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Democrazie pericolanti: la catastrofe del capitalismo da L’Aquila a Berlino

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DEMOCRAZIE PERICOLANTI: LA CATASTROFE DEL CAPITALISMO DA L’AQUILA A BERLINO

Un terremoto ha reso L’Aquila una città pericolante. Ma non solo, oggi L’Aquila è anche un termine del linguaggio con cui la nazione si rappresenta, un termine a cui sono stati dati diversi significati. Forse per vari mesi i più praticati sono stati quelli di ‘emergenza’, ‘miracolo’, e, all’opposto, quello di ‘ingratitudine’. Rispettivamente del terremoto, del Governo, degli aquilani.

Invece venire a L’Aquila è aprire gli occhi  su una città pericolante in mezzo alla rapsodia di cartongesso e cemento del progetto c.a.s.e.. E in questo scenario si legge una parola che forse dice tanto dei nostri giorni: ‘inganno’. Inganno evidente perché dietro quello che è stato venduto all’opinione pubblica come “miracolo aquilano” non c’è stata nessuna “ricostruzione esemplare”; inganno suggerito dal dubbio legittimo e imponente che l’aiuto sia servito anche come pretesto per praticare larghe strategie di profitto. Inganno nascosto dal bombardamento propagandistico dei media di regime. Inganno, poiché i “miracoli” solitamente sono finzioni, che cadono quando si smette di crederci.

E non si può accettare lo stigma dell’ingratitudine come minaccia per delegittimare il dissenso. Quello dell’Aquila è un grazie sincero, incondizionato ed eterno a quell’Italia che in questa tragedia si è scoperta solidale, in uno spirito che rappresenta quanto di meglio può esprimere la Nazione. Ma c’è una parte della città, che solo per comodità si può tacciare di politicizzazione, di gente che non ha mai creduto a certi vertici della macchina dell’emergenza, ponendo una ferma condanna contro chi è venuto a speculare sulla catastrofe, urlando contro il vento della censura e della propaganda.

C’è un dubbio enorme: che il progetto c.a.s.e. sia una truffa, in quanto ha veicolato un’operazione di speculazione edilizia, attraverso scelte costruttive artificiosamente presentate in termini di non plus ultra o addirittura di condicio sine qua non,  e attuate a costi che paiono esorbitanti. Il progetto c.a.s.e. parla lo stesso linguaggio di opere emergenziali come l’inceneritore di Acerra: imposizioni fatte in situazioni di necessità escludendo alternative non solo praticabili, ma probabilmente assai più adeguate per la popolazione. Invece certe scelte non vengono praticate per ottenere il miglior risultato sociale possibile, ma per massimizzare i guadagni, in termini di propaganda politica e di profitto economico. Similmente il progetto c.a.s.e. dell’Aquila parla lo stesso linguaggio della crisi del lavoro: le aziende prima delle persone, l’economia prima della società.

È in questo modo che le opere emergenziali rimandano agli stessi codici di profitto che più sottilmente s’insinuano nella quotidianità dei tempi e dei luoghi normali. Le macerie dell’Aquila sono macerie metaforiche che rinviano ad altre macerie della democrazia, indicando l’inganno speculativo che fu imposto al mondo intero con il pretesto di un altro crollo: quello del muro di Berlino.

Accettiamo che i regimi comunisti avranno sbagliato su molti punti, ma l’inganno epocale fu far credere che il crollo del comunismo sovietico bastasse a legittimare come totale positività il modus operandi del capitalismo occidentale. Si tratta di un dispositivo manicheo di accusa scagionante, di un’algebra primordiale in cui, dalla demonizzazione di un sistema, si deriva la santificazione del suo opposto. In tal modo, dati gli errori di una dittatura che sottometteva l’uomo alla politica, ci si è chiusi in una dittatura che sottomette l’uomo all’economia. Così l’Occidente si è arreso ad un’economia che, santificando il concetto di “libero mercato”, sacrifica la società ad una politica del profitto. Proprio in tal senso oggi L’Aquila ci può svelare un principio generale rimasto nascosto sotto le macerie del muro di Berlino: il capitalismo del libero mercato non solo è sottrattivo, ma è anche distruttivo.

Mi spiego con un esempio: una signora mi diceva: “non ci possiamo lamentare se hanno mangiato sopra queste case, così va il mondo, li devi far mangiare e ti danno qualcosa”. È questo il punto dell’inganno, la prova dell’assuefazione a un sistema di mutuo scambio in cui si pone una relazione tra il polo della protezione sociale ridotta a elemosina e la contropartita del parassitismo aziendale elevato a dominio. Quando l’obiettivo si riduce alla sola massimizzazione degli utili, il prodotto subisce una degenerazione rispetto alla funzione: l’utensile degenera in paccottiglia. Il vampirismo che il libero mercato pratica sulla società non si basa solo sul prendere rispetto al dare: oltre alla questione dimenticata del plusvalore, c’è il problema dell’immissione di prodotti distruttivi; da condomini che deturpano il paesaggio a centrali nucleari che minacciano il futuro, tutto propagandato come necessità, censurando le alternative possibili. Questo processo si realizza incessantemente e a tutti i livelli: dalla forma di una città alle minutaglie consumistiche che, nell’indifferenza generale, sempre di più sommergono il quotidiano.

Si badi bene, questo non riguarda una mera considerazione teorica: siamo di fronte a un meccanismo di produzione di senso comune che da oltre due decenni agisce sulle masse ogni giorno. Pensiamo a quante volte nel linguaggio politico lo spettro del “comunismo” è ancora evocato per convalidare la dittatura del capitalismo. È questo manicheismo contrappassistico, in cui il supporre che gli errori di una parte possano significare la bontà del suo opposto, che ha portato all’affermazione in tutto il mondo di una tipologia di regnanti di cui Berlusconi è solo l’esponente più caricaturale. Siamo nelle mani d’interpreti di una visione culturale della società che non è votata all’estensione del benessere, ma all’intensificazione di guadagni e privilegi.

Potrà sembrare eccessivo, ma, più volte sorge il sospetto di essere dentro un nuovo medioevo globale intessuto di reti di affiliazione intorno a potentati economici, in un arroccamento che rischia di rivelarsi preludio dell’estinzione di fronte all’ossimoro di un mondo che, mentre chiede benessere, brucia sempre più energia ed esplode di persone. Bisogna chiedersi quanto può durare una risposta fondata su un’idea protettiva del potere che parla di una (ri)feudalizzazione dell’umano, sotto un signoraggio che si legittima promettendo di difendere da catastrofi e da invasioni, che ancora intrattiene nei confronti della natura e delle moltitudini subalterne relazioni di predazione e di riduzione alla schiavitù.

Quello che deve destare preoccupazione è l’assuefazione del senso comune al principio della massimizzazione degli utili economici contro quelli sociali. A L’Aquila fummo vittime di una sorta di “assuefazione da bombardamento” rispetto a un perdurante sciame sismico,e cademmo nella trappola di una serie di rassicurazioni disastrose date da una commissione nazionale grandi rischi. Similmente la nostra società si è assuefatta alla cornice di potere della dittatura della massimizzazione dei profitti, nascosta dietro il rassicurante termine ‘libero mercato’.

L’Aquila parla il linguaggio della catastrofe, del presagio di un mondo pericolante, perché nei luoghi dell’emergenza il lato oscuro dell’ordine costituito si rivela come eccesso osceno in cui si possono decifrare i segnali di una crisi che è sistemica. L’Aquila ci dice che solo una rifondazione del sociale incentrata su un patto culturale può salvare una speranza di futuro dall’invasione del profitto; L’Aquila ci parla della necessità di una progettazione delle esistenze in cui politica ed economia siano orientate su percorsi sostenibili, capaci di riportare all’uomo.

E in tal senso va chiarito che non si tratta tanto di stare a questionare sulla proponibilità etica dello “stato d’eccezione”, rischiando l’inviluppo nel pret-a-penser filosofico. Il punto è fare un passo avanti per comprendere e contestare l’uso politico che dello “stato d’eccezione” viene attuato dal nostro ordinamento economico: la situazione emergenziale, naturalizzando un contesto di dominio in cui lo stato di necessità tende a opprimere la possibilità di scelta,  si pone pre-testo per imporre egemonie pure, entro relazioni di potere di tipo post-coloniale, in cui l’aiuto diventa uno strumento di profitto e – riflessivamente – l’intenzione di profitto deteriora la forma dell’aiuto. Ciò non fa altro che mostrare in modo esasperato quello che è un meccanismo costitutivo del capitalismo che in tempi normali erode silenziosamente la società: il vampirismo del profitto sulla funzione del prodotto.

Oggi L’Aquila è un luogo paradigmatico, che deve dare senso anche ai concetti di ‘inganno’ e ‘cambiamento’, spiegando una consapevolezza e una volontà rispetto a una normalità che è assuefazione quotidiana; e che bisognerebbe rivedere fino alle fondamenta, perché fondamentalmente pericolante. Oggi L’Aquila parla il linguaggio del rischio di una catastrofe globale.

L’Aquila, 19-11-2010

Antonello Ciccozzi, ricercatore di antropologia culturale presso l’Università degli Studi dell’Aquila

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14 Commenti

  1. @Sabina

    Sabina, scusa l’OT, ma era troppo, la notizia: la Carfagna sta per passare con FLI, abbandonando il governo. La Mussolini l’ha beccata filando con Bocchino. È la prima volta che si va al contrario: dal Bocchino di fatto a quello di nome… 😀

  2. Scusate l’OT:
    e chi l’avrebbe mai detto che avrei avuto della sim-patia per la carfagna?? c’è sempre tempo per tutto….

    Buona manifestazione, sabina e chi è presente: raccontateci!

  3. @Lefkandi, @tutti.
    Ok, sembro la prima in ordine di tempo, purtroppo sono dovuta andare via alle sei.
    Quello che ho visto è pazzesco, e sono sempre più convinta che non sia raccontabile. Sì, è denunciabile, ma non lo puoi sentire se non ci vai. C’è un carico di pianto che gronda dalle mura, un senso di spezzato e di lasciato via. Non ero mai stata all’Aquila; ho accompagnato e sono stata accompagnata da una delle persone più importanti della mia vita che all’Aquila ha passato parte dell’infanzia, accompagnando la mamma pendolare che insegnava all’università. Le mie lacrime e le sue avevano motivi diversi, ma non è questo il punto. Si piange, ci si arrabbia. Ci si può anche distrarre con un coro o uno slogan, si può fare una risata tutti assieme al bar del Corso quando finalmente accendono i funghi termici, si può sorridere di tenerezza quando un’aquilana ti si avvicina per chiederti di dove sei e ringraziarti di essere lì (ma a questo siamo arrivati? a provare gratitudine per le cose ovvie? a cosa ci hanno abituati?). Si può fare tutto questo, e passeggiare, e tornare a casa a buttare i calzini zuppi e ringraziare il cielo per il phon. Ma si piange, fondamentalmente, e non saprei spiegarvi perché ho pianto tanto. Non è né una forma di dolore né una di rabbia: è come se ci fosse tanta bellezza che è stata stuprata sotto i tuoi occhi. Ti commuovi come davanti a una bellezza poco gestibile e assieme senti la responsabilità (la colpa?) di tutta quella fragilità. Questo per le mura; perché se vedi gli esseri umani (quelli quasi stupiti di vederti lì con la loro bandiera, quelli che ti indicano dove vivevano con il groppo alla gola, quelli che applaudono e fischiano e ti marciano accanto) non puoi non piangere, ti senti semplicemente troppo piccolo e troppo inadatto e troppo fortunato al loro confronto. Senti di dover fare della vigilanza democratica con loro, per loro, con tutte le corde del tuo cuore.
    Per questo quando un ragazzo ci ha pregati di superare le transenne, a mani alzate davanti a due uomini in divisa (gentlissimi e comprensivi, tra l’altro, cosa che data la mia provenienza geografica mi ha colpita), e ci ha urlato di non essere vigliacchi, che era anche colpa nostra se l’Aquila restava così, io e tanti non abbiamo retto più. Siamo entrati nella zona rossa; è stato uno dei momenti più incredibili della mia vita. Per i primi cento metri senti che le mura piangono. Quando ha smesso di esserci intrappolato qualcuno, realizzi, ci si è intrappoato “qualcosa” – quelle mura chiamano. I panni ancora stesi da più di un anno. I cartelloni datati cinque aprile. Le chiavi di casa appese per protesta alle transenne. Ti si spezza il cuore, siamo entrati silenziosi, come a lutto.
    Poi ci siamo distesi: eravamo entrati come per piangerla, l’abbiamo colorata. Ho pensato che bisognerebbe farlo spesso. Quelle mura avevano bisogno di sollievo.
    Ho comprato una bandiera dell’Aquila perché ho scoperto che è anche la mia.
    Per favore, chi è rimasto anche stasera racconti tutto e bene. Ho tanta fame di sentirmi ancora lì.
    Scusate il racconto lunghissimo, ma sono troppo commossa, e vi ringrazio di esistere.

  4. ottimo il torrone dei Fratelli Nurzia, ne ho fatto grande scorta

    ho avuto però il sospetto che per la manifestazione abbiano aumentato i prezzi del 50%, possibile?
    perché ci sono andata in due battute e l’ho pagato diversamente.. mah

    la zona rossa transennata.. onestamente se fosse casa mia io credo che insieme agli altri condomini di casa mia prenderemmo una ditta per ALMENO controllare in che stato è la casa
    e sti cazzi la zona rossa, io passerei lo stesso

    ma cosa aspettano?
    voglio dire importante la manifestazione di oggi, ma cambia le cose? vedere marciare le persone fa aprire le transenne? o sono le persone che si devono prendere lo spazio e forzare le transenne?

  5. prima di attaccarmi.. lo so che le hanno già buttate giù le transenne.. ma io le butterei giù ancora, cioè continuamente, ogni giorno, ogni mattina a stare là, alle 6 di mattina, a forzare
    voglio vedere se mettono tutti dentro, se manganellano tutti

    secondo me marciare serve a poco

  6. scusate, torno qui perché ho scritto d’istinto come mio solito e in preda alla rabbia, appena arrivata a casa, e non voglio offendere nessuno, nessun aquilano
    ma proprio non capisco come si possa stare per quasi due anni con le transenne

    le manifestazioni tipo quella di oggi secondo me non servono perché ormai le autorità hanno dimostrato che non hanno alcun interesse a che la città riviva.. e quindi se gli aquilani vogliono che riviva se la devono riprendere da soli
    questo penso
    a costo di prendere manganellate in testa

    non credo che bisogna “chiedere”
    bisogna solo “prendere”

    non è facile ma si può fare
    lo stavo per fare io oggi, e non è la mia città, non è casa mia, ma la rabbia era tanta che lo stavo per fare

    la mia amica dell’Aquila mi dice che gli aquilani sono un popolo buono, non sanguigno tipo i palermitani o i napoletani che fanno quel cazzo che gli pare
    lei dice che l’aquilano è calmo e fa quello che gli viene detto di fare, ed è molto fatalista

  7. (e pensa; il levriero afgano raggiunge gli ottanta all’ora e la cavietta domestica può abituarsi alla lettiera.)
    Elena, proprio come i capitoli del “Giro di Vite” di Henry James: cominci bene, poi c’è un che di agghiacciante.
    Quello che tu dici (a parte qualche ingestibile boutade) non è completamente sbagliato; ma solo in bocca a un aquilano. Chi viene da fuori non può permettersi di dire “se fossi io farei questo” su questioni del genere. Capisco la rabbia e l’emozione accumulate oggi ma non dimentichiamo il rispetto. Oggi abbiamo fatto qualcosa di meraviglioso e non c’è bisogno di lanciarci in chiacchiere da bar.
    E cerchiamo di non perdere di vista una cosa fondamentale. L’urgenza di riprendersi una città e una casa è innegabile, e non so se tu (io un po’) la conosca; ma qui si tratta di denunciare una tagliola di poteri, di riavere in maniera pulita quello che è stato tolto in maniera sporca, di sentirsi riabilitati nei propri diritti fondamentali e innegabili. Ben venga, se le case fossero state messe in sicurezza, sfondare una zona rossa per tornare ad abitare e da lì far ripartire la battaglia di civiltà. Ma le cose stanno andando diversamente e noi siamo lì a marciare. Tutti i giorni: guarda Sabina, quello che ha fatto; sta facendo marciare ognuno di noi ogni volta che qualcuno mette nel lettore dvd il suo film. Non mi sembra inutile, questo.
    Avrei appoggiato il tuo parere se tu fossi stata aquilana. Facciamo pure le rivoluzioni ma senza essere appossimativi. Altrimenti saremmo solo stati (allora sì) inutili.
    (Sono sicura che altri argomenteranno meglio, io ho solo bisogno di andare a nanna – anche perché ho origini napoletane, a quanto sembra “faccio quel cazzo che mi pare”.)

  8. ahahaha!
    bello il tuo commento sui napoletani!
    non voleva essere negativo, anzi
    l’ho specificato, anche: sanguigno. è positivo

    vero che io sono molto approssimativa e da chiacchiere da bar, non lo nego
    sono anche molto instintiva e infatti ho specificato poi che non volevo offendere nessuno

    capisco che tra il dire e il fare c’è un mare
    ma come si è fatto con le carriole, di andare a prendere le macerie e lavorare, lo si può rifare

    e non ho mai detto che fare draquila sia servito a poco, stai scherzando?

    perché poi un aquilano può dire certe cose e io no me lo devi spiegare
    la mia amica dell’Aquila pure dice che marciare non servirà a niente
    lei è già rassegnata, neanche è venuta alla manifestazione

    io dico che siamo a un tale livello che non ha quasi più senso marciare per far vedere, per pretendere cose dal governo.. ma quale governo? ragazzi ma state scherzando?
    siamo a un punto che uno le cose se le deve prendere da solo
    ecco questo è il concetto base di quello che volevo dire e che probabilmente ho espresso male

  9. Elena, non mi va di trasformare il blog di Sabina in un ring; dico solo che per fare certe affermazioni bisogna aver vissuto lì. E che marciare non è inutile, mi dispiace che la tua amica la pensi così, e se tu hai apprezzato Draquila sai anche perché: la tesi di fondo è la stessa. Mantenerci vigili, creare una rete di persone, evolverci come esseri umani. Non stiamo chiedendo qualcosa al governo: stiamo alzando la cresta come nazione, e dimostrando che “la mia patria non è un’azienda”.

  10. resoconto da L’Aquila?ho letto qualcosa sui giornali online,ma voglio sapere emozioni,sensazioni di chi era lì.
    io purtroppo non sono potuta venire….ma ci terrei tanto a sapere com’è andata.
    Aspetto notizie dai presenti:-)
    un abbraccio e buona domenica

  11. mmm…sensazioni ed emozioni? Rabbia, disgusto, impotenza, incredulità, freddo e umidità. Ma anche allegria, musica, cooperazione e speranza che tuttto questo possa servire a risolvere qualcosa, a smuovere coscenze, a ricostruire una città, ma soprattutto una politica popolare e territoriale. 26.000 persone per l’organizzazione (così mi è parso di capire), 13.000 persone per la questura, la solita battaglia dei numeri. Non è la prima volta che venivo a L’Aquila, ma tutte le volte è lo stesso. Senza parole davanti al cratere della casa dello studente. l’inferno nn è abbastanza per chi ha levato quel pilastro. Sensa parole di fronte alla pioggia che si infiltra tra le macerie, dentro a quello che è rimasto nelle case, peggiorando una situazione già insostenibile. Ho seguito la parte del corteo che ha invaso la zona rossa. Tanto oramai nn c’è più neanche l’esercito a sbarrarci la strada, a luglio c’erano i soldati e non ci avevano fatto entrare dicendo che si lavorava giorno e notte per riscotruire. I ragazzi del comitato ci dicono di camminare nel centro della strada, perchè nulla è stato messo in sicurezza in quella zona. Un pezzo di tetto appoggiato lì, nel bel mezzo di quello che resta del corso. Luci accese dentro alla posta dal 2009. Non si può entrare a spegnerle. Non è stato fatto nulla…ma come? non si lavorava giorno e notte? E poi arriviamo in piazza, insieme all’altro pezzo del corteo. Piazza piena nonostante la pioggia. Sono arrivati anche da Terzigno per protestare. Perchè la ricostruzione è affare di utti, non solo degli aquilani. Per chè la spazzatura è un problema i tutti, anche nostro, anche degli aquilani. Sotto il tendone firmano tutti la legge di iniziativa popolare, residenti e non residenti. Perchè è ora che ci occupaimo noi di risistemare le cose, tanto non arriva nessun supereroe. Il supernano se ne va, lascia lo scempio…glielo abbiamo permesso noi.

    L’alternativa al nano? Non esiste. Ci siamo solo noi. Diamoci una fottuta mossa!

    Tornando a Roma ci fermiamo all’autogrill, la ragazza che lavora lì ci chiede se la manifestaizone è finita e se i pullman sono già partiti.
    “No perchè all’andata dei ragazzi del pullman ci hanno svaligiato mezzo autogrill”. Grazie ragazzi, non avete capito un cazzo, come al solito.

  12. Il Muro di Berlino non ha retto alla forza aggressiva del Capitalismo. Avanza e distrugge come uno tsunami che da oltre 100 anni sta travolgendo il mondo. Quando sarà passato non rimarrà altro che distruzione così che ai grandi capitalisti alla fine non rimarrà niente in mano. Io sto aspettando sulla montagna.

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