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Come creare lavoro

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Come creare lavoro

Ho trovato sul sito Eddymburg questo articolo di Gallino su come si potrebbero creare posti di lavoro migliorando la società, rendendola più vivibile e giusta e senza ricorrere allo sfruttamento
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Edilizia e ambiente, ecco dove si può creare lavoro

La proposta è giusta, sebbene incompleta, sul piano della tattica. Ma la strategia deve essere più ampia, e guardare più lontano, e più a fondo. Ne riparleremo, a partire dalla domanda: che cos’è il lavoro per l’uomo? La Repubblica, 10 maggio 2013

Il nuovo governo ha dichiarato di volersi impegnare a fondo allo scopo di creare lavoro. Nel perseguire tale proposito dovrà compiere diverse scelte, alcune che gli sono note perché presenti da tempo nella discussione su questo tema, altre pressoché ignorate ma non di minore importanza. Il suo problema è quindi duplice: evitare di fare le scelte sbagliate tra quelle note, ma anche individuare scelte originali, attinenti a situazioni di cui al momento sia il governo sia i commentatori che lo spronano ad agire per creare lavoro sembrano ignorare.

Prima di toccare queste ultime, è opportuno un cenno a una scelta che sarebbe sbagliata, ma ha già fatto capolino in alcuni interventi del presidente Enrico Letta. Consisterebbe nel rispolverare l’idea che la flessibilità dell’occupazione – tradotto: una maggior facilità di licenziare, o di assumere tramite contratti di breve durata – serva a creare un maggior numero di posti di lavoro. La flessibilità è un ritornello diffuso dall’Ocse quasi vent’anni fa, con l’ausilio di un marchingegno chiamato Epl (acronimo inglese che sta per “legislazione a protezione dell’occupazione”). Quanto più elevato l’indice Epl osservato in un paese, dicevano i rapporti Ocse a metà degli anni Novanta, tanto più alto il suo tasso di disoccupazione. Circa dieci anni dopo, dietrofront: un altro rapporto Ocse diceva che gli studi empirici condotti su tale correlazione portavano a risultati contrastanti, e per di più la loro solidità era dubbia. Altri rapporti apparsi in tempi più recenti hanno concluso che il rapporto tra rigidità della protezione dell’impiego e il tasso di disoccupazione è assai ambiguo. Ad onta della sua inconsistenza, il ritornello dell’Ocse ha fatto presa in molti paesi e un risultato lo ha sicuramente avuto. Con il rapporto Virville in Francia, le leggi Hartz in Germania, le riforme del mercato del lavoro italiane del 1997, 2003 e 2012, tutte effettuate all’insegna della flessibilità, o sono stati creati milioni di precari, oppure quelli che erano già precari sono stati mantenuti in tale stato. Parrebbe dunque giunto il momento di congedare definitivamente l’idea di flessibilità.

La situazione che impone oggi nuove scelte sul fronte dell’occupazione e delle politiche economiche è la sostituzione del lavoro umano con le tecnologie elettroniche.

È in corso da decenni, ma negli ultimi tempi ha fatto registrare sia una straordinaria accelerazione, sia una prepotente espansione in settori lavorativi e professionali che sembravano esserne immuni. Si sa qual è l’obiezione: la tecnologia crea tanti posti di lavoro quanti ne distrugge. Su tale assunto chi scrive ha espresso dubbi in un testo di quindici anni fa. Quel che sta succedendo con la diffusione dell’elettronica mostra che esso non regge più. Recenti studi americani (per esempio Ford 2009, MacAfee e altri 2011) arrivano alla stessa conclusione: la tecnologia continua a creare posti di lavoro, ma ne sopprime molti di più. La differenza l’hanno fatta microprocessori sempre più potenti e minuscoli, e programmi (o software) sempre più complessi e intelligenti. Per cui da un lato il lavoro umano continua a venire espulso dalle fabbriche perché le auto, le lavatrici e i televisori li fabbricano oramai i robot, controllati da computer costruiti da altri computer. Dall’altro, la novità è che sia mansioni impiegatizie di medio livello, sia attività professionali di fascia alta sono sostituite da macchine. Non scompaiono soltanto l’impiegata

del check-in all’aeroporto, il bigliettaio in stazione, la cassiera del supermercato, perché una macchinetta permette (o impone) al cliente di fare da solo, ovvero il libraio o il negoziante soppiantato dalla vendita in rete. Scompare anche il praticante con laurea e master di uno studio da avvocato, perché adesso c’è un software che in pochi secondi trova qualunque articolo di qualsiasi legge; il giovane architetto che trasformava in un dettagliato disegno tecnico lo schizzo del maestro, perché un computer lo fa meglio di lui; il matematico che disegnava complicati algoritmi per le transazioni di borsa computerizzate, perché ora che la sua banca ha acquistato un nuovo programma, di matematici gliene bastano due in luogo di dieci; l’insegnante delle medie che perde il posto insieme a metà delle colleghe, perché la sua materia gli studenti adesso la imparano con un sistema di e-learning che assegna pure i voti e fornisce consigli per studiare meglio. Risultato: senza scelte originali un tasso di occupazione intorno o al disotto del 5 per cento, il meno che si possa chiedere a una società decente, al posto dello scandaloso 12 per cento di oggi, l’Italia non lo rivedrà neanche fra trent’anni. Con i suddetti sviluppi della tecnologia non siamo affatto dinanzi alla fine del lavoro, quale preconizzava Jeremy Rifkin dieci anni fa. Siamo dinanzi alla necessità di concepire in modo radicalmente diverso la creazione di occupazione e l’allocazione di questa a differenti settori produttivi.

L’obiettivo primario dev’essere quello di creare posti ad alta intensità di lavoro. C’è soltanto da scegliere. Ci sono gli acquedotti che dalla sorgente al rubinetto perdono metà dell’acqua che convogliano e i beni culturali che cascano a pezzi. Ci sono milioni di abitazioni ancora costruite in modo da consumare energia in misura cinque o dieci volte superiore a quella necessaria per assicurare lo stesso livello di comfort e le scuole da mettere a norma per evitare che caschino in testa agli studenti. Ci sono migliaia di chilometri di torrenti e fiumi, e decine di migliaia di chilometri quadrati di boschi e terreni da sistemare affinché ogni volta che piove non ci scappi il morto e siano distrutte case e officine. C’è la metà almeno di ospedali da ristrutturare perché oggi terapie e degenze richiedono spazi organizzati in modo diverso rispetto a quando furono costruiti, mezzo secolo fa, e forse la metà degli edifici esistenti, in mezza Italia, che dovrebbero venire protetti dal rischio sismico con le tecniche oggi disponibili.

Tutto ciò significa milioni di posti ad alta intensità di lavoro, e qualifiche professionali che vanno dal manovale al perito all’ingegnere, che aspettano di venire creati a vantaggio dell’intero paese. Ci si potrebbero impegnare migliaia di piccole imprese, di cooperative, di artigiani, in parte forse coordinate da imprese pubbliche o private più grandi.

E qui cade una seconda scelta originale che il governo dovrebbe decidersi a fare. È inimmaginabile che un’attività del genere si possa avviare con qualche riduzione d’imposta o qualche incentivo alle imprese che assumono e simili. È necessario un piano. Un piano che miri a collegare la creazione rapida di occupazione alla necessità di effettuare una transizione regolata di masse di lavoratori verso settori produttivi diversi da quelli tradizionali, dove essi saranno sempre di meno, e perché no a una idea un po’ più alta del paese in cui si vorrebbe vivere.

di Luciano Gallino 10 Maggio 2013

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6 Commenti

  1. La tecnologia deve distruggere posti di lavoro e non crearli, l’obiettivo non dovrebbe essere lavorare tutti per forza h 24 ma lavorare tutti il meno possibile. Se una nuova macchina aumenta la produttività di un terreno agricolo del 300% riducendo di un equivalente fattore il numero di contadini, non è necessario metterli a scavare buche per terra e ricoprirle per restituire loro dignità, semplicemente l’extra ricchezza accumulata andrebbe tolta (in misura coerente tuttavia da non fare perdere lo stimolo a volerne creare) dalle mani di chi l’ha prodotta e ridistribuita a chi non la produce nella forma di un reddito di cittadinanza, o reddito minimo o come divaolo vogliamo chiamarlo. L’idea della dignità del lavoro è una puttanata sindacale di chi per anni ha costretto gli operai ad amare aziende improduttive come famiglie… e che ha prodotto come unico effetto, lavoratori annoiati insoddisfatti invece che cittadini dotati dei mezzi di sostentamento.
    La dignità del lavoro per tutti ha proprio l’assurdo prerequisito di un economia in continua crescita che è proprio in antitesi con cio’ che la sinistra dovrebbe desiderare, se fosse sinistra.
    La flessibilità è giusta ma nessuno deve rimanere senza un reddito minimo prodotto dal surplus di produttività garantito dall’innovazione, è matematico che sia possibile farlo, ed è anzi doveroso, se potessimo mandare a casa chi non fa niente nella maggior parte delle aziende italiane o nel pubblico perchè gode di un qualche privilegio (figlio di, amico di, etc etc) otterremmo un decollo della produttività. Invece no ci ostiniamo con stupidaggini tipo cassa integrazione che tengono in vita cadaveri d’azienda che continuano a distribuire ricchezza in modo inefficiente ai propri lavoratori (per giunta incazzati, perchè la loro azienda non ha piu’ mercato).
    A mio avviso vi è una sola ricetta possibile.
    1 COMPLETA LIBERTÀ PER LE AZIENDE DI LICENZIARE
    2 NESSUN SUPPORTO ALLE AZIENDE IN CASO DI FALLIMENTO.
    3 Reddito minimo per tutti di pura sussistenza

    i punti uno e due tengono mercato e management in forma rispetto agli standard internazionali, aumentano produttività e reddito aziendale fornendo gli strumenti per soddisfare il punto 3 (che va attuato con un prelievo fiscale corretto alle aziende, le quali avendo meno costi produrranno maggiore gettito)

    Obiezione: ma se tutti hanno un reddito minimo nessuno si da da fare.
    Contro Obiezione: se il reddito minimo è sufficiente a garantirti la sopravvivenza ma non a comprarti beni differenzianti (bella macchina, jeans firmati), ti dai da fare eccome… E’ matematico e’ la natura umana. Se non ce la fai vuol dire che ti meritavi di sopravvivere e qualcuno che è più meritevole di te e prima non aveva niente ora ha cio’ che si merita di avere, mentre le tue parentele, i tuoi intrallazzi non supportati da competenza oggi valgono zero…

    (scusate il maisucolo )

  2. Per natura sono un creativo: penso alla mia zona, esiste un intero entroterra del riminese (e mi viene in mente la valmarecchia) lasciata così andare a se stessa, accolta dalla provincia di Rimini, ma poi dimenticata con un patrimonio ambientale assolutamente pazzesco, teatri meravigliosi (non meno belli del petrella di longiano, che sicuramente conosci…) ma con piccole associazioni che fanno da lobby impedendo a tutti i giovani volenterosi di costruire progetti lavorativi per combattere con l’ingegno la crisi…

  3. Leggo spesso Eddymburg, se non altro perché è di un urbanista.
    Ma a pafte il lavoro che, credo il progresso debba man mano eliminare come le malattie e ( fine ultimo), la morte… perché non è scritto da nessuna parte, a parte la bibbia, anzi a parte il Vangelo, perché nella Bibbia all’inizio dei tempi la morte non era neanche stata prevista dal Padreterno, che si debba per forza morire, però non farsi mangiare dai leoni, che si trovano nella scala alimentare sopra l’uomo… inso,

  4. insomma… il pdl grida allo scandalo sulla requisitora e la richiesta di condanna per il cittadino privato silvio berlusconi, perché non esiste la prova regina, la prova provante, il pistolino fumante…

  5. A proposito del gioco di azzardo. sappiamo che il pdl ha nel suo documento programmatico la soluzione per far rientrare i soldi dell imu. Aumentare le accise sulle sigarette e aumentare le sale gioco, dando più permessi, avendo così maggiore introito anche da questi. Giustificazioni dell’elettore berlusconiano: ottimo, così quelli che fumano non si comprano più le sigarette, perché costano care!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! Testimonianza reale.
    1 Se quelli non si coprano più le sigarette non ci somo più i soldi dell’imu.
    2 Se si comprano lo stesso le sigarette, si incentiva lo stesso il fumare per pagare i soldi dell imu.
    3 Se aumentano le sale da gioco, aumenta anche la tentazione nel giocare e i costi della sanità per combattere il fenomeno di dipendenza patologico del gioco.

    Graziesilvio, per ventanni de merda

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