è il passaggio decisivo da una dimensione non soltanto formale della democrazia ad altra sostanziale; un processo di destrutturazione e rifondazione della sovranità popolare che necessita della partecipazione di soggettività non strutturate, che nasce, forse, anche da uno scontro originario tra partiti e cittadinanza attiva, ma che, in realtà, si sviluppa attraverso istanze partecipative che si collocano molto più avanti del sistema dei partiti e della stessa fictio iuris della sovranità popolare: ovvero oltre la Costituzione.

Soggettività politiche articolate e complesse, sorte spontaneamente dal basso, attraverso processi auto-selettivi, ben radicate in maniera capillare nel territorio e capaci di regolare, gestire, controllare virtuose pratiche sociali.

Tutto ciò sarà possibile soltanto se si avrà realmente la volontà politica di avviare un processo rivoluzionario del concetto di informazione, avendo la consapevolezza che la cyberdemocrazia, la wikidemocracy, l’e-government e internet stanno giocando e giocheranno un ruolo decisivo nel trasferimento dell’informazione (rectius, governo e gestione dell’informazione), nell’attesa che i processi informativi e le fonti di conoscenza siano più democratiche, più libere, meno filtrate e controllate.

Il diritto alla partecipazione potrà affermarsi democraticamente e quindi essere destrutturante rispetto ad un diritto pubblico del novecento che ha perso progressivamente la sua dimensione sociale, soltanto se si riuscirà ad evitare che la circolazione di dati ed informazioni sia indirizzata e strumentalizzata.

L’informazione è lo strumento fondamentale per agevolare e valorizzare un processo partecipativo in grado di esprimere posizioni politiche articolate e vissute con fermento; un fermento intellettuale che oggi, nel sistema dei partiti, non è facilmente ravvisabile.

Tale fenomeno tuttavia non va inteso come espressione di dicotomia tra democrazia della rappresentanza e democrazia della partecipazione e deliberativa, piuttosto come una nuova concezione del diritto pubblico, in particolare del suo principio dominante: la sovranità popolare.

L’insorgere della nuova categoria dei beni comuni e la dimensione effettiva della partecipazione impongono un ripensamento degli istituti classici del diritto pubblico: sovranità e proprietà. Anzi possono essere utilizzate come categorie giuridiche destrutturanti in grado di porre i presupposti per andare oltre la dimensione sociale del diritto pubblico, perlomeno come intesa nel XX secolo.

Troppe volte lo Stato ha agito in rappresentanza di interessi forti, a difesa di posizioni dominanti e rapaci, utilizzando strumentalmente la categoria della sovranità, dandogli un significato autoritario e antidemocratico.

Una finzione, quella della sovranità popolare che, attraverso il suo principale strumento della proprietà, ha consentito, da una parte, continue deformazioni della nostra Costituzione, dall’altra, la facoltà dei “poteri forti” di ignorarne intere parti, in particolare quelle attuative della giustizia sociale.

Il sistema dei partiti ed il modello della democrazia rappresentativa, una volta “liberate” dal binomio autoritario sovranità-proprietà e, una volta in grado di recuperare una loro vocazione originaria, che si esprime attraverso processi anti-statalisti e “dal basso”, potranno continuare a svolgere un ruolo fondamentale ed effettivo.

Non vedo oggi la necessità di un conflitto tra differenti modelli democratici, ma piuttosto la necessità di una destrutturazione di un modello autoritario, basato sulla finzione, che ha consentito negli anni ad un’élite di sfruttare e saccheggiare risorse comuni, materiali ed immateriali, in chiave antisolidaristica, imponendo una effettiva dittatura economico-finanziaria.

Occorre studiare e comprendere che a livello mondiale si assiste ad un progressivo sviluppo del livello qualitativo delle istanze partecipative, e quindi della cittadinanza attiva; un processo partecipativo “dal basso” si sta elevando attraverso costanti e coerenti percorsi di ascolto, di inclusione, di scontro, al punto da proporsi anche alla gestione dei beni comuni e al controllo degli stessi.

In questo momento, pur senza voler mitizzare il fenomeno partecipativo – ricco anch’esso di contraddizioni e indebolito da continui individualismi e personalismi – non possiamo prescindere dai suoi aspetti funzionali, strettamente collegati alla nozione di bene comune.

Il bene comune, infatti, proprio per la sua portata ultra-soggettiva ed anti-individualistica, va oltre il concetto di proprietà pubblica o privata, e unitamente alla dimensione partecipativa, prova ad affrancarsi dall’autoritaria interpretazione hobbesiana della sovranità statuale.

Come è noto, la nozione di proprietà è tendenzialmente escludente e non inclusiva, è una nozione che ci proviene dal diritto romano, costruita in prevalenza sul diritto privato a sostegno delle esigenze individuali e dominicali del dominus.

Gli atteggiamenti escludenti, verso i diritti ed i beni, possono essere frutto anche dell’azione del soggetto pubblico, ed in questo senso, la grande novità del bene comune, la grande rivoluzione di questo concetto, è quella di voler uscire da un rapporto escludente tra proprietario e bene, governato e gestito dall’alto da un’interpretazione autoritaria della nozione di sovranità.

Al soggetto pubblico, proprietario di beni come l’acqua, le spiagge, la conoscenza, non deve interessare il rapporto tra dominus e bene, tra proprietario e bene, ma piuttosto il rapporto tra bene e fasce di utilità, tra bene e diritti fondamentali, che quel determinato bene è in grado di soddisfare.

Occorre collocarsi in questa nuova dimensione per far sì che vengano effettivamente soddisfatti una serie di diritti: il diritto all’informazione, il diritto all’acqua, il diritto, cioè, al godimento dei beni comuni materiali ed immateriali.

Troppe volte il soggetto pubblico ha abusato dei beni di sua proprietà, alimentando forme di saccheggio e di profitti a vantaggio di pochi.

Nel caso dell’acqua, gli abusi sono stati perpetrati spesso da soggetti pubblici che, contaminati da interessi privati (s.p.a. pubbliche; società miste), hanno utilizzato il loro potere e i loro beni per “concludere affari”.

In presenza di un soggetto pubblico serio e rigoroso, e soprattutto “partecipato e controllato”, consapevole che la gestione di quel bene fosse strettamente collegata a soddisfare un diritto e un’esigenza fondamentale come il diritto all’acqua, naturalmente tutto questo non sarebbe accaduto.

Si è verificato un costante “abuso del diritto” attraverso la costituzione di aree senza confine, di zone grigie, articolate nella figura delle società miste o delle società pubbliche sottoposte a regole privatistiche e subordinate al perseguimento del profitto.

Si sono realizzati modelli organizzativi, espressione costante di gestioni monopolistiche, del tutto estranee agli invocati processi di liberalizzazione.

Le s.p.a. pubbliche sottoposte al controllo dei comuni si sono progressivamente trasformate da “controllate” in controllori dettando tempi e modi dell’azione politica degli stessi comuni.

Dietro presunti processi di efficientismo e miglioramento della qualità del servizio, sin dalla fine degli anni ’80, si è nascosto un progetto predatorio, finalizzato a finanziare i costi della politica attraverso un rapporto perverso tra pubblico e privato.

Concessioni di beni e servizi pubblici, elargiti a prezzi irrisori, hanno generato un circuito diabolico ed una sommatoria di interessi individuali tesi ad alimentare il sistema dei partiti e persino i rapporti con la malavita.

E’ noto che, prima del referendum abrogativo del decreto Ronchi si stava ponendo in essere un metodo ben organizzato per appropriarsi di quel 40% di dismissioni pubbliche, così come voluto dal testo abrogato. Stava per concretizzarsi un business immenso, nell’ambito di monopoli naturali che si alimentano con la tariffa, attraverso un processo completamente estraneo ai principi della concorrenza.

Business, dunque, che “fanno gola” anche a organizzazioni malavitose, nei quali è possibile reinvestire e “ripulire” il denaro sporco.

Tuttavia, attraverso un percorso che parte nei primi anni del terzo millennio, progressivamente tra i cittadini si comincia a rafforzare la convinzione che sull’acqua non si possono “fare affari”.

Si comprende, altresì, che gli affari già erano cominciati a metà degli anni ’90, allorquando dopo la legge Galli nascevano le prime gestioni miste, si riducevano gli investimenti pubblici, con aumenti delle tariffe e un uso irrazionale delle risorse idriche.

Nel 2004 l’Ato 2 Napoli-Volturno adottava un provvedimento con il quale si prevedeva di affidare la gestione dell’ATO 2 (alla quale sono interessate le provincie di Napoli-Caserta) a un gestore misto, 51% pubblico e 49% privato, con l’idea di arrivare velocemente a forme di gestione completamente privatistiche. I movimenti e le reti a difesa dei beni comuni percepivano da subito la portata del progetto, ovvero l’avvio di un saccheggio del bene comune per eccellenza: l’acqua.

Iniziava così la resistenza, la mobilitazione e il conflitto; si univano nella battaglia una serie di forze apparentemente molto lontane tra loro, ma in realtà unite da una progettualità, da un’idealità e da un forte pragmatismo.

Un fil rouge che, partendo dall’identificazione dell’acqua quale diritto fondamentale, arrivava alla pretesa di avere un servizio ecologicamente e economicamente sostenibile, al di fuori delle logiche del profitto e del mercato.

L’aspetto sorprendentemente positivo di questo percorso partecipato è stato rappresentato proprio dalla fusione tra idealità e pragmatismo.

Forze provenienti da ambiti culturali e politici diversi tra loro, che si uniscono nella piena consapevolezza di fronteggiare un processo affaristico e di saccheggio dei beni comuni.

Questo dissenso, unitamente ad una forma diffusa di conflitto, determinava nel 2005 la revoca del provvedimento di privatizzazione del servizio idrico.

Anche quell’esperienza contribuiva al rafforzamento progressivo dei comitati locali del Forum dei movimenti per l’acqua a Napoli e nella provincia, che nel 2007 elaborava e presentava un disegno di legge ad iniziativa popolare che raccoglieva più di 400.000 firme.

Tale disegno di legge delineava un modello di gestione pubblica dell’acqua, con la presenza, negli organi di governance, anche della cittadinanza attiva.

Un modello che delineava un sistema di finanziamento delle risorse idriche, che si opponeva alla mistificazione del piano tariffario e della tariffa che copre tutti gli investimenti (full cost recovery), ma proponeva un sistema misto, basato quindi sul sistema della fiscalità pubblica o generale, sul sistema tariffario e sul sistema del finanziamento pubblico.

Un modello che “mise a nudo” la mistificazione fondata sul principio che le tariffe potessero coprire completamente i costi e dal quale oggi occorre ripartire.

In realtà, le tariffe servivano principalmente a remunerare il capitale investito, anche con il sistema del 7% abrogato il 12 e il 13 giugno 2011 con il secondo quesito referendario; un sistema che consentiva a privati, società miste o pubbliche, di trarre profitti dalla gestione dell’acqua, a scapito soprattutto degli investimenti per l’ammodernamento delle infrastrutture.

Il disegno di legge di iniziativa popolare avrebbe dovuto almeno avviare un percorso legislativo, veniva invece assegnato a parlamentari che non ebbero né la forza, né la volontà di portare avanti il progetto, poi sostanzialmente archiviato.

Dopo la straordinaria vittoria dei referendum, il disegno di legge veniva inserito nel calendario dei lavori della commissione competente, a dimostrazione di come la democrazia diretta possa incidere sulle inerzie della democrazia della rappresentanza.

E’ arrivato il momento di attuare la volontà del corpo elettorale; si deve dare seguito concreto a quello che è stato espresso il 12 e 13 giugno: “senza se e senza ma”.

I cittadini sono custodi di questo successo straordinario e lo devono difendere in tutti i modi. Occorre vigilare che la volontà referendaria sia attuata e che non si riproducano abusi.

Su questa linea, da assessore al Comune di Napoli, tre giorni dopo l’esito referendario, ho proposto una delibera approvata dalla Giunta di Napoli (n. 740 del 16 giugno 2011) per trasformare la natura giuridica della Arin spa in ente di diritto pubblico partecipato dai cittadini e dai lavoratori.

Il 7 luglio 2011 la Giunta approvava un altro atto di forte impatto, che prevedeva l’inserimento, tra i valori e le finalità del Comune di Napoli, della nozione giuridica di beni comuni così come elaborata dalla Commissione Rodotà: ovvero beni di appartenenza collettiva orientati al soddisfacimento di diritti fondamentali.

Tale testo veniva definitivamente approvato dal consiglio comunale (il 22 settembre) che modificava così l’art. 3 dello Statuto rubricato “valori e finalità”.

Il 23 settembre 2011, la Giunta approvava la trasformazione della s.p.a. Arin – gestore del servizio idrico- in ABC (acqua bene comune) Napoli, azienda speciale con un consiglio di amministrazione aperto anche a rappresentanti della cittadinanza attiva.

Napoli diventa così la prima città in Italia che attua la volontà referendaria ed affida la gestione del servizio ad un soggetto di diritto pubblico, che tuttavia non rappresenta la riproposizione di modelli statalistici superati.

Insomma, dalla teoria all’azione politica. I beni comuni, al di là della loro materialità o immaterialità, sono per la prima volta disciplinati in atti giuridici ed amministrativi, ed intesi, nella loro portata rivoluzionaria, come categoria necessaria per “scardinare” il binomio autoritario e depredatorio sovranità-proprietà, ma soprattutto come categoria da declinare unitamente alla dimensione partecipativa.

In questo senso, nella piena convinzione che il tema dei beni comuni non possa prescindere dalla democrazia partecipativa e deliberativa, a Piscinola il 5 luglio davamo vita all’Assemblea Costituente per i Beni Comuni “Laboratorio Napoli” e presentavamo la relativa bozza di regolamento per il suo funzionamento, al fine di far sì che la dimensione partecipativa non rimanesse in una dimensione metafisica, ma assumesse un contenuto effettivo, oltre la finzione ipocrita della sovranità popolare.

C’è bisogno dei cittadini, dei comitati, delle associazioni, dei lavoratori, unica strada per esprimere una grande forza politica e sociale in grado di produrre reali cambiamenti, al di là della democrazia della rappresentanza e dell’autarchia e auto-referenzialità dei partiti politici che con in (nel) secolo scorso hanno esaurito la loro spinta democratica.

Per dare concretezza ed effettività alle nozioni giuridiche, occorre destrutturare il binomio sovranità-proprietà, ovvero quel binomio che ha consentito il saccheggio dei beni comuni e lo sfruttamento dei lavoratori.

Dall’analisi dei problemi concreti è stata possibile la riflessione continua e l’azione concreta anche attraverso la redazione e la difesa dei quesiti referendari contro la privatizzazione dell’acqua o attraverso la redazione del testo di legge per la ripubblicizzazione dell’acquedotto pugliese.

L’attuale modello giuridico-istituzionale non è in grado nella sua struttura originaria, ancorché deformato da aggressioni continue, a reggere all’impatto affaristico e anarco-liberista fondato sulla rendita e la speculazione finanziaria.

La tridimensionalità del diritto pubblico: politica, amministrativa, sociale, fondata sul principio di rappresentanza e sulla partecipazione attraverso partiti e sindacati, ha mostrato tutti i suoi limiti ed il principio di sovranità popolare è costantemente “messo a nudo” in tutta la sua finzione ed ipocrisia.

Ci troviamo di fronte ad un sistema escludente ed individualistico, incapace di includere le nuove soggettività politiche, che reagisce a tale incapacità attraverso modelli xenofobi e sicuritari.

Proprio nel momento in cui i diritti fondamentali, ed i beni comuni ad essi collegati, sono sottoposti al più pesante attacco mai registrato dall’entrata in vigore della Costituzione del 1948, si rileva più che mai necessaria una nuova stagione di protagonismo politico dei Comuni.

Tuttavia i Comuni per recuperare uno spazio d’azione politica, riconosciutoli dalla Costituzione, ma frustrato dal rispetto del patto di stabilità, hanno la necessità di ripartire dalla partecipazione diretta dei cittadini al governo locale ed alla gestione dei beni comuni.

In questa ottica parte da Napoli un processo rivoluzionario, attraverso la configurazione di nuove categorie che intendono ridisegnare il rapporto politica-amministrazione-cittadino. In questo senso, il “Laboratorio Napoli per i beni comuni” attraverso le assemblee del popolo e le consulte tematiche coinvolgerà la cittadinanza attiva ai processi decisionali, imponendo all’amministrazione trasparenza ed informazione.

Un modello di democrazia partecipativa al quale andranno associati altresì istituti di democrazia diretta quali i referendum propositivi, consultivi e abrogativi.

Una vera inversione di rotta, dunque, che si propone di essere da stimolo e da modello per le altre realtà locali, con l’obiettivo di dimostrare che se c’è la volontà politica e se le spinte partecipative continuano dal basso a svolgere una funzione di permanente pressione e controllo, un altro modo di intendere la politica e di gestire la cosa pubblica è possibile.

Alberto Lucarelli

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18 Commenti

  1. Si potrebbero leggere il non statuto e il programma (ma soprattutto il lavoro svolto sul territorio locale) del Movimento 5 Stelle, e capire da dove viene questo discorso e dove lo si applica in modo onesto da anni senza le gerarchie, gli interessi e idictat dei partiti…

  2. e poi i poliici parlano di evasione fiscale.
    oggi ho avuto un incontro ravvicinato con un idraulico…per farla breve…..pulitura della dello sciacquone (cassatta incassata) geberit, sostituzione di un tubo di plastica dietro il water, montaggio di un addolcitore per ridurre il calcare, tre ore di lavoro 250,00 euro in nero……capito???

  3. Lettura interessante: ripartire dal bene comune per costruire un nuovo modello di azione politica e di partecipazione.

    Bene comune come categoria necessaria per “scardinare” il binomio autoritario e depredatorio sovranità-proprietà, da declinare unitamente alla dimensione partecipativa.

    Si deve arrivare ad un processo di destrutturazione di un modello autoritario, nel quale, travisando volutamente il concetto di bene comune, si è nascosto un progetto teso unicamente a finanziare i costi della politica attraverso un rapporto perverso tra pubblico e privato. Ciò ha consentito negli anni ad un’élite di sfruttare e saccheggiare risorse comuni, materiali ed immateriali, in chiave antisolidaristica, imponendo una effettiva dittatura economico-finanziaria.

    Questo processo necessita della partecipazione di soggettività non strutturate. Nasce anche da uno scontro originario tra partiti e cittadinanza attiva, ma si sviluppa attraverso istanze partecipative che si collocano molto più avanti del sistema dei partiti e della stessa fictio iuris della sovranità popolare: ovvero oltre la Costituzione.

    La partecipazione sarà vera soltanto se ci sarà la volontà di affermare la propria dignità, i propri diritti e, soprattutto, se ci sarà la fermezza di verificare costantemente che i diritti riconosciuti siano effettivamente garantiti.

    Questo sarà possibile solo se chi partecipa in modo attivo può attingere all’informazione e se si riuscirà ad evitare che la circolazione di dati ed informazioni sia indirizzata e strumentalizzata.

    Se c’è la volontà politica e se le spinte partecipative continuano dal basso a svolgere una funzione di permanente pressione e controllo, un altro modo di intendere la politica e di gestire la cosa pubblica è possibile.

  4. mi rendo conto che è un po’ lungo da leggere ma utile. questo dibatto su nuove forme di democrazia è molto interessante e fa ben sperare

  5. Il limite giuridico è quello del diritto romano, da contrapporsi alla giurisdizione dei paesi del nord europa che rende possibile, anzi inevitabile, la partecipazione dei cittadini. Siamo intrinsecamente sudditi per decreto, e non da oggi, e nemmeno da vent’anni.

    Ciò non toglie che le cose possano, anzi debbano, cambiare.

    Lo abbiamo già detto, l’unica speranza sono questi movimenti e la volontà di ridisegnare una mappa dei luoghi di partecipazione.

  6. Si fanno tanti discorsi Alti ma sfortunatamente mancano le basi Sabrina non ti stai rendendo conto delle delusioni provocate nei tuoi spettatori secolari che vengono ai tuoi Spettacoli e se tornano a casa incazzati perché non ci sei e non hai avvertito nessuno. Ti sei adeguata anche te agli standard dei nostri politici che se ne sbattono altamente del povero populino. Ma che tristezza !!!

  7. @twitter: la figlia di Ruby, se nata in Italia, dovrebbe avere la nazionalità italiana….

    P.S. comunque preferisco i twitter dadaisti in cui non si capisce a cosa e cosa stai rispondendo ma solo a chi…:-))

  8. E vaaaai… anche Montezemolo ha promesso che Italia Futura “scenderà in pista” alla prossima tornata elettorale, dal gergo calcistico al gergo automobilistico, ma il prodotto non cambia, sempre più lontani dalla massa reale.

  9. wall stickers for nrseruy I made a few songs and I want to know how to alter the copyright content on an MP3 file so I can share it online? I want to add (p) Swagers Studios (2009) to the copyright content and was wondering if it was possible. Any help is greatly appreciated..

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