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Come Vittorio Feltri difende Silvio Berlusconi

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Come Vittorio Feltri difende Silvio Berlusconi

Vittorio Feltri e il “diritto di rappresaglia” per difendere Silvio Berlusconi

Feltri Berlusconi e “la rappresaglia” – Si chiama diritto di rappresaglia. Non cercatelo nei codici né nelle consuetudini giuridiche: né giurisprudenza, né dottrina. Lo adottarono, senza codificarlo, i nazisti largheggiando sul “diritto”, l’adottano i talebani (e non solo), trasformandolo in vendetta – occhio per occhio dente per dente – imparentandolo con la rappresaglia. È entrato nella Nuova Italia “a mezzo stampa”.

Non è una eredità nazista né un suggerimento talebano. Coloro che l’hanno fatto nascere, allevato e affinato, sono signori eleganti e colti, che amano la democrazia e il buongusto, rispettano le leggi e conversano amabilmente con il prossimo. Persone di ingegno, convinte che il diritto alla rappresaglia sia uno strumento civile affidabile indispensabile giusto come risposta alle malefatte di nemici e alleati malfidi.

Il più coerente e determinato “manovale” della rappresaglia a mezzo stampa è Vittorio Feltri; lo strumento più adatto per esercitarla e renderla compatibile il mondo civile è Il Giornale di proprietà di Silvio Berlusconi, fratello del Presidente del Consiglio, e dello stesso Silvio attraverso complicati collegamenti societari. Vittorio Feltri ne ha fatto una linea editoriale. Non gli è stato davvero difficile, non ha dovuto inventarsi niente.

Tutti i fogli che ha diretto sono stati “d’attacco” o d’assalto, grazie ai quali si è guadagnato la fama di “salvatore” di testate claudicanti. Per questa ragione, oltre che per l’ostinata e severa difesa del premier, Feltri è passato al Giornale di Berlusconi, accettando un compenso – secondo una leggenda metropolitana. Semplicemente favoloso. Buon per lui. È bravo. Il Giornale applica il diritto di rappresaglia con una tecnica, un metodo, una coerenza, una tempestività convincenti. Chiunque s’azzardi a mettersi di traverso – verso il premier-editore – viene azzannato con strumenti inattaccabili: il Giornale studia, analizza, individua, scopre, svela tutto ciò che può essere utile perché il nemico stramaledica il giorno in cui ha giocato un brutto scherzo al Cavaliere, e prometta a se stesso di non provarci più.

Qualche giorno fa il diritto di rappresaglia è stato esercitato con puntualità e durezza sul Presidente della Repubblica: “Napolitano non rende omaggio alle vittime di Messina”. Venerdì il Capo dello Stato aveva “assaggiato” il manganello di Feltri con un ritratto del “comunista pallido che tradì la Costituzione”. Tutto è cominciato con Veronica Lario, moglie del Premier, e la sua celebre lettera a Repubblica, con la quale rimproverava al marito “separato” uno stile di vita a suo dire discutibile (frequentazione di minorenni) ed una conduzione del suo partito altrettanto discutibile (candidate veline).

Il giorno successivo Vittorio Feltri, allora direttore di Libero, esercitò il diritto di rappresaglia, pubblicando una foto della signora Berlusconi discinta sul palcoscenico di un teatro Manzoni di Milano con un titolo che richiamava i precedenti velinari della signora (prima che fosse accolta nel letto del Capo del Governo).

Grazie al successo di questa tecnica, ma non siamo affatto sicuri, i Berlusconi portarono a casa Vittorio Feltri, affidandogli Il Giornale. Toccò al direttore dell’Avvenire, Dino Boffo, noto vaticanista, apprezzare i primi rudimenti della rappresaglia. Colpevole di una “ipocrita”campagna contro il Premier – aveva criticato senza asperità lo stile di vita, affatto sobrio- subì le conseguenze di quella incauta scelta. Il Giornale lo diede in pasto all’opinione pubblica, aprendo uno scheletro nell’armadio di Boffo, la denuncia di una signora per molestie telefoniche nei confronti di un suo ex fidanzato. Boffo, rivelò Il Giornale, è un noto omosessuale. Stessa sorte sarebbe toccata da lì a poco a Gianfranco Fini.

Il presidente della Camera marcava con fastidiosa coerenza la diversità con Silvio Berlusconi e arrivava al punto di criticarlo, qualunque cosa facesse. Il diritto di rappresaglia scattò con furia. Fini arrivò in prima pagina sul Giornale, Feltri gli diede una solenne lezione tracciando un excursus honorum del quale Fini avrebbe volentieri fatto a meno – malefatte politiche e slealtà – ed alla fine, soprattutto, ricordò che non sta bene concionare sullo stile di vita altrui quando si è incappati in incidenti di percorso, coma una vecchia storia di femmine che aveva coinvolto persone della segreteria del Presidente della Camera.

Fini querelò Feltri, il Premier disse di non saperne niente, come nel caso della signora Veronica e di Dino Boffo. La lista è lunga. Ricordiamo gli ultimi casi, Sonia Alfano e Rosy Bindi, i giudici della Corte Costituzionale. L’eurodeputata IDV aveva fatto illazioni moleste a Strasburgo sul conto di Berlusconi, e si è trovata in pagina interna del Giornale con un ricco reportage che raccontava le sue discutibili capacità di svolgere il suo lavoro di impiegata della protezione civile in Sicilia. Com’è che non si è accorta di quello che sarebbe successo a causa del dissesto idrogeologico? Rosy Bindi è arrivata sul Giornale di Berlusconi e Feltri come “vittima” e rappresenta un caso a sé, ma l’applicazione del diritto di rappresaglia è indiscutibilmente comprensibile.

La vice presidente della Camera e deputata del Pd era stata destinataria di una battuta infelice del Premier a Porta a porta. Era stata definita “più bella che intelligente”. Siccome non è avvenente, quell’espressione le aveva procurato una solidarietà affollata. Troppo affollata. Fu giocoforza ricordare agli italiani che fra i trascorsi di Rosy c’è un insulto ad una donna licenziata. Ad una domanda sui motivi del licenziamento, Rosy avrebbe risposto: “perché sei una p…”. Una macchina da guerra.

Quanto alla Consulta, colpevole di avere cassato il Lodo Alfano, niente sconti. Titolo a tutta pagina: “Scandali e giudizi politici: ecco la verità sulla Consulta”. I Giudici ? “ermellini rossi anche per l’imbarazzo”. Di quali scandali il titolo avverte la presenza? Per avere contezza dei nemici dell’Alta Corte occorre leggere il sommario: “Dal rettore invischiato in parentopoli e parente di un avvocato processato per associazione a delinquere, al difensore di De Magistris fino all’ex presidente dell’Anm che giustificò le toghe nel caso Tortora”. Sentenza inevitabile del Giornale: “Storie di magistrati discussi”.

Il diritto di rappresaglia a mezzo stampa non impicca alcuno all’albero maestro, ricorda cristianamente che solo chi è senza peccato può scagliare la prima pietra, e se la scaglia peggio per lui. Arriverà a mezzo stampa il “redde rationem”. Gli epigoni dell’americanismo d’annata definiscono il trattamento “character assassination”, ma è un’esagerazione.

L’obiettivo è la delegittimazione, nient’altro. Non solo politica ma, come dire, esistenziale. Quella delegittimazione sbrigativa che Alberto Sordi, nella veste del Marchese del Grillo, regalò ad un “pezzente” che pretendeva giustizia, a scanso di equivoci : “Io so io, e tu non sei un cazzo”. Il diritto di rappresaglia, però, non fa discriminazioni.

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3 Commenti

  1. E’ la logica mafiosa, tutti colpevoli nessun colpevole e quindi bisogna fare in modo di gettare merda addosso a tutti perché tutti siano colpevoli. La mafia tenta di screditare chi la combatte sui giornali più o meno controllati da essa, così fu ad esempio per Peppino Impastato. E questa gente è in piena sintonia con la mafia. Oltre a farci affari adotta i suoi stessi metodi.

  2. Sto leggendo un libro sull’educazione canina, chi lo conosce capirà alle prime righe di cosa sto parlando.

    Secondo l’autore, il rapporto padrone-cane si suddivide prima di tutto in due grandi categorie.

    Nel primo caso il cane è il capobranco, ovvero comanda, e il padrone è il gregario, ovvero è sottomesso: avete presente quei proprietari che si fanno strattonare e tirare dal proprio cane per strada? Ecco. Quei cani possono diventare pericolosi, perché sono dei cani instabili. Il padrone non sa correggere i loro comportamenti aggressivi, o peggio li giustifica perché “il cane è maschio, territoriale, un po’ agitato, mi protegge, ecc.”

    Nel secondo caso invece è il padrone che fa da capobranco e il suo cane è un gregario, quindi lo seguirà, eseguirà quello che dice, si farà dominare, insomma. Per ottenere questo rapporto con l’animale, bisogna somministrare al cane tre cose, nell’ordine: esercizio, disciplina e affetto.

    La maggior parte dei padroni di cane dà prima di tutto affetto, poi forse un po’ di esercizio e poca, pochissima disciplina. Il cane in questo modo cresce in modo squilibrato, perché in natura è abituato ad avere un capobranco che lo domini.

    All’inizio sembra veramente una cosa sadica verso il tuo cane. Dopo che per anni lo hai fatto salire sul divano, per farlo stare comodo, devi entrare nell’ottica che vietargli di farlo alla lunga lo farà sentire meglio, perché nel branco dove vivrebbe in natura ci sono delle regole, e quindi è giusto che anche nel mondo degli umani ce le abbia.

    Non è un caso, immagino, che il simbolo sadomaso per eccellenza sia il guinzaglio. Solo che l’essere dominato per il cane non è un piacere attraverso la sofferenza, è soltanto la lieta sensazione di fare parte di un branco ma di non avere le responsabilità del capobranco.

    Non c’è niente di più sbagliato di applicare la psicologia umana a quella canina. Se cominciamo a parlare al cane come ad un altro essere umano, lo riempiamo di squittii che lo eccitano, lo puniamo come se fosse un bambino, creeremo un mostro. Lo de-canizziamo, lo priviamo della sua identità animale, gratificando noi stessi con le moine che, diciamocelo, a noi piacciono tanto, ma a lui fanno percepire l’aura instabile dell’umano. Che non può quindi essere il suo capobranco e non potrà dominarlo.

    Il cane sarà portato ad essere aggressivo, perché se il padrone non fa da capobranco, deve essere lui a diventarlo, legge di natura vuole così.

    Tutto questo per dire che così come non si devono umanizzare i cani, è sbagliato canizzare gli umani.
    Cresceranno squilibrati, aggressivi, sempre pronti all’attacco. Il padrone avrà sempre modo di giustificare e forse gratificare con un premietto la loro voglia sfrenata di attaccare ogni cosa che si muova accanto a loro.

    http://www.youtube.com/watch?v=cMQmp4NsJdU

    PS. Ma l’articolo di chi era?

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