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Femminicidio e retorica nell’era napoletanica

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Femminicidio e retorica nell’era napoletanica

Ecco il discorso fatto per il 25 novembre, poi pubblicato sul fatto:

Barbara Spinelli domenica scorsa ha associato la retorica sul femminicidio, al gesto retorico del parlamento che produce una legge che affronta male la questione femminile.

Non voglio fare al solito la bastian contraria ma… finirò anche sta volta per fare la bastian contraria: questa è una formula retorica. Quando però parliamo di retorica, nella politica e nella comunicazione, a cosa ci riferiamo? Alludiamo a un discorso che è di fatto unico, anche se apparentemente si presenta come tanti discorsi fatti da tante persone diverse. Una sorta di reiterazione diffusa. Qui la parola retorica ha un’accezione negativa perché sappiamo per esperienza che, quando c’è una forte pressione retorica, ragionare diventa molto più difficile.
Il discorso sulla violenza contro le donne ha indubbiamente le caratteristiche del discorso retorico e in molti di noi, per questa ragione, suscita diffidenza.
Tutti condanniamo la violenza contro le donne, è ovvio. È un fenomeno che ci indigna, ci strazia, di fronte a cui non possiamo che dire: mio Dio, che orrore.
Questo forse è il primo indizio che si tratti di retorica: il fatto che siamo chiamati a partecipare con una sola risposta possibile: mio Dio, fermate questo orrore.
Cosa c’è che non ci convince in questa improvvisa abbondanza di testimonial che condannano la violenza sulle donne? Sulle prime è difficile dirlo. Forse la straordinaria somiglianza fra questa campagna con quella estiva contro l’abbandono dei cani?
Questi manifesti, foto di attrici bendate, con gli occhi pieni di lacrime, con uno sguardo a cui manca solo il fumetto: non mi picchiare sono il miglior amico dell’uomo?
Addirittura tre presidenti di tre regioni diverse hanno prelevato dei fondi, dal fondo profondissimo dei loro bilanci magri, per comprare intere pagine di quotidiani e poter gridare così la loro condanna. Non lo diciamo ad alta voce, ma l’impressione della manipolazione è forte.

Poi c’è questo neologismo, il femminicidio, una parola che avrà quanto? Due anni?
Ed è da quanto? Due, tre anni che i nostri tg si sono riempiti di notizie di donne assassinate, seviziate, violentate.
Ecco un altro elemento fondamentale che la pressione della retorica ci impedisce di mettere a fuoco: qualcuno può credere veramente che all’improvviso in Italia vengano assassinate le donne? E infatti nessuna statistica conferma un incremento degli omicidi e delle violenze. È da due anni piuttosto che hanno deciso di darci queste notizie, per giunta con molti dettagli.

Ci sono elementi sufficienti per concludere che ci troviamo di fronte al tipico discorso retorico, con le speciali sfumature dell’era napoletanica, che forma schieramenti così ampi che non c’è più spazio per nessuna discussione, stanno tutti dalla stessa parte.

Il discorso retorico si manifesta conferendo all’ovvio un’enfasi tale che lo rende per forza ridicolo. Allo stesso tempo, questa unanimità è sufficientemente minacciosa da impedire che il primo che passa possa dire: siete ridicoli.
Siamo tutti tenuti all’improvviso a prendere una posizione e allo stesso tempo proprio perché si tratta di retorica, percepiamo che la posizione che siamo chiamati a prendere ha dei limiti molto precisi.
La retorica trasforma il dibattito pubblico in una infinita commemorazione, una specie di cerimonia funebre, dove si può solo bisbigliare e asciugarsi il naso.
La retorica è fatta per bloccare il pensiero, per portarlo su false piste.
Ragionando su questo tema mi sono domandata, qual è l’inganno dunque? Qual è l’utilità politica nel farci credere che ci sia questo nuovo fenomeno della violenza sulla donna, tanto nuovo che siamo stati costretti a inventare una nuova parola, perché quelle che avevamo non erano pensate per questa evenienza?
Il fatto che sia un fenomeno scoppiato negli ultimi anni, cosa ci induce a pensare? Che la violenza sulle donne sia una sorta di effetto collaterale del progresso.
Le donne studiano, lavorano, escono la sera, gli uomini non riescono ad adattarsi al cambiamento, l’insicurezza si trasforma in furia animale e uccidono.

Dov’è la fregatura? Pretendere che il nostro sia un paese che si sta evolvendo culturalmente. Ecco dov’è la fregatura. Perché invece la realtà che abbiamo sotto gli occhi ci dice l’opposto. Ci racconta di un paese che sta regredendo. Non è per evitare di essere picchiate che le donne laureate lavorano all’estero.

Se stiamo regredendo il problema è culturale e si affronta riconoscendo alle donne autorevolezza. Riconoscendo la forza delle donne.
Se invece la violenza è la reazione al progresso, si tratta semplicemente di un problema di sicurezza, che si risolve con pene più severe, come è infatti avvenuto con la legge sul femminicidio di cui sopra.
Se si accetta questa narrazione le donne diventano soggetti deboli, da proteggere. Se invece è un problema culturale, è il sistema che è debole e le donne forti, devono darsi da fare per soppiantarlo.

ecco un link per l’articolo della spinelli che ha ispirato questo http://www.zeroviolenzadonne.it/rassegna/pdfs/24Nov2013/24Nov2013d42b09ac3f49d0c4106e2fdded4f7400.pdf

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8 Commenti

  1. Non saprei… Onestamente condivido gran parte di quanto hai scritto; anch’io sto detestando l’attuale campagna contro la violenza sulle donne, si mette troppo spesso la responsabilità in mano all’uomo: l’ultima che ho letto recitava: “l’uomo che picchia la donna è un perdente”, come se tra l’altro fosse solo questo il problema. Anch’io penso che come attualmente è proposto il problema la figura della donna appaia ancora come una figura fragile in balia dell’irresponsabilità maschile, mentre penso che dovremmo essere noi donne a ribellarci a questa situazione, non aspettare che gli idioti si redimano. tuttavia non riesco a concordare sulla tua conclusione. Penso che una legge che preveda un’aggravante per il feminicidio non sia da biasimarsi. alla stessa stregua del”omocidio, l’aggravante colpisce la motivazione frivola che ha spinto all’atto. quindi non lo vedo assolutamente come un atteggiamento protettivo nei confronti della damigella in pericolo, quanto una giusta punizione nei confronti dello s…. che ammazza l’ex perché non rispondeva più ai suoi ordini.

  2. Penso che l’articolo di sabina sia illuminante e decisamente controcorrente rispetto a una vulgata comune intrisa di retorica stantìa e controproducente. In tutte le vicende di violenza (compresa quella di Genere) ci sono da considerare diversi piani tra di LoRo collegati, ma il punto centrale è quello della regressione costante che sta vivendo la società occidentale e italiana in particolare. Mi riferisco anche al trattamento che viene riservato alle donne in tv, roba da vomito secondo me.

  3. Analisi di certo controcorrente, ma molto interessante.
    Vorremmo sottolineare un paio di punti in particolare.
    La retorica impedisce di pensare.
    Ci sembra quanto mai attuale. Si stanno sempre più creando degli schemi precostituiti ai quali si vuole che ci si adegui, nostro malgrado. Ai quali una sola è la reazione che ci si aspetta. Di fronte al cosiddetto femminicidio non si può che rimanere inorriditi. Però tutto rischia di fermarsi lì. All’indignazione. Alle campagne di sensibilizzazione. Alle lacrime.
    Il problema esiste di certo, ma il modo di affrontarlo purtroppo non ci sembra adeguato.
    E’ vero quanto dici anche sul fatto che, affrontando il problema in questo modo, non si fa che ridurre le donne a vittime deboli, da proteggere.
    E’ certo che il problema della violenza sulle donne non è legato al progresso, visto che siamo in una inesorabile regressione culturale.
    Forse è solo comodo farlo credere. Per farlo sembrare una conseguenza ineluttabile, alla quale si può fare fronte solo con leggi speciali. In realtà forse solo invertendo la tendenza al regresso si otterrebbe già qualcosa in più.

  4. Questa campagna irrita anche me, non mi ha ricordato quella dell’abbandono cani ma vagamente quella per i bambini, tipo telefono azzurro. Continuiamo a venire considerate esseri umani di serie B: siamo una variante del maschile, non siamo ancora percepite come NEUtRO, è come se l’essere donna dovesse essere specificato. Una deviazione dalla norma; magari bellissima, degna di lodi, stravagante, in fondo siamo streghe no? ma pur sempre deviazioni dalla norma.

    Un po’ come accade In Gran Bretagna dove alcune squadre sportive hanno la specifica, del Galles se sono del Galles, della Scozia se sono della Scozia.. mentre quelle inglesi non hanno nessuna specificazione, sono il neutro appunto.
    E a un certo punto lo scozzese si chiede perché la sua squadra debba riportare il termine Scotland e quella inglese non debba riportare il termine English. si dà per scontato che se non riporta nessuna specifica allora è English.
    Rapporti di forza.

    E nel nostro caso la forza ce l’ha l’uomo, fisica innanzitutto, ma politica soprattutto. Il denaro ce l’hanno gli uomini. E noi partoriamo anche degli uomini.
    è una questione particolare quella della donna perché si mischia col “neutro” con cui deve sempre fare i conti. Mentre i neri possono fare nucleo a sé e rifiutare i contatti con il neutro bianco, le donne non lo possono fare. Le lesbiche ci provano ogni tanto ma non funziona, una società di sole donne non esiste, il loro rimane un atto politico, molto forte, ma che non intacca la società nel suo essere.

    A proposito ve lo riuscite a immaginare un cartellone con lo slogan “Chi picchia un nero non è un uomo vero”? magari con le foto di Arnold Schwarzeneger Sui muri del Texas.

    Credo che il posto nella società ce lo dobbiamo prendere noi, e non attraverso la creazione di posti men-free e fingendo che l’altro sesso non esista, ma lottandoci dentro. Buttandoci dentro. dappertutto, dall’autobus all’ufficio postale ai rapporti di lavoro, siamo noi che dobbiamo cambiare il nostro modo di relazionarci al neutro e fargli capire che esistiamo tanto quanto, e non come mera “variante di”.

    Inizialmente non gli piacerà, ma poi si adegueranno. Lo scontro credo sia inevitabile.

    Una cosa non mi è chiara del tuo discorso:
    tu scrivi: “Se invece la violenza è la reazione al progresso, si tratta semplicemente di un problema di sicurezza (e non di problema culturale)”.
    Ma io in una simile reazione al progresso ci vedo un problema culturale, non di sicurezza.

  5. Mi sa che ho scritto una cazzata perché non è possibile prendersi il posto nella società se la società è dominata da chi il posto non te lo vuole lasciare. Quindi o ti crei una società a parte (ma non è fattibile) oppure fai un colpo di stato. Ma se quelli che non ti vogliono lasciare il posto sono tuoi parenti è molto complicato.

    E allora bisogna andare per altre vie, ma come lo educhi un popolo?

    ci vuole pochissimo per far tornare un paese indietro di 100 anni. basta guardare cos’è successo in Iran. Le donne avevano un ruolo nella società e bum, di colpo le hanno fatte fuori. ci vuole pochissimo. Gli ebrei si sono creati il loro stato a parte. e non si sono fusi con gli altri, sono rimasti ebrei per 5000 anni.
    noi che possiamo fare, dal momento che ci fondiamo sempre con l’uomo e diamo continuamente vita a chi poi la vita ce la toglie?
    un bel dilemma!

  6. Su una rubrica di Tiscali (dove ho potuto constatare che i commenti pro-uomo vengono censurati, quasi ci fosse una regia femminista) GIANO risponde a NINA:
    =Nina ma non farti eccessivo cruccio sono sempre di più gli uomini che si stanno rendendo conto che bisogna cambiare e vi affiancano nella lotta contro la violenza degli uomini sulle donne.=
    Invece, io penso che sono ancora troppo pochi gli uomini che si rendono conto della piega che sta prendendo la situazione e che si trasferisce nella legislazione.
    Qui sopra, Chiara scrive: penso che dovremmo essere noi donne a ribellarci a questa situazione, non aspettare che gli idioti si redimano. Poi, leggere (è sempre interessante sapere cosa pensa l’altra campana) su Tudonna di ottobre 2013, nella rubrica “il taccuino di Pulsatilla” un articolo che termina con la frase: “Ma, dopotutto, perché sprecare il fiato. E’ maschio!”, la dice lunga sulla considerazione che le donne hanno di se e degli uomini. Prima di replicare, è consigliabile farsi un giro di letture dei vari periodici femminili.
    E che dire dei C.a.m. (Centri di ascolto per uomini maltrattanti)? Come dire: siete malati, curatevi.

    A quando la parità tra donna e uomo? Non la parità dei diritti (che è indiscutibile), ma la parità di potere, che, con la situazione legislativa attuale (purtroppo, votata anche da uomini), mette molto indietro gli uomini.
    Per le donne (per le persone in generale) che vengono ammazzate esiste il termine (e relative pene) omicidio; perché spingere per crearne uno nuovo (femminicidio) con pene diverse? Invece, queste nuove pene non valgono se una donna ammazza un uomo? Questa si, che è discriminazione!!!!
    Purtroppo parlare con gli uomini del rischio che corrono è perdita di tempo, credono di riuscire a fare fronte a qualsiasi situazione, tranne, poi, lamentarsi quando si trovano nei guai (separazione, divorzio, mancata assegnazione dei figli minori, obbligo di esborso per il mantenimento coniuge, ecc). Tra l’altro, nemmeno capiscono che il mantenimento è un’obbligazione a cui si deve far fronte anche se non si ha più un reddito (a meno che non si faccia ricorso=tempo e denaro che non c’è).
    Se le donne si sono organizzate (molto giustamente) per il riconoscimento della parità dei diritti, manca negli uomini la consapevolezza che occorre unirsi per combattere lo strapotere femminile in tutte le manifestazioni della vita.
    Vogliamo approfondire sulla violenza di genere? Proprio perché definita –di genere- riguarda il maschile ed il femminile, violenza che uomini praticano nei confronti delle donne e violenza che donne praticano nei confronti degli uomini. PURTROPPO, si è consolidata l’dea che violenza di genere equivalga a violenza contro le donne. PURTROPPO, anzi, la stessa Wikipedia, (e sono in tanti a consultarla) riporta questo collegamento (errato) nonostante ci siano disaccordi e lamentele (vedi la sezione –discussione-).
    Non ultimo, e sempre sostenendo di essere contro la violenza sulle persone, quando il mondo femminista sostiene che gli uomini sono brutti, cattivi e che pensano solo al sesso e devono emanciparsi, ignora (o finge di dimenticare) l’animale che alberga nelle donne quando sente irrefrenabile il desiderio di maternità (e sfatiamo, una volta per tutte, che si tratti di un gesto d’amore; è solo un gesto egoistico, che può trovare giustificazione esclusivamente nella prosecuzione della specie; istinto di cui sono dotate le donne, che scelgono il maschio nei giorni particolari, e di cui è dotato l’uomo che è portato ad inseminare quante più femmine possibile).
    Argomentare, spingere contro il modello Natura, sta portando alla ghettizzazione dell’Uomo-maschio ed alla dominanza della Donna-femmina (legiferando in tal senso) e non è proprio l’ideale per un mondo migliore.
    Forse gli uomini dovrebbero avere uno scatto d’orgoglio, fare un vera analisi per aumentare effettivamente (non a parole) la propria stima; dovrebbero smetterla di correre appresso alle donne: sai quante crisi di nervi??????
    E se, seguendo –virtude e conoscenza-, invertissimo le parti? Se fossero gli uomini a lanciare segnali di seduzione ed a scegliere la partner, senza seguire lo schema maschile?
    In conclusione, se le donne fanno pesare l’importanza del triangolino, sapendo che da esso è attirato l’uomo (è una indiscutibile legge di Natura), occorre che gli uomini si concentrino su qualcosa che è molto importante per le donne ed a cui tengono molto secondo l’indiscutibile legge della Natura.
    Anche se, sarebbe auspicabile, che entrambi sotterrassero l’ascia di guerra (ma, reputo, che le donne preferiscano tenerla impugnata, magari nascosta dietro la schiena, lamentando di essere trattate male).

    PS. vedo i caratteri del commento in maiuscolo, che non ho usato.

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