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Abecedario Gilles Deleueze – P come Professore

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Abecedario Gilles Deleueze – P come Professore

Nella giornata che celebra il lavoro pubblichiamo Deleuze che racconta il mestiere del professore. Mi auguro che al solito troviate qualcosa che vi parli, non tutto, ma qualcosa…

D – Oggi hai 64 anni e per quasi quarant’anni sei stato professore, prima al liceo, poi all’università. Quest’anno è il primo in cui le tue settimane sono da immaginare senza lezioni. Prima di tutto, ti mancano i corsi? Perché hai detto che avevi fatto lezione con passione…oggi ti manca non fare lezione?

GD – No per niente.  È vero che è stata la mia vita, una parte della mia vita, una parte molto importante della mia vita.  Amavo molto fare lezione, ma quando è arrivata la pensione è stato un momento felice, perché avevo meno voglia di fare lezione.  Il problema delle lezioni è molto semplice, credo che un corso, e vale per tutti i corsi, sia qualcosa che si prepara molto a lungo. E la ricetta è la stessa di tutte le attività. Per avere cinque minuti, dieci minuti al massimo d’ispirazione, bisogna prepararsi moltissimo per arrivare a quel momento. Ho sempre fatto così. Mi preparavo a lungo per arrivare a questi istanti d’ispirazione. E più andava avanti e più occorreva prepararsi a lungo per avere un’ispirazione sempre più scarsa. Allora ho creduto fosse arrivato il momento. Ho sempre amato fare lezione fino al momento in cui ne ho sentito meno bisogno. Mi resta la scrittura che pone altri problemi, ma non rimpiango i corsi anche se li ho amati profondamente.

D – quando parli di una lungo preparazione, quanto durava?

GD – beh bisogna pensare …è come per tutto il resto. I corsi sono ripetizioni, si ripete come nel teatro, nelle canzonette. Ci sono delle ripetizioni. Se non si è ripetuto a lungo non si è per niente ispirati.

Un corso significa momenti d’ispirazione altrimenti non significa niente.

D –Non ripetevi davanti allo specchio…

GD – No. Ogni attività ha le sue forme d’ispirazione ma è vero che non c’è altro termine se non «mettersi nella testa», e riuscire a trovare interessante ciò che si dice. È ovvio che se colui che parla non trova interessante ciò che sta dicendo…Non è affatto ovvio trovare interessante, coinvolgente ciò che si dice. E non è questione di vanità. Per trovarsi interessanti o coinvolgenti è la materia trattata che bisogna trovare coinvolgente…A volte bisogna darsi delle vere e proprie frustate, non che non sia interessante in sé, il problema non sta qui. Bisogna spingersi fino al punto di riuscire a parlarne con entusiasmo, questa è la ripetizione.

Forse ultimamente ne avevo meno bisogno e poi i corsi sono talmente particolari, sono un cubo…sono uno spazio-tempo e accadono molte cose in un corso.

Le conferenza mi piacciono meno, non ho mai amato le conferenze perché sono uno spazio-tempo troppo piccolo, mentre un corso si estende, da una settimana all’altra…è uno spazio e una temporalità molto particolari, c’è una continuità, non che si possa recuperare ciò che non è riuscito, ma c’è uno sviluppo interno al corso…e poi la gente cambia da una settimana all’altra, il pubblico di un corso è appassionante.

D – ricominciamo dalla’inizio, per prima cosa sei stati professore al liceo. Conservi un buon ricordo del liceo?

GD – Sì ma era un periodo in cui il liceo non era quello che è diventato. Capisco, penso ai giovani insegnanti di liceo che sono molto avviliti. Io ero al liceo, ero professore di liceo durante la Liberazione, non molto tempo dopo era già completamente diverso.

D – Dove?

GD – Sono stato in due città di provincia, una che ho amato molto e l’altra ch ho amato meno. Ho amato molto Amiens perché era una città di assoluta libertà,  era una città assolutamente libera….e poi Orléans, una città più severa. Era ancora il periodo in cui il professore di filosofia era accolto con condiscendenza, gli si perdonava molto, era considerato il folle, lo scemo del villaggio, poteva fare tutto quel che voleva. Ai miei studenti insegnavo uno strumento: la sega musicale perché in quel periodo suonavo la sega musicale e tutti lo trovavano normale e credo che oggi nei licei non sarebbe più possibile.

D – E dal punto di vista pedagogico a cosa serviva spiegare la sega musicale?  In quale momento entrava in scena nella tua lezione?

GD – Le curve…perché la sega come sai bisogna curvarla e si ottiene il suono in un punto della curva e sono  curve mobili, i miei alunni erano molto interessati del resto…

D – era già la variazione infinita…

GD – Sì, ma non facevo solo quello. Facevo comunque il programma, ero un professore molto coscienzioso.

D – ed è in quel periodo che hai conosciuto Poperen.

GD – Popren ah sì, l’ho conosciuto, ma lui viaggiava più di me. Restava poco ad Amiens. Aveva una valigetta e aveva una sveglia enorme perché non amava gli orologi e il suo primo gesto era tirar fuori la sua sveglia, faceva lezione con quella grossa sveglia, era affascinante…sì…

D – e in sala professori di chi eri «amico»?

GD – Con gli insegnanti di ginnastica…legavo molto con i professori di ginnastica. Non mi ricordo molto bene…nei licei anche la sala professori deve essere cambiata.

D – Quando si va a scuola la sala professori è opprimente e misteriosa.

GD – O no, no c’è ogni genere di persona, le formali, le scherzose, ma non ci andavo tanto.

D – Dopo hai insegnato al liceo Louis –le-Grand nelle classi di preparazione alla Normale.

GD – Sì, sì. Sì

D – E ti ricordi di allievi capaci che poi non hanno prodotto granché…

GD – oh che non hanno prodotto granché…non mi ricordo bene…Mi ricordo di loro, ma per quanto ne sappia sono diventati soprattutto professori. Non ho mai avuto alunni che siano diventati ministri o…ah sì, ne ho avuto uno che è diventato poliziotto, niente di particolare, fanno la loro strada e va bene così.

D – Poi ci sono stati gli anni della Sorbona e si ha sempre l’impressione che corrispondano agli anni di storia della filosofia, e dopo c’è stata Vincennes che rispetto alla Sorbona è stata un’esperienza determinante. Ho saltato perché tra le due c’è stata Lione. Innanzitutto eri contento di rientrare all’università dopo aver insegnato al liceo?

GD – Contento, non si può dire in questo modo. Era una carriera normale. Se fossi tornato al liceo non sarebbe stato drammatico, ma sarebbe stato poco normale, una sconfitta…era normale…non c’è alcun problema, non c’è niente da dire.

D – Ma i corsi per l’università sono preparati in modo diverso rispetto a quelli del liceo.

GD – non per me.

D – Per te era uguale?

GD – assolutamente, ho sempre fatto lezione allo stesso modo.

D – la preparazione era ugualmente intensa tanto per il liceo che per l’università.

GD – Sì certo. Comunque bisogna essere completamente «impregnati» di ciò di cui si parla, bisogna amare ciò di cui si parla, non va da sé. Bisogna ripetere, preparare, bisogna ripeterselo in testa, bisogna trovare quel qualcosa.  È persino divertente, bisogna trovare…è come una porta che non si può attraversare in una posizione qualsiasi…

D – tanto al liceo che all’università preparavi le lezioni esattamente allo stesso modo?

GD – Assolutamente per me non c’era alcuna differenza tra i due tipi di corsi.

D – dato che stiamo parlando del tuo percorso universitario, parliamo del tuo dottorato. Quando hai discusso la tesi di dottorato?

GD – Ah, la tesi di dottorato…ho fatto molti libri prima, forse proprio per non finirla. Accade spesso, lavoravo molto e poi mi dicevi devo finire la tesi, è urgente. Ho dunque tardato il più possibile e poi l’ho presentata…credo sia stata una delle primissime tesi successive al ’68.

D – Nel ’69?

GD – Sì nel ’69, doveva essere il ’69, tra le primissime. La cosa mi ha messo in una condizione privilegiata perché la commissione aveva solo un’idea fissa ed era come evitare le «bande» che vagavano ancora per la Sorbona e avevano veramente paura.  Era un ritorno all’ordine, si chiedevano cosa sarebbe successo e mi ricordo che il presidente di commissione mi ha detto: «ci sono due possibilità, o discutiamo la sua tesi al piano terra della Sorbona e il vantaggio è che ci sono due uscite…se c’è qualcosa possiamo filarcela, ma l’inconveniente è che la piano terra è più facile incontrare le bande. Oppure la facciamo al primo piano e il vantaggio è che le bande salgono di rado al primo piano, ma l’inconveniente è che c’è solo un ingresso e un’uscita e se succede qualcosa come facciamo ad uscire?». Così quando ho discusso la tesi non sono mai riuscito a incrociare lo sguardo del presidente di commissione che era fisso sulla porta per vedere se stavano le bande…

D – chi era il presidente di commissione?

GD – Ah non posso dirlo, è un segreto…

D – Posso fartelo dire, lo so…

GD – la sua angoscia, e in più era molto cortese, credo che fosse più emozionato di me.

È raro che la commissione sia più emozionata del candidato, ma viste quelle circostanze del tutto eccezionali…

D – Eri comunque più conosciuto della maggior parte dei membri della commissione.

GD – Ah no, non ero conosciuto.

D – Si trattava di «Differenza e ripetizione»?

GD – Sì

D – Però eri già conosciuto per i tuoi libri su Proust, su Nietzsche…. Allora passiamo a Vincennes, a meno che tu non abbia qualcosa da dire su Lione dopo la Sorbona

GD – No a Vincennes cambia davvero qualcosa, hai ragione, non nel tipo i preparazione, la ripetizione della lezione, né nello stile di un corso, ma a partire da Vincennes ho smesso di avere un pubblico di studenti. Era lo splendore di Vincennes…on era affatto scontato nelle altre università. Tutto tornava all’ordine, ma Vincennes restava…almeno per la filosofia perché non valeva per tutta Vincennes…c’era un pubblico di tipo nuovo, un pubblico completamente nuovo, che non era più composto da studenti, mescolava ogni età, persone che provenivano da attività molto diverse, anche da ospedali psichiatrici, come i malati. Il pubblico più variopinto che trovava una misteriosa unità in Vincennes, allo stesso tempo il pubblico più diverso e più coerente in funzione di Vincennes, attraverso Vincennes. Vincennes dava a questo popolo disparato un’unità…E per me era un pubblico…se fossi stato nominato altrove, ho finito la mia carriera d’insegnante lì…se fossi stato preso in altre facoltà non mi sarei più potuto riconoscere. Quando andavo in un’altra facoltà avevo l’impressione di un viaggio nel tempo, di ricadere in pieno XIX secolo.

A Vincennes parlavo di fronte a persone che erano un miscuglio di giovani pittori, persone di trattamento psichiatrico, musicisti, drogati, giovani architetti: gente che veniva da paesi diversi e di anno in anno cambiava. Mi ricordo l’anno in cui sono arrivati improvvisamente cinque o sei australiani, ma non si sa perché venivano e l’anno dopo non c’erano più. I giapponesi è stato costante, i sudamericani, i neri, era un pubblico inestimabile, era un pubblico straordinario…

D – Per la prima volta ci si rivolgeva a non filosofi, questa pratica…

GD – era una filosofia piena, che si rivolgeva tanto ai filosofi che ai non filosofi. Esattamente come la pittura si rivolge tanto ai pittori che ai non pittori, o la musica non si rivolge per forza a esperti di musica, ed è la stessa musica. È lo stesso Berg, è lo stesso Beethoven che si rivolgono tanto ai non esperti di musica quanto ai musicisti…

Per me la filosofia deve essere esattamente così, s rivolge tanto ai non filosofi che ai non filosofi, senza cambiare.

Quando la filosofia è rivolta ai non filosofi non significa semplificare: come in musica, non c’è Beethoven più semplice per i non esperti. Per la filosofia è lo stesso. La filosofia ha sempre avuto per me una doppia audizione, un’audizione non filosofica come un’audizione filosofica, e se non ci sono entrambe non c’è niente…altrimenti la filosofia non varrebbe niente…

D – Spiegami un dettaglio, nelle conferenze ci sono dei non filosofi e tuttavia detesti le conferenze…

GD – Detesto le conferenze perché sono artificiali…e poi per via del prima e del dopo. Amo fare lezione, che è un modo di parlare, quanto detesto parlare. Parlare mi sembra veramente un’attività…le conferenze, parlare prima, parlare dopo e così via, non hanno la stessa purezza della lezione di un corso, e poi nelle conferenze c’è una dimensione da circo…Anche i corsi ce l’hanno, ma è un circo che mi fa ridere e che è più profondo. Nella conferenza c’è un lato artificioso, le persone ci vanno ….insomma non so bene, il fatto è che non amo le conferenze. Non mi piace farle, c’è troppa tensione, troppa angoscia, c’è un lato ruffiano, insomma non mi sembra molto interessanti le conferenze.

D – ritorniamo al tuo caro pubblico di Vincennes, molto variegato…In quegli anni a Vincennes, c’erano dei folli, dei drogati, come hai detto tu, che facevano interventi selvaggi, prendevano la parola…Non mi è sembrato che ti dessero fastidio. Tutti gli interventi rientravano nella tua lezione, che restava «magistrale»,  e per te nessun intervento aveva il valore di un’obiezione, in altri termini c’era sempre questo aspetto magistrale della tua lezione…

GD – Sì bisognerebbe inventare un altro termine diverso da quello che s’impone nelle università «corso magistrale». Dovremmo cercare un altro termine perché ci sono due modi per concepire un corso. Una concezione per la quale un «corso» ha come fine ottenere delle reazioni immediate da parte del pubblico, in forma di domande, bisogno d’interruzioni, è un metodo, una concezione del corso. E poi al contrario la concezione magistrale in cui c’è un professore che parla…Non che preferisca l’uno o l’altro, non ho scelta. Ho sempre maneggiato unicamente la forma magistrale, ma bisognerebbe trovare un altro termine perché, al limite, è più una specie di concezione musicale della lezione. Per me un corso…la musica non s’interrompe, buona o mediocre, oppure la s’interrompe se è troppo mediocre, ma non s’interrompe una musica mentre è facile interrompere delle parole. Cosa significa concezione musicale di un corso? Nella mia esperienza io credo in due cose, senza affatto dire che questa concezione sia migliore. Ma per come conosco un pubblico o quello che è stato il mio pubblico,  mi succede continuamente che qualcuno non capisca nell’immediato, e poi ci sono quelli che dovremmo chiamare gli effetti ritardati. Anche qui è un po’ come nella musica, sul momento ti sfugge un movimento e poi tre minuti dopo diventa trasparente, o dieci minuti dopo, perché nel frattempo è accaduto qualcosa. Gli effetti ritardati di un corso, qualcuno può benissimo non capire al momento, dieci minuti dopo gli diventa chiaro, c’è un effetto retroattivo. Se ha già interrotto…le  interruzioni mi sembrano sciocche e anche porre delle domane. Fai una domanda perché non capisci ma devi solo aspettare…

D – Allora ritenevi sciocche le interruzioni perché non si sa aspettare?

GD – Sì c’è questo aspetto. Quello che uno non capisce è possibile che lo capisca dopo da solo. I migliori studenti erano quelli che facevano le domande la settimana successiva. Alla fine c’era un metodo, non ero stato io a inventarlo, erano loro, mi dicevano qualcosa la settimana dopo, mi piaceva, dicevano: «bisogna tornare su quel punto», ma avevano aspettato. Ritornare sul punto beh, anche se non lo facevo, era lo stesso, c’era questa comunicazione.

E poi il secondo punto molto importante, per come io intendo un corso, erano corsi che duravano comunque due ore e mezzo, nessuno può ascoltare qualcuno due ore e mezzo…Dunque per me un corso è sempre stato qualcosa che non è destinato a essere capito nella sua totalità.

Un corso è una specie di materia in movimento, è veramente una materia in movimento e in questo è musicale.

Ognuno, ogni gruppo o al limite ogni studente, prende ciò che gli conviene. Un brutto corso letteralmente non conviene a nessuno, ma non si può dire che tutto convenga a chiunque. Bisogna che le persone aspettino, perché al limite è vero che ci sono quelli che a metà dormono e per mistero si risvegliano nell’istante che li riguarda…Non c’è una legge che dice: «questo interessa quel tale», non erano nemmeno gli argomenti a interessarli. Un corso è un’emozione, c’è tanta emozione quanta intelligenza, se non c’è l’emozione non c’è nulla, è privo d’interesse.

Dunque il problema non è seguire tutto ma ascoltare tutto.

Si tratta di svegliarsi in tempo per cogliere ciò che vi conviene, che vi conviene personalmente. Per questa ragione un pubblico molto vario è importante, si avvertono chiaramente i centri d’interesse che si spostano, che saltano dall’uno all’altro e questo costituisce una sorta di tessuto meraviglioso, una vera trama.

D – per quanto riguarda il pubblico, ma per l’idea del concerto, appunto, hai inventato il termine «popofilosofia» e «popfilosofo».

GD – Sì è quello che volevo dire….

D – Potremmo dire che il tuo portamento, come per Foucault del resto,  era qualcosa di molto particolare, il tuo cappello, le tue unghie, la tua voce….se i cosciente che da parte degli studenti c’era una mitizzazione di questo portamento, come del resto hanno mitizzato Foucault, come hanno mitizzato la voce di Vale…sei cosciente di aver avuto un portamento e una voce singolari…

GD – Sì certo. Poiché la voce in un corso…se la filosofia, come abbiamo già detto, ne abbiamo già parlato…se la filosofia mobilita e si occupa di concetti, che vi sia una vocalizzazione dei concetti in un corso è normale, proprio come c’è uno stile scritto dei concetti. I filosofi non sono persone che scrivono senza ricercare o elaborare uno stile, sono come gli artisti, sono artisti. Un corso comporta un esercizio della voce, comporta anche, so male il tedesco, una sorta di Sprechgesang, sì è ovvio. Che su questo ci sia una sorta di mitizzazione, «gli hai visto le unghie?», sono cose che valgono per ogni docente, ma già dalla scuola elementare.

La cosa più importante è la relazione tre la voce e il concetto…

D – Sì insomma, ma il tuo cappello era un po’ come il vestito nero della Piaf, c’era un portamento molto preciso…

GD – sì, ma a dire il vero non è che lo mettessi per questo, ma se sortiva quell’effetto, tanto meglio…Fa parte del ruolo del professore? No, non f parte del ruolo di professore, è di più. Fa parte del ruolo di professore quello che ho detto sulla ripetizione preventiva e l’ispirazione sul momento, ecco qual è il ruolo del professore.

D – Tu non hai mai voluto né scuola né discepoli, è così forte il tuo rifiuto dei discepoli?

GD – Non è che li rifiuti, ma in genere succede nei due sensi, nessuno ha voglia di fare il mio discepolo, io non ho voglia di averne. Una scuola è terribile per una ragione molto semplice: una scuola richiede molto tempo, si diventa gestori. Prendi i filosofi che fanno scuola….i wittgensteiniani sono una scuola, che c’è poco da stare allegri, gli heideggeriani sono una scuola, comporta terribili regolamenti di conti, l’esclusività, un’organizzazione del tempo, comporta una gestione, si gestisce una scuola. Ho assistito alle rivalità tra gli heideggeriani francesi capeggiati da Beaufret e gli haideggeriani belgi capeggiati da Develin, era una lotta all’arma bianca, è abominevole e comunque per me non ha alcun interesse. Anche sul piano delle ambizioni, essere caposcuola, basta vedere Lacan, era anche lui un caposcuola, ma è terribile. Prima di tutto dà molte preoccupazioni, bisogna essere machiavellici, per governare tutto, e poi io lo detesto, per quel che mi riguarda, lo detesto.

La scuola è l’opposto del movimento.

Per fare un esempio semplice, il surrealismo è una scuola, regolamenti di conti, tribunale, esclusioni…Breton ha fondato una scuola…Dada era un movimento.

Se avessi un ideale, non dico di esserci riuscito, sarebbe partecipare a un movimento, questo sì, stare in movimento,  ma essere capo di una scuola non mi sembra affatto un destino invidiabile…un movimento, sì. L’ideale non è avere nozioni garantite e sottoscritte, ripetute dai discepoli.

Per me ci sono due cose importanti: il rapporto che si può avere con gli studenti è insegnar loro che devono essere felici della loro solitudine. Non la smettono di dire: «un po’ di comunicazione», ci sentiamo soli, siamo soli, ed è per questo che vogliono le scuole. Ma potranno fare qualcosa solo in funzione della loro solitudine. Dunque è insegnar loro il beneficio della solitudine, riconciliarli con la loro solitudine…questo era il mio ruolo di professore.

E poi il secondo aspetto, ed è un po’ lo stesso, non vorrei lanciare nozioni che facciano scuola, vorrei lanciare delle nozioni, dei concetti, che passino nella corrente. Non intendendo dire che diventino qualcosa di ordinario, ma che diventino idee correnti, ovvero maneggiabili in diversi modi. E lo posso fare solo se mi rivolgo a dei solitari che piegheranno le nozioni a modo loro, servendosene per ciò che occorre loro.

Sono nozioni di movimento, non nozioni di scuola.

D – L’università di oggi, credi che il tempo dei grandi professori sia finito? Non sembra andare molto bene l’università oggi.

GD – Non lo so perché non ne faccio più parte, me ne sono andato in un momento terrificante. Non capivo come i professori potessero ancora fare lezione. Erano diventati dei gestori. L’università e la politica attuale è molto chiara: l’università smetterà di essere un luogo di ricerca. Fa tutt’uno con la comparsa in massa di discipline che non hanno niente a che vedere con le discipline universitarie.

Il mio sogno sarebbe che le università restassero luoghi di ricerca e che accanto alle università si moltiplicasse rei le suole tecniche in cui si insegni l’amministrazione contabile, l’informatica e così via. Ma sulla gestione contabile o sull’informatica l’università deve intervenire solo sul piano della ricerca e immagino degli accordi, ogni genere di accordo, tra scuole e università, con le scuole che mandano i propri allievi a seguire corsi di ricerca, questo sì. Ma dal momento in cui all’università si fanno entrare materie scolastiche è la fine dell’università, non è più luogo di ricerca…E si è sempre pi assillati da problemi di gestione, il numero di riunioni all’università…per questo non capisco come i professori possano preparare un corso, e suppongo che ripetano lo stesso ogni anni o che  non ne facciano più, ma forse mi sbaglio, forse continuano a farli, meglio così.

Ma la tendenza mi sembra essere la scomparsa della ricerca dell’università, l’incremento di discipline non creative all’interno dell’università che non sono discipline di ricerca.

Si chiama l’adattamento dell’università al mercato del lavoro, ma non sta all’università adattarsi al mercato del lavoro, è la funzione delle scuole….

D – «Q» come «question», domanda.

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42 Commenti

  1. E’ bene ribadire che il mestiere di insegnante non ha niente di banale. Invece spesso viene vissuto così, non mi interessa distribuire colpe e responsabilità. Bene che la filosofia si discuta allo stesso modo tra filosofi e tra/con un pubblico “normale” (anche di pazzi, possibilmente non al governo). Penso sia la stessa cosa quando si racconta ai bambini, i racconti non dovrebbero essere in “bambinese”, è come ingannarli, è uno dei tanti modi in cui gli adulti tradiscono i bambini. E’ sempre più importante leggere, studiare e discutere. Anche di filosofia, del mondo e dei rapporti. Ma oggi questi discorsi mi “comprimono”. Forse perché ho appena letto l’Internazionale: c’è un mondo che esplode, e oggi la mia sedia è scomoda.
    In giappone stanno facendo il 77 bolognese, a noi vengono le emorroidi a grappoli..

  2. Grazie Sabina per aver collegato, pensato, alla scuola nel giorno della festa del lavoro. E grazie anche per averla difesa in tante altre occasioni.

    Io faccio l’insegnante di conservatorio (oltre a tutto il resto del mio mestiere) e sono un privilegiato, rispetto ad altri colleghi. Poveri colleghi che guadgnano una miseria (questo anch’io, per la verità), che sono mantenuti precari fino a quarant’anni (questo anch’io, per la verità, sono passato di ruolo a 41 anni per un concorso esami e titoli fatto 12 anni prima). Che sono trattati da schifo da genitori e figli imbecilli, da piccole mignotte minorenni cresciute con la filosofia di “uomini e donne”, da grulli diciassettenni che si credono di saperne di più dei loro insegnanti, che considerano i loro insegnanti solo dei poveri straccioni, spesso ironizzando anche sul loro modo di vestire (con le pezze al culo, non che non sia vero). Che sono trattati come qualcosa da abbattere, come il nemico politico da sconfiggere, nientedimeno che dal presidente del consiglio.

    Questa società è marcia fino al midollo. Al governo ci sono quelli votati dagli evasori fiscali (e solo per questo “patto” con i ladri-cittadini stanno al governo). L’opposizione, abbisognando dei necessari consensi, non propone certo una rivoluzione democratica, o almeno un’alternativa. Perciò tutto continuerà uguale. Vedremo per finire dove.

  3. Bell’esempio di insegnante questo “musicista”. Uno che considera le ragazzine “mignotte minorenni” dovrebbe essere radiato e anche curato, come 9/decimi degli uomini. Ma vergognati! Stai solo facendo la figura del vecchio bavoso! Che schifo di paese di merda, grazie a quelli che parlano come te, persino delle ragazzine.

  4. Scusa Elisabetta, forse mi sono spiegato male (anzi malissimo, visti gli esiti).

    Intendevo dire che i modelli culturali sono ormai completamente degenerati. Sento colleghi (di altre scuole, assai più difficili della mia) i quali hanno a che fare con modelli del tipo: denaro a oltranza, costi quello che costi. Non spiego più di tanto, se vuoi capire, se vuoi guardarti intorno, vedrai i danni che ha fatto la televisione, merdaset e tutto il resto. Ragazzini che pensano ad aprire locali e discoteche, ragazzine che pensano a sposarsi “bene”: e regolarmente disprezzano la scuola.

    Che c’entra “vecchio bavoso”, dato che proprio quel modello sto criticando?

  5. Sono completamente d’accordo con Musicista (che non ha nulla di cui scusarsi). E pensare che gli alunni di un conservatorio dovrebbero essere culturalmente più elevati della media…ma è proprio così,la televisione (merdaset mi ha fatto ridere,io la chiamo mafiaset) ha rovinato milioni di persone in questo paese…Come diceva Carlo Freccero:consegnare la televisione interamente al modello berlusconiano sarebbe un errore…E’ successo,purtroppo! E questi sono i risultati…Naturalmente ringraziamo sentitamente chi,quando era al governo,avrebbe dovuto confezionare una seria legge sul conflitto di interessi e magari pure antitrust e non lo ha fatto…Oramai abbiamo oltrepassato il punto di non ritorno…

  6. “I sindacati? Organizzazioni “con un sacco di soldi”, che “non riescono, magari non per colpa solo loro, a rappresentare i ragazzi e le ragazze”, anche se ricorda che “c’é chi perde il lavoro a 50 anni”. E comunque il sindacato resta la “coperta di Linus della sinistra”. L’ultima “vittima” del rottamatore Matteo Renzi sono proprio i sindacati. Il primo cittadino di Firenze, intervenuto oggi a “In 1/2 ora” su Rai3 in collegamento con due lavoratori precari, difende la scelta di aver consentito l’apertura dei negozi del centro storico di Firenze il Primo maggio e non lesina stoccate ai sindacati che, ha detto fra l’altro, “fatturano centinaia di milioni di euro” e “rappresentano per il 54% i pensionati che hanno uno spazio. Ma chi ha 30 anni non lo ha”.

    Non si tratta però, ha spiegato, di un attacco al sindacato in quanto tale: “Quando dico che occorre dimezzare i parlamentari non attacco il Parlamento. Quando dico che oggi sono troppi i cittadini che hanno permessi sindacali non offendo i sindacati. Ma in questo momento storico non si può continuare a considerarlo un totem ideologico, la coperta di Linus della sinistra”. “Mettetetivi in gioco, non solo stando in una organizzazione che si è occupata più dei garantiti piuttosto di chi non lo è”, ha detto ai due giovani precari in collegamento durante la trasmissione.

    Quanto alla polemica dei giorni scorsi con il segretario generale della Cgil Susanna Camusso, Renzi ha ricordato che sono “tanti i sindaci che hanno dato la possibilità, non ai centri commerciali, ma ai negozi nei centri storici di tenere aperto. Non ho capito perché la polemica solo su Firenze”. “Anche se, subito dopo quella polemica – ha poi detto – sono partiti tre scioperi: nel trasporto pubblico, al Mammio musicale fiorentino e al teatro della Pergola. A pensare male si fa peccato, però…”. Qualche volta ci si azzecca.”

  7. @musicista: “Vecchio bavoso”, da considerarsi chi chiama mignotte le ragazzine. Perché fondamentalmente vorrebbe farsele. Perché quello che domina è il maschilismo che considera le ragazze che vanno con chi vogliono (o che si atteggiano, delle prostitute). Il problema è che chi insegna ha tutti i problemi che tu elenchi (anche io per un breve periodo ho insegnato), ma prima di tutto ci vuole rispetto per gli studenti, e soprattutto le studentesse. Un insegnate maschio che parla così delle sue alunne, credo dovrebbe fare altro.
    Io lo dico molto chiaramente: è dalla mentalità che tu riporti che nascono le violenze sulle donne. Mentalità che il bel premier che ci ritroviamo, con le sue cortigiane, non fa che perpetrare e peggiorare. Sono MOLTO preoccupata per le ragazze. Perché se le considerate “giovani prostitute” la conseguenza è che non sono persone, ma oggettini, di cui si può disporre, e a cui si può fare di tutto. Questo mi terrorizza. Le mie “urla” su questi discorsi, sono urla di terrore. Perché vi fa sempre così comodo fingere di non capire?
    Più in generale, noi a questa generazione di ragazzi e ragazze, abbiamo lasciato un paese orrendo. Ma l’idea più orrenda e tragica con la quale un ragazzo può crescere è quella di disprezzare le sue compagne, e pensare di poter disporre di loro e della loro vita come vuole.
    E’ sempre il vostro gioco. Quello del gatto col topo. Se non ti ribelli è perché in fondo sei una troia, se ti ribelli sei una stronza. Questo è il gran bene che ci volete.

  8. Renzi, Veltroni, Dalema, sono i rottamatori dell’idea stessa di una sinistra (qualsiasi) in Italia. Anzi mi voglio sbilanciare: ci metto pure Vendola, che pur di fare un governo qualsiasi, si berrebbe pure Marchionne come ministro del lavoro (anche al bisogno di associarsi col PD c’è un limite). Eccheccazzo.

    Per non parlare di dipietri e grilli: per questi i padroni sono una favola dei fratelli Grimm. In America, ricordava Moore, 400 (quattrocento) singoli cittadini detengono le stesse ricchezze di più della metà degli americani (di 155 milioni, per l’esattezza). E da noi non va molto meglio: ma i briatores ed i montezemoli non sono ancora soddisfatti: facciamo tutti una colletta per i poveracci dei loro figli.

    Intanto la stessa esistenza del PD significa: la sinistra deve sparire.

  9. Non hai capito Elisabetta. Mi dispiace, ma quello che ho detto non è un modo di dire, ma una realtà tristissima che sopravanza. Mi spiace soprattutto che da una persona come te vengano offese così indegne a una persona come me.

  10. Bella, bellissima questa lettera, io ne ho avuti dei professori ispirati, che lavoravano e lavorano su di sè per trasmettere un’idea di lezione, professori preziosi, di cui coservare il metodo e la logica ancora prima che gli insegnamenti.
    Inoltre penso che i migliori scienziati siano anche dei bravi filosofi, e viceversa. Vale a dire che sono d’accordo con Deleuze quando dice che è necessario e affascinante trovare la linea semantica e logica che unisce più discipline, e sono proprio felice che lui con le sue ricerche dalla pittura alla sfera di Riemann abbia dimostrato che questo è possibile!

  11. quando ho visto 10 commenti subito su deleuze ho pensato: sarà pieno di troll. e invece no, che bello!
    ll mestiere del prof è un gran mestiere e se ispirato può cambiare il mondo. io devo moltissimo ai miei insegnanti, moltissimo
    per curiosità qualcuno ha visto sabina becan dalla ventura? non c’è il video ancora on line…

    buona serata buon proseguiment della festa

    love

  12. D’accordo con Musicista sull’opportunità di aver accostato la scuola alla festa del lavoro.
    Gli insegnanti sono tra i lavoratori che più stanno subendo la cronicizzazione del precariato, che vedono il loro ruolo sempre più spesso svilito.
    Questo anche per esperienza personale. E in tanti anni di insegnamento constatiamo purtroppo che la cosa non fa che peggiorare.
    Quando eravamo noi dall’altra parte dei banchi di scuola, abbiamo avuto bellissime esperienze di professori ispirati, che ci hanno accompagnato nei primi anni delle medie, quando un ragazzino comincia a formare una sua coscienza di ciò che lo circonda.
    I ragazzi passano molto tempo a scuola e questa deve essere soprattutto una formazione, una guida per leggere la realtà. Deve innanzitutto formare dei cittadini, non della forza lavoro. GD parla di adattamento dell’università al mercato del lavoro. E questa è di certo una deviazione del ruolo della scuola.
    La scuola deve insegnare, ma soprattutto educare.
    Leggevamo le parole di un’insegnante all’indomani degli ennesimi sproloqui di b. sui famigerati insegnanti di sinistra.
    ‘Mica sbaglia il nonno presidente quando mi accusa che a volte dissento dalle famiglie, che a volte remo contro le idee e i valori inculcati da alcuni genitori dei miei alunni: furbizia, malaffare, ignoranza.
    Io, docente di sinistra, mi ostino a farli studiare nonostante mille altri interessi li allontanino dai libri e dalle idee: le sue televisioni su tutto. E’ una palese eversione, un attacco alla “libertà” educativa? Farli studiare?’

    Buona serata di festa (del lavoro) a tutti!

  13. L’ultima, ancora per Elisabetta. Non sai nemmeno leggere, dato che non parlavo affatto delle MIE alunne. Infatti dicevo: “sento colleghi che…” E l’ho pure ribadito nel post successivo. La mia era una critica ad un modello degenerato che si sta diffondendo, di cui sento parlare da varie parti (e tra l’altro da colleghe donne, di altre scuole ben più difficili della mia, come ho detto.). Modello difronte al quale, la scuola stessa diventa incapace di trasmettere qualsiasi cosa.

    Per finire, non hai la più pallida idea del rispetto che ho sempre avuto per i miei allievi (e loro per me).

  14. Concordo pienamente con Giano. Se solo osi parlare di “senso critico” ti saltano addosso i genitori, i nonni ed i parenti tutti fino al quinto grado di parentela. Io sono molto fortunato perchè dove insegno io prevale l’interesse per qualcosa che uno si è scelto, ma altrove non va così. Iniziano a prevalere modelli del tipo “il più furbo è il migliore”. E questo è opera principalmente della tv.

  15. @ GD
    mi pare che tutta e la principale parte dell’intervista sia molto “biografica”…
    mi è piaciuto il “riconciliarli con la loro solitudine…questo era il mio ruolo di professore”
    perchè sottintende una certa sensibilità psicologica, naturalmente connessa alla materia insegnata,
    a volte c’è la ricerca della compagnia fine a se stessa, della scuola e del professore come guida,
    ma l’obiettivo è l’indipendenza del pensiero e quindi anche la solitudine,
    inoltre la solitudine, nella fase adolescenziale è vista spesso con terrore e ansia o forma di ribellione,
    invece è una delle dimensioni umane da considerare con naturalezza.
    riguardo alla ricerca credo che in Italia, all’Università ci sia, eccome, anche se strangolata e semiaffogata dai governi (questo più di tutti),
    il “mondo del lavoro” in mezzo all’educazione rischia sempre di generare finalizzazioni e intromissioni strane e pericolose,
    ma deve, deve avere un ruolo, sia per co-finanziamenti-devoluzioni eventuali, sia per non creare uno scollamento troppo forte tra scuola e lavoro.

    @musicista, giano…
    sono daccordo su tutto, ma, occhio! voi insegnate forse materie umanistiche e fate bene a dare il ruolo che date all’educazione in senso nobile,
    ma l’Italia rimane tra i paesi con più bassa scolarità e più alto “analfabetismo fuzionale”
    e ci stiamo avviando a diventare un paese povero e brutto per questioni molto “materiali”.
    di fatto quello che ci differenzia dalla germania, francia, ecc. è la carenza di istruzione e formazione tecnica,
    c’è oggi la “moda” del liceo, perchè è una buona scuola, ed è vero (tra le migliori al mondo),
    ma quanti casi di abbandono ci sono? moltissimi e i più disperati, quanti si iscrivono all’università? pochi
    quanti finita l’università sono pronti ad iniziare a lavorare? pochissimi ed è spesso una sofferenza lo scollamento.
    poi c’è da considerare che in ogni caso non si possono disprezzare scuole tecniche e professionali
    educare alla cittadinanza significa attivare dei processi di sviluppo personale e sociale, per alcuni lo si può favorire attraverso la poesia o il ragionamento morale diretto,
    per altri, attraverso materie più “tecniche”, per altri ancora più con analogie ed esempi pratici e vissuti. (anche un insieme di questi ovviamente, che per me sarebbe stato l’ideale). e il lavoro stesso, non può essere dissociato dalla scuola, altrimenti ci sarà sempre più distacco e diffidenza reciproca tra i due mondi.
    Quanta incomunicabilità e impotenza c’è oggi tra la freddezza burocratica e alienante di moltissimi posti pubblici
    oppure l’alienazione della fabbrica, oppure l’efficientismo manageriale e disumano, dal sogno del liceo per tutti?

  16. @defoe

    La formazione della persona, ossia del senso critico, deriva certamente da un insieme di materie, sia quelle umanistiche che quelle scientifiche (che personalmente adoro). La scuola, per me, deve essere necessariamente generalista. Comporta necessariamente una grande fatica da parte degli studenti, come disse Gramsci, e questa fatica immane non può essere ridotta o evitata. Ma il risultato deve essere un individuo dotato di senso critico, con quale idea politica non importa, ma deve avere gli strumenti per non farsi abbindolare. Per decidere in autonomia.

    Tutto questo lo si ottiene necessariamente con un approccio multidisciplinare, tramite conoscenze specifiche sia nell’ambito umanistico che in quello scentifico. Deve essere ovviamente uno sforzo ed una fatica immane anche per l’insegnante, soprattutto perchè ci vuole entusiasmo. L’entusiasmo è l’unico motore capace di interessare, di aprire la mente a nuove conoscenze.

    Certo, se i ragazzi sanno che quando avranno finito non troveranno lavoro tutto diventa triste e apatico, per forza di cose. Se i modelli che circolano sono: dovrai essere ricco sennò non sarai nessuno, se non hai l’iphone non sei nessuno, se non hai un bel culo non vali niente,,,beh,,, la lotta diventa titanica. Impossibile.

    Le scuole tecniche, dici. Niente in contrario, ma attenzione a non fare dei normalizzati.

  17. @music…
    non solo scuole tecniche-scientifiche, con veri laboratori, tirocini e vere competenze aggiornate, ma anche professionali e “manuali”.

    è l’errore più grande “nostro” considerarle classiste o normalizzanti. è una stupidata figlia di pur validi ideali.
    il primo obiettivo è partire dal livello in cui si è, qualsiasi sia il motivo, poi di salire.
    non si può fissare uno standard o un “generalismo” e pretendere per un astratto senso di uguaglianza che tutti “sforzandosi” possano “partire” da lì.
    perchè il risultato di questo lo vediamo e non è solo per l’entusiasmo:
    abbiamo i migliori licei e la miglior cultura di base, e insieme, il più alto tasso (nel mondo industrializzato) di analfabetismo funzionale (quasi l’80% della popolazione!!!!).
    è il ritratto di una scuola che si fa in larga parte odiare, a partire dalla prima media.

    ovviamente è importante potenziare il senso critico, la multidisciplinarietà ecc. ma in molti modi appunto, anche fornendo
    la sicurezza di alcuni strumenti operativi pratici (già dalle medie). e alcune finalità pratiche diversificate alle superiori. una certa fiducia in sè. e incentivando la possibilità e la voglia di istruirsi lungo tutta la vita. (tutto può essere utilizzato in modo educativo, perchè non possono esserlo alcuni semplici lavori pratici?)

    il problema non è fornire strumenti generali di giudizio, il problema è “come” fornirli e “da che pulpito” e soprattutto con quale priorità rispetto all’alfabetismo di base, considerando l’altissima fuga dopo e nell’obbligo scolastico.

    Il discorso è complesso. Ma vorrei ribadire che la scuola è troppo lontana dal lavoro, non troppo vicina.
    Deve impadronirsene dall’alto, ma non deve lasciarlo fuori.
    Per fare il geometra oggi devi essere un ingegnere, per fare l’impiegato è meglio sei sei laureato in economia.
    Se vuoi fare il commesso in libreria meglio che sei laureato in lettere. E’ allucinante. Un geometra di per sè non sa fare quasi nulla in cantiere o studio (è costretto a fare anni di apprendistato sfruttato o ad andare in un call center), ecc. e anche un architetto forse!
    Pure il lavoro è di conseguenza lontano della scuola, la snobba e la considera solo una perdita di tempo.
    Tanto che il mestiere stesso di insegnante in Italia non è nemmeno associato alla parola “lavoro”!

    Il problema è anche che molti insegnanti hanno sempre navigato solo nel mondo scolastico,
    non hanno mai messo o non mettono più il naso fuori e non sanno sostanzialmente cosa ci sia fuori dalle classi.
    come possono educare allo spirito critico nella società, se vivono in una realtà parallela?
    se scuola e tv finiscono per essere 2 mondi virtuali, quale preferirà un ragazzino??

    (il fatto poi che ora c’è poco lavoro è un’altra faccenda)

  18. L’intervista è appassionante, come docente mi riconosco nella passione, e nella ricerca continua dell’ispirazione, ma sopratutto mi ritrovo nell’idea di una professiona che ha a che fare con la ricerca, con le domande, con lo sviluppo di sè e degli altri ma che ci sta riducendo al tecnocratismo.
    Io resisto, nonostante le difficoltà, per una sola ragione: gli studenti!
    all’epoca di Vieni via con me ho abbozzato anche io un elenco, quello dei motivi per cui insegno:
    * perché vorrei che i miei studenti provassero quello che provo io ogni volta che la conoscenza mi sorprende, pervade
    * per l’espressione che i ragazzi fanno davanti a una nuova scoperta
    * perché il giorno che fanno meglio, è una gioia immensa
    * per le loro domande
    * perché vederli crescere non ha prezzo
    * perché mi pagano per imparare
    * per le facce sorridenti dei miei studenti che mi aspettano ogni mattina davanti all’aula,
    * anche se non ci sono abbastanza fotocopie, insegnanti, computer, sedie, aule…e la gita scolastica salterà
    * ma potrei anche dire per Chiara, Fabio, Alice, Gianluca, Stefano, Davide, Silvia, Youssef, Elena, Sadia, Fatima, Yang, Marco, Alessandro, Daniela, Sara, Giulia…

  19. Defoe, però stai mettendo assieme dei dati un po’ a casaccio. Se è vero che c’è un 80% di analfabetismo funzionale questo non è conseguenza del fatto che la scuola è lontana dal mondo del lavoro. Questo è semmai conseguenza dell’abbandono scolastico: chi ha fatto una maturità qualsiasi non può essere definito un analfabeta funzionale. Le superiori devono darti una base culturale. Anche col latino, per esempio: questo perchè è una materia logica e strutturata (l’unica assieme alla matematica). Uno dice: a che serve il latino? A far funzionare i neuroni.

    Sarò all’antica, ma io la vedo così.

  20. No, parlo “abbastanza” con cognitio causae. (e chi vuolsi intiendere carpisca 😉 ) (e io non so il latino ma mi piace usarlo lo stesso)
    Nel 2007 l’ISTAT certifica il 48,2% della popolazione di età compresa tra i 25 e i 64 anni ha conseguito come titolo di studio più elevato solo la licenza di scuola media inferiore. Per il Mezzogiorno l’Istat rileva inoltre un peggioramento: dal 2004 al 2007 le regioni del Sud hanno visto aumentare la popolazione in possesso della sola licenza media di 2,4 punti percentuali. Rimane elevato anche il tasso nazionale di abbandono scolastico: nell’anno scolastico 2005/06 la quota di giovani che ha lasciato gli studi al primo anno delle superiori, senza completare dunque l’obbligo formativo, è dell’11,1%. Oggi il 75% dei giovani consegue un titolo di studio superiore.

    Tulio De Mauro sintetizza però così la sua ricerca sull’alfabetismo funzionale: I giornali, i libri, il teatro, tutto ciò che ha a che fare con la conoscenza scritta sono appannaggio di un 20% della popolazione. In tutto il mondo industrializzato solo lo stato del Nuevo Léon, in Messico, riesce a fare peggio di noi. “Soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea”. I dati sul resto della popolazione fanno paura: il 5% di chi ha tra i 14 ed i 65 anni non sa distinguere una lettera da un’altra o una cifra da un’altra; il 38% riesce a leggere con difficoltà, quando si tratta di singole scritte o cifre. Il 33% è in una condizione leggermente migliore: ma “un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile”.

    Qualcuno potrebbe fare anche parallelismi tra situazione politica, livello politico generale e quello che si rivela “analfabetismo di ritorno”…
    Resta il Fatto che De Mauro certifica per me il FALLIMENTO, nel 2008, della nostra Scuola, di: questo sistema, come livello di istruzione di base diffuso.

    Ragazzi ! Profi !!! C’è gente che non ce la fa a stare seduta su un banco tutta la mattina. Altro che latino. Quelli ti bruciano la scuola se gli fai latino.
    E poi devono sfogarsi in qualche modo, perchè è solo sofferenza o fastidio.
    E poi c’è anche gente che sa il latino, ma non sa compilare un bollettino postale, o una scheda elettorale… Parlo della “gente” con affetto naturalmente.

    Non è solo: classi numerose, genitori, tv, GF, FB, SMS, insegnanti ripiegati, tagli infami da parte di assassini-di-una-nazione, è anche un sistema starato, una serie di arroccamenti, una mentalità fissata a vecchie e non dimostrate teorie educative… e anche ad una mancata formazione-selezione-remunerazione degli insegnanti. (che non sono per niente tutti come Francesca T)

    ma poi scusa, Music (ora che so che sei un prof mi permetto confidenza!) è come se ti ritrovassi con alla fine del conservatorio la maggior parte degli studenti che non sanno suonare un piffero ne cantare una canzonetta del pupo, non lo prendersti come il fallimento di tutto l’istituto? che faranno per campare? ovvio che cercheranno di partecipare a un reality o di rifarsi le tette. (scusate, intendevo: migliorare l’aspetto fisico, per farlo assomigliare di più al silicone che a volte si sente di avere nel cervello).

    bonariamente si fa per dire 😉

    dui bu qi per le lungaggini insintetizzabili, ma che per un pò mi autotratterranno dal reintervenire

  21. Si, capisco ciò che dici. Non sono un espertone di queste cose. Ho solo fatto il liceo a suo tempo, quasi ventanni di conservatorio come studente, e oggi insegno in una scuola molto tecnica come è il conservatorio (professionalizzante, la definiscono) che alla fine rilascia lauree. E che produce disoccupati a non finire. Questo perchè la musica non è utilizzata in Italia. In Germania tutti fanno musica e ci vivono pure bene. Ultimamente però mi sto divertendo perchè ho alcuni allievi che vengono dal mondo della musica pop, dove lavorano da anni e solo dopo hanno deciso di farsi una cultura classica: la cosa mi piace tantissimo. Ma anche le sale da concerto sono piene di giovani: semplicemente la musica rientra in quella cultura che secondo Tremonti/Gelmini non serve a nulla e perciò la tagliano sempre di più.

    Le scuole professionali, con sbocco diretto nel mondo del lavoro: ma va benissimo. Solo non accetto quando dice la stessa cosa la Gelmini, perchè dice le stesse cose, solo con altri fini, ovviamente.

    Bonariamente, non per dire, ma per davvero ! 🙂

  22. “Per me la filosofia deve essere esattamente così, s rivolge tanto ai non filosofi che ai non filosofi, senza cambiare.”

    Deleuze l’oscuro…

  23. la miss % extra large S-Guizza-ahahahaANTI che gioisce per 10 post in cui la fa da padrona la quotidianità di un professore ( ?) di conservatorio che scrive, fa il resto degli sputacchi:

    (gli insegnanti) – Che sono trattati da schifo da genitori e figli imbecilli, da piccole mignotte minorenni cresciute con la filosofia di “uomini e donne”, da grulli diciassettenni che si credono di saperne di più dei loro insegnanti, che considerano i loro insegnanti solo dei poveri straccioni, spesso ironizzando anche sul loro modo di vestire (con le pezze al culo, non che non sia vero). Che sono trattati come qualcosa da abbattere, come il nemico politico da sconfiggere, nientedimeno che dal presidente del consiglio. –

    Iscriversi in qualche partitone o uccio ‘di opposizione’ e lavorare ( mica blaterare schifezze sugli altri, sui giovani!!!!!!) per andare al governo e cambiare tutto tutto ma proprio tutto, proprio no eh?

    Via Musicista e i vari professori che sputano nel piatto in cui mangiano – adelante, spostarsi, imparare a vivere secondo i propri principi, incluso guadagnare i soldi onestamente e secondo progettualità – forse a spalare sterco ( o ‘merda’, come scrive la miss % extra large S-Guizza-ahahahaANTI ) dove c’è bisogno NON nelle scuole.

    (Tu guarda le nostre tasse a chi devono andare, al profesur ‘ musicista’ del cavolo)

  24. Non sputo nel piatto in cui mangio e non blatero schifezze sui giovani. Mi ribello ad un modello che vedo pericolosamente diffondersi in una parte dei giovani. Un modello basato sul denaro, sull’arrivismo, sul disprezzo per la scuola. Sei tu che disprezzi la scuola e la cultura, col tuo parlare becero da bauscione.

  25. Ho appena scoperto questi post sull’abecedario, e sono felice che ci sia ancora qualcuno che legge e pubblica Deleuze: grande Sabina!
    Mi dispiace solo che i commenti siano raramente relativi a lui: ma non è forse la stessa forma-commento a rendere spesso opinionanistiche le interazioni?
    Deleuze ha sempre messo in guardia dall’idolatria della comunicazione, e oggi le sue critiche del libero scambio di opinioni si rivelano sempre più attuali, soprattutto analizzando le diverse forme di comunicazione dei diversi servizi del web (come, appunto, i “commenti”).
    A queste riflessioni (Deleuze e il web) ho già dedicato un cd musicale (intitolato “Caosmo”) e una tesi universitaria specialistica (“Un’ecologia del virtuale”): entrambi si possono scaricare gratis dal mio sito: http://zonamc.tk/
    Ciao.

  26. Musicista, visto che continui a rivolgerti a me, ti rispondo ancora, anche se per l’ultima volta. Visto che non so neanche leggere, e che ti stimi tanto, non avrai nessun problema a non aver altro dialogo con me. Tra l’altro gli altri partecipanti vedo dai “pollici versi” son tutti dalla tua parte. E io, al contrario di te, non dico affatto che hanno frainteso le mie parole.
    Non ho motivo di dubitare che tu rispetti i tuoi studenti. Ma non cambia assolutamente nulla dal punto di vista del mancato rispetto verso le ragazze che chiami mignotte minorenni, solo perché non sono tue studentesse dovrebbe essere considerato un modo accettabile di parlare delle ragazzine? Il fatto che ci siano donne che usano i tuoi stessi termini cosa cambia? Non tutte le donne hanno a cuore il destino delle altre. Ciò vuol dire che non siamo in un paese maschilista? Le ragazzine vanno tutte a tentare i provini di amici? E quelle che lo fanno, lo fanno per colpa loro o della mentalità maschilista che lascia solo la strada o la televisione come alternativa di “lavoro” alle donne?
    Quello che è inaudito è che si continui in questo gioco perverso per cui la situazione femminile è per colpa vostra sempre più tragica, e noi veniamo anche prese per il culo se non ci ribelliamo e offese se lo facciamo. La tragedia è che la mentalità che chiama troie le ragazzine minorenni che devono aver la loro libertà di andare con chi vogliono esattamente come i loro coetanei, è la stessa che poi le mette nei letti dei porci come berlusconi.
    E quello che trovo indecente è che si parli spesso con uomini che sono intelligenti e progressisti su tutti gli argomenti tranne questo. LE RAGAZZINE NON SONO TROIE. Abbiamo la stessa percentuale di violenza sulle donne del Sud Africa, e stiamo qui a farci anche insultare. E’ questo che non va musicista. Ciao.

  27. musicista

    ‘io non io non io non’
    e chi le ha scritte quelle schifezze ? FORSE ho capito, il tuo spirito comunistello che si impossessa della tua mente acculturata.

    Provare a dare il buon esempio? A battersi per e non contro?

    povera scuola, con gente in cattedra come te

    (NB troie sono le donne con cui ti relazioni tu)

  28. Punto e a capo, ascoltami che te lo spiego per bene, senza considerarti un nemico, ti dico solo ciò che penso (e sai che lo penso):

    Non ci piace la faccenda “ruby” che nascondete sotto al tappeto, cercando di dissimulare e di incolpare chi invece crede nelle persone libere.

    Non ci piace che un(a) assessore regionale sia tale perchè cura una intera casa di malaffare.

    Ma soprattutto non ci piace se con quel modello OSATE AVVELENARE le menti non ancora indipendenti dei giovani.

    Il bello è che vi spacciate per “il mondo del lavoro”, quelli che fanno le ricchezze di cui tutti godono. Siete invece dei ladri evasori: sono i salariati quelli che producono. Voi vi limitate ad andare a mignotte. E a urlare al bar sport che npn volete i negri. Poi venite a fare la morale di Brunetta a noi lavoratori, dopo essere stati a mignotte, ovviamente.

    Quindi non provare a raccontarla a me. Il mondo che difendi è marcio fino al midollo.

  29. anch’io devo moltissimo ai miei professori..
    gli devo così tanto che ultimamente ne ho beccata una su facebook e le ho detto tutto quello che penso di lei, a questa TROIA
    le cose che sono successe al mio liceo sarebbero da denuncia
    peccato che quando sei là sono loro ad avere il coltello dalla parte del manico – e te lo dicono pure diverse volte al giorno, gli stronzi! e te lo dicono sorridendo

    ma ancora un grosso omicidio di professori non c’è stato in Italia, no? si continuano a uccidere ex mogli e fidanzate, madri e fratelli
    qualcuno si svegli e faccia fuori i marciumi in cattedra

  30. P
    er ora è un’onda di ritorno. Se diventerà uno tsunami, questo ancora non lo si può dire. Di certo c’è che Michele Santoro, Sandro Ruotolo ed un collega del Fatto quotidiano, Antonio Massari, dovranno offrire una spiegazione convincente al giudice monocratico di Catanzaro: che li processerà per diffamazione aggravata dell’ex senatore Giancarlo Pittelli, oggi deputato del Pdl. Nessuna udienza preliminare: il 26 settembre prossimo, nell’aula B del palazzo di giustizia, inizierà il processo vero e proprio dal momento che il pubblico ministero, il dottor Paolo Petrolo, ha chiesto la citazione diretta a giudizio dei tre indagati. E il presidente della I sezione penale, Giuseppe Neri, l’ha disposta fissandone tempi e modi. Perciò la spiegazione dovrà essere convincente.

    Santoro, Ruotolo e Massari dovranno difendersi dall’accusa di aver assemblato stralci di intercettazioni, captate sul cellulare di Pittelli durante le indagini “Poseidone” e “Why Not” dell’ex pm De Magistris, manomettendo la realtà. Non solo: pure la relativa docu-fiction, cioè uno di quei siparietti con attori dispensati da AnnoZero per render tutto più cinematografico, sarebbe stata costruita facendo un collage tra fatti, circostanze e persone. Le uniche cose che si capirono durante la puntata del 18 dicembre 2008, furono che l’avvocato Pittelli diceva al telefono cose che lo inchiodavano alla colpevolezza, che intratteneva rapporti con personaggi sospetti e che, dulcis in fundo, fra lui e tre milioni di euro in viaggio per la Svizzera, c’era un diretto collegamento. Eppure gli atti giudiziari, nonostante fossero ancora coperti da segreto, parlavano in un’altra lingua. Dice il sostituto procuratore nella richiesta che i tre «mandavano in onda filmati, riportavano e commentavano esiti di intercettazioni telefoniche, nonché esiti di altri procedimenti penali, in modo assolutamente avulso dalla realtà, anche processuale». Due verità tradite, insomma: quella processuale, perchè finanche le carte dicevano il contrario, e quella reale, perché era stato tutto costruito artificialmente.

    Quella sera l’ignaro telespettatore sentì Ruotolo dire: «Pittelli parla con uno degli indagati dicendo “…se non trovano i soldi finisce tutto qua”…». Subito dopo va in scena il fanta-movie nel quale si vedono due finanzieri su un treno in viaggio per la Svizzera che bloccano due passeggeri con una borsa contenente 3 milioni di euro in contanti. Si trattava dei signori Mercuri, padre e figlio. Sempre l’ignaro telespettatore capisce che tra Pittelli e quel danaro c’è un rapporto diretto e preciso. Santoro dirige l’orchestra, Ruotolo esegue, Travaglio si eccita e Massari, commentando, rincara la dose: «L’ipotesi che emerge dall’analisi dai tabulati sarebbe che stiano portando i soldi all’estero perché si vuol fare sparire traccia di qualcosa, da cui l’intercettazione di cui sopra». Infine, si vedono alcuni passaggi dove un consulente di De Magistris, l’ex ispettore Bankitalia Pietro Sagona, parla di «strane movimentazioni bancarie di Pittelli per due milioni». Inutile dire che Pittelli fu indagato pure per riciclaggio.

    Messa così, verrebbe voglia di ammanettare chiunque all’istante. Ma, scava e scava, vien fuori altro secondo i magistrati. E cioè: Pittelli parlava al telefono con il cugino (Benedetto Arcuri) tra l’altro neppure indagato, dicendo «O trovano qualcosa di consistente, chessò, danaro o altro, o la procura fa una figura allucinante». Come in effetti è stato. I due tizi beccati con i soldi erano parte di un’altra inchiesta che non c’entrava niente: la procura di Verbania, tra l’altro, archiviò pure il caso perché non c’era materia penale. E Pittelli stesso era stato, nel frattempo, scagionato dall’accusa di riciclaggio: cose che si guardarono bene dal riferire i tre indagati durante Annozero. Quella di Catanzaro non è l’unica grana per Santoro e Ruotolo: anche alla procura di Lamezia giace, inspiegabilmente inevaso dal gennaio scorso, un analogo procedimento intentato da Antonio Saladino, il “perno” dell’indagine-flop chiamata “Why Not”. E sempre per la puntata del 18 dicembre. Per le altre, c’è ancora tempo. Mettersi in fila.

  31. Aggiungerei al commento di Elena, “qualcuna si svegli” e cominci a ribellarsi, in questo paese di misogini, prima che sia troppo tardi.

    Quanto alla tua assoluzione avuta da parte di don gallo, cara Sabina, “un prete è sempre un prete”, paternalista, anacronistico e invadente! Ci toccherà andare all’inferno e ritrovarci tutti queste tonacacce nere…

  32. @ mula, ottimi spunti la tesi… dubbio ora su come andare oltre la gestalt-commentesca, gestalt di un meta-acosmo-pro-caotico-!!!

  33. Cosa dovrebbe fare un professore? Ce ne sono di ottimi e di pessimi, ma , nella pratica, cosa dovrebbe fare un professore? Cosa dovrebbe cambiare nella scuola? Sono queste le domande “giuste”? Cosa vuol dire educare, e-ducere? Per me, tirare fuori il talento, i talenti degli studenti, aiutarli a trovare la propria strada. Poi vorrei che a scuola si insegnasse educazione sessale, rispetto per le donne, dignità di se stessi ed educazione civica (ma fatta seriamente)…

  34. musicista

    io, moi, difendevo il ‘mondo della scuola’ da un professore ( lei) che si è espresso come sappiamo.

    Dal proseguo di minestrone politic-rosso che ha preparato temo che, la sua infelice espressione/giudizio sugli studenti ( anzi, SULLE studentesse) dipenda dall’attenzione (malata) verso quella parte di mondo che sbaglia ( o ha sbagliato ): educare non è berciare solo su una parte ma è ben altro.

    Forse, chissà, lo capirà cammin facendo ( oppure si ritiene un dio in Terra che sa, che conosce già tutto? Se cosi è, è FINITO)

    come finiti sono le manine rouge che cliccano senza commentare, per non vedere. Un gruppetto di penosi perdenti (appunto)

  35. e poi , la parola ‘NEMICO’

    siamo in democrazia, siamo una Nazione che è la nostra Patria e lei scrive nemico ( dopo altre frase stupide/schifose sulle studentesse)

    Faccia altro, vada a suonare in altri luoghi, anche con la miss percentulae $ extra large cosi ve la canate e suonate tra amichetti e amichette

  36. Inarrivabile Musicista,
    mi stupisce – dal mio punto di vista ovviamente – che anche una persona credo preparata e colta e incline alla riflessione come lei, cada nella trappola della favola del berlusconismo: B. origine e causa di tutti i mali, del nostro involgarimento, del nostro degrado, le sue tv che hanno corrotto e lavato il cervello a milioni di persone e, come lei dice il 4 u.s., il caso Ruby che avrebbe avvelenato le menti non ancora indipendenti dei giovani.
    Peccato che ci abbiano già pensato molti genitori (non tutti, ovvio) ad avvelenare le menti dei propri figli con quei modelli e peccato che, in generale, NESSUNO ci ha costretti nè ci poteva costringere a pensare e ad agire in un certo modo.
    Non siamo, non eravamo bambini innocenti bisognosi di farsi prendere per mano o del buon esempio.
    Potevamo, possiamo sottrarci, c’è chi lo fa da sempre.
    Basti pensare al linguaggio: c’è una parola, GNOCCA, LA DICONO TUTTI. Sono costretti? Sono stati traviati da B. e dalle sue tv e da quelle di stato che via via si sono adeguate, o dalle riviste scandalistiche che, di nuovo, sono stati costretti a comprare?
    E via discorrendo
    QUESTA GENERALE TENDENZA AD AUTOASSOLVERCI trovando in B. un comodo nemico, è sopportabile al bar, ma da un insegnante (ad esempio) no.

  37. E invece mi autoassolvo eccome. Primo perchè non ho mai fatto niente di illegale nè di amorale. Men che meno facendo il presidente del consiglio e procurando figure all’Italia che metà bastavano.

  38. Caro Musicista, dico solo questo poi chiudo: conosco un sacco di persone che non hanno mai fatto niente di illegale nè di amorale (o che perlomeno sostengono questo).
    Ad ogni buon conto per me questo significa NIENTE: al di là del fatto che un minimo di pudicizia e di razionalità dovrebbe impedirci questo genere di autoincensazioni (frasi del tipo “io sono onesto”, “io sono una persona perbene”, “io non ho mai fatto niente di male a nessuno”, frasi che personalmente mi fanno letteralmente inorridire); al di là di questo dicevo, non aver fatto niente di male o di illegale NON significa aver fatto qualcosa di bene e sarebbe molto più opportuno che quel ditino moralizzatore lo facessimo ruotare verso di noi, le nostre meschinità, le nostre “piccole” e quotidiane truffe, il nostro egoismo …!

    P.S. Vedo che anche un insegnante abusa del conformistico “troll” e questa è una delle altre cose che mi fanno inorridire.

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