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Abecedario Gilles Deleueze – S come Stile

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Abecedario Gilles Deleueze

Abecedario Gilles Deleueze – S come Stile

Continuiamo con l’abecedario di Deleuze.

D – Che cos’è lo stile? In «Conversazioni» affermi che è la proprietà di coloro di cui si dice che non hanno stile. Lo dici a proposito di Balzac, se mi ricordo. Allora che cos’è uno stile?

GD – Non è una domanda da poco…

D – No, per questo l’ho posta così in fretta…

GD – Per capire cosa sia uno stile prima di tutto occorre non sapere niente di linguistica. La linguistica ha fatto molti danni. Perché fa molti danni? Perché c’è un’opposizione, Foucault l’aveva espressa bene, è persino la loro complementarietà, tra la linguistica e la letteratura. Contrariamente a quanto si dice non c’è alcun accordo. Per la linguistica una lingua è sempre un sistema in equilibrio, del quale, per questo, si può fare la scienza e il resto, le variazioni, appartengono al dominio della parola e non della lingua.  Quando si scrive, sappiamo bene che una lingua è di fatto un sistema, direbbero i fisici, un sistema che per natura è lontano dall’equilibrio. È un sistema in perpetuo squilibrio.  Sicché non c’è differenza, non c’è differenza di livello tra lingua e parola, ma la lingua è composta da ogni sorta di correnti eterogenee, in condizioni di squilibrio le una rispetto alle altre. Allora che cos’è lo stile di un grande autore? Per me ci sono due cose in uno stile….Vedi che rispondo chiaramente e molto rapidamente, anche se è molto sommario. Uno stile mi sembra composto di due cose: si fa subire alla lingua nella quale si parla e si scrive un determinato trattamento. Non un trattamento artificiale, volitivo…ma un trattamento che chiama in causa tutto: la volontà dell’autore ma anche i suoi desideri, i suoi bisogni, le sue necessità. Si fa subire alla lingua un trattamento sintattico originale. Può essere, ad esempio e ritroviamo il tema dell’animale, far tartagliare la lingua, non essere balbuziente, ma far tartagliare la lingua. Oppure e non è lo stresso, far balbettare la lingua. Prendiamo degli esempi  di grandi stilisti: il poeta Ghérasim Luca, fa balbettare, non la propria parola, fa balbettare la lingua. Péguy, è strano, la gente, perché ha avuto una personalità di un certo tipo, dimentica che Péguy, come tutti i grandi artisti, è un folle totale. Nessuno ha mai scritto come Péguy, mai nessuno altro scriverà come Péguy. Appartiene ai grandi stili della lingua francese, delle grandi creazioni della lingua francese. Che fa? Non si può dire sia un balbettio.  Fa crescere la frase nel mezzo, è straordinario, anziché far scorrere delle frasi, ripete la frase con un’addizione nel mezzo della frase che a sua volta determina un’altra addizione e così via…è un processo, fa proliferare la frase del mezzo, per aggiunte.  Questo è un grande stile. Questo è il primo aspetto: far subire alla lingua un trattamento, un trattamento incredibile.

Un grande stilista non è mai un conservatore della sintassi, è un creatore di sintassi e, per dirlo con l’insuperabile espressione di Proust, «i capolavori sono sempre scritti in una specie di lingua straniera».

Uno stilista crea una lingua straniera nella sua lingua. Vale per Céline, vale per Péguy, da questo si riconosce uno stilista.

E secondariamente, insieme al primo aspetto, in virtù del quale si fa subire alla sintassi, un trattamento deformate, contorsionista, ma necessario, che costituisce una sorta di lingua straniera in  cui si scrive,  ebbene allo stesso tempo si tende tutto il linguaggio verso una specie di limite… Il limite che lo separa dalla musica, si produce una specie di musica. Quando si riescono a fare queste due cose e ce n’è la necessità, ecco uno stile. Sono questi i grandi stilisti e vale per tutti…

Scavare nella lingua una lingua straniera e portare tutto il linguaggio a una specie di limite musicale, avere uno stile è questo.

D – E tu pensi di averne uno?

GD – Ecco la cattiveria…

D – Posso dirti che il tuo stile è cambiato dai primi libri a oggi, si è semplificato.

GD – La prova di uno stile è la variabilità….In genere si procede verso il sobrio, ma più sobrio non significa meno complesso. Penso a uno degli stili che ammiro di più, quello di Kerouac. Kerouac alla fine è una linea giapponese, è veramente un disegno giapponese, una linea, una pura linea giapponese, è il suo stile.  Che si vada verso la sobrietà…ma questo implica veramente la creazione di una lingua straniera nella lingua…peso anche a Céline. È molto curioso, la gente si complimentava con Céline: «ha introdotto la lingua parlata nella lingua scritta», che era già una sciocchezza perché di fatto serve tutto un lavoro scritto nella lingua, bisogna creare una lingua straniera nella lingua, per ottenere nello scritto l’equivalente del parlato. Non introduce il parlato nella lingua, è una sciocchezza. Ma quando ci si complimenta con lui per questo, lui sa di essere talmente lontano da ciò che vorrebbe e ci si avvicinerà nel secondo romanzo, in «Morte a credito»…Poi all’uscita di «Morte a credito» gli dicono : «ha cambiato», ancora una volta sa di essere molto lontano da quello che vuole e che otterrà con «Guignol’s band» dove il linguaggio è spinto a un limite tale, vicinissimo alla musica.

Non è più un lavoro sulla lingua per farne una lingua straniera, è tutto il linguaggio spinto a un limite musicale.

Uno stile cambia per natura, ha la propria variazione.

D – è vero che Péguy fa spesso pensare a Steve Reich, con quella musica ripetitiva. ..

GD – Sì, salvo che Péguy era uno stilista migliore di Steve Reich….

D – Non hai risposto alla mia cattiveria, pensi di avere uno stile?

GD – Vorrei averlo, cosa vuoi che ti dica…Se ammettiamo che per essere uno stilista occorre vivere il problema dello stile, posso rispondere più modestamente che il problema dello stile, sì, lo vivo. Non vivo dicendomi: «Lo stile lo vedremo dopo». So bene che non otterrei il movimento dei concetti che auspico, se non passando per lo stile.  Sono pronto a rifare dieci volte la stessa pagina.

D – Dunque lo stile è come la necessità di composizione in ciò che scrivi?

Insomma la composizione interiene in modo alquanto….primordiale…

GD – Sì hai ragione, ma stai dicendo qualcosa di diverso. La composizione di un libro è già un problema di stile? Credo di sì, completamente. La composizione di un libro non si decide preventivamente, si fa mentre si fa il libro. Ma ad esempio nei libri che ho fatto….ci sono libri che mi sembrano composti…ho sempre dato importanza alla composizione stessa. Penso ad esempio a «Logica del senso» che è composto per serie ed è veramente una specie di composizione seriale. E poi «Millepiani» è una composizione per piani. Ma sono entrambe composizioni quasi musicali.

La composizione è un elemento fondamentale dello stile.

D – E nella tua espressione, per riprendere una frase pronunciata poco fa,  oggi sei più vicino a ciò che volevi fare rispetto a vent’anni fa oppure no?

GD – In quello che sto facendo adesso credo di esserci vicino. In quello che ancora non è finito ho l’impressione di andare più vicino, di ottenere qualcosa che cercavo e che non avevo trovato.

D – Ma lo stile non è solo letterario, lo avverti in tutti gli ambiti? Ad esempio vivi con l’elegante Fanny, e anche il tuo amico Jean-Pierre è molto elegante, sei sensibile a questa eleganza?

GD – Mi sento superato da loro. Vorrei essere elegante, ma so bene di non esserlo.  Per me l’eleganza è una cosa…persino percepirla. C’è già un’eleganza che consiste nel percepire cosa sia l’eleganza. Ci sono persone che non vi prestano attenzione e per le quali, ad esempio, ciò che chiamano eleganza non è affatto eleganza…una certa capacità di cogliere l’eleganza fa già parte dell’eleganza e questo mi colpisce molto, è come tutti gli ambiti, s’impara poco alla volta, bisogna essere un po’ dotati, s’impara poco a poco, ma perché me lo chiedi?

D – Per lo stile che appartiene a tutti gli ambiti.

GD – Sì certo: Ma insomma quest’aspetto non è comunque una grande arte. C’è forse … bisognerebbe…

D – Bisognerebbe?

GD –  Non so, ho l’impressione che non dipenda solo dall’eleganza, che ammiro molto…

Quel che conta, al mondo, è tutto ciò che emette dei segni.

Anche la non eleganza o la volgarità emettono dei segni, ma quel che m’interessa è proprio l’emissione di segni. È per questo forse che ho sempre amato e continuo ad amare Proust. La mondanità, le relazioni mondane sono fantastiche emissioni di segni. Una gaffe è una mancata comprensione di un segno, sono segni che la gente non capisce… La mondanità come pullulare di segni assolutamente vuoti, e di nessun interesse. Ma è la velocità dell’emissione, la natura della loro emissione, raggiungiamo i mondi animali, anche i mondi animali, sono fantastiche emissioni di segni. Gli animali e mondani sono i maestri dei segni.

D – D’altra parte tu non esci molto, ma sei sempre stato più attratto dalle serate mondane che dalle conversazioni conviviali…

GD – Ah sì, almeno negli ambienti mondani non si discute, non c’è questa volgarità e la conversazione è assolutamente allusiva, è un’evocazione estremamente rapida, fatta in velocità, anche qui c’è un’emissione di segni molto interessante…

D – Allora «T» come «Tennis».

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15 Commenti

  1. Proust, «i capolavori sono sempre scritti in una specie di lingua straniera».

    Questa affermazione è geniale. Vale anche per la musica: ogni grande compositore si crea il suo linguaggio, spesso trasformando e stravolgendo linguaggi esistenti.

  2. Tutto è segno, la semiotica viene dalla semiologia. Barthes sarebbe bastato a dirci cos’è lo stile, se non avesse dimenticato che l’uomo è” morto” come ha detto Foucault, proprio quel Michel che ha scritto Le parole e le cose. Qualcuno ha pensato che parafrasava il Dio è morto di Nietzsche, secondo me sbagliava. Fare di se setssi un’opera d’arte, questo può essere stile oggi. Ma anche questo lo ha detto Foucault nella storia della sessualità. Questa è ormai archeologia, neanche del sapere, sempre come ha scritto Foucault.

  3. ‘Lo stile è creare una lingua straniera nella proprio lingua.’
    Nuova la sintassi, nuove le combinazioni, le associazioni, le immagini.
    E questo non solo per la letteratura. Lo stesso per la musica, come ha detto giustamente Musicista, ma crediamo anche per tutte le arti.
    Come non vedere una nuova lingua nel Cubismo? O un nuovo idioma nella musica dodecafonica?
    E lo stile è anche andare oltre la creazione e l’invenzione.
    La nuova lingua non deve essere statica, perché rischia di divenire lingua morta.
    E’ fondamentale la variabilità, l’evoluzione, il mutamento.
    Ci piace l’idea di portare il linguaggio sempre oltre, al limite e scorgere oltre il crinale la musica.

  4. @giano: il discorso della “lingua straniera nella propria lingua” ha a che fare, in Deleuze, con due cose:

    1. i processi di soggettivazione;
    2. il rapporto molare-molecolare;

    bisogna indagarlo partendo da questi due assunti.
    si stia attenti:

    a. nel fare della variazione fine a se stessa – domanda: quanta arte contemporanea è figlia di quest’aberrazione? – si perde completamente di vista ciò per cui si stava variando, ovvero per fare dell’arte.
    b. nel fare di deleuze un autore-formulario. io ne ho il prurito, di chi lo usa così. intollerabile.

    @peppino fieni: “fare di se stessi un’opera d’arte”: questa è una di quelle cose che rischia di essere travisata – nell’uso che ne fa lei – se estrapolata da un contesto. Deleuze, oltretutto, definiva l’arte assai diversamente – non si potrebbe fare di sé un’opera d’arte; si è già stile. la questione è allora la qualità dello stile che si è – che è lo stile che si ha. ci sono stili più belli e stili più brutti, interessanti, anzi, e non interessanti. e non è un caso che il più grande stilista sia proprio la Natura.

    Deleuze e l’arte: al di là dell’ovvio “Bacon – Logica della sensazione”, suggerirei “che cos’è la filosofia?”.

    buona serata.

  5. @cioa
    GD
    Péguy, Céline, Proust e gli altri per essere apprezzati, credo, andrebbero letti in lingua originale, come tutto, se si vuole veramente “assaggiare” lo stile fino in fondo… (beato chi può)
    Sintonia col vecchio ramingo con la K.
    Accordo preliminare con: “Uno stilista crea una lingua straniera” in quanto è ciò che il nostro introduce, e tra le cose preferite, così la filosofia come “rivisitazione del linguaggio”. Ma andiamoci calmi.
    “Il limite che lo separa dalla musica, si produce una specie di musica” se unito al precedente: “far subire alla lingua un trattamento incredibile”, evoca una sorta di pianificazione, anche se “contestuale”, che fa appunto dimenticare od oscurare l’immediato e la trasparenza dello “stile” in quanto essenza dell’opera.
    “Eeggli” (eco dipietrica) indica la musica come limite-della-parola, ma la musica è già dentro, nell’essenza stessa della parola e della poiesis. Questa identità non rende un pò artificioso questi “specie di”, “trattamento”, “far subire”? A me piace di più “far uscire” anche se lui non accetterebbe il dentro/fuori.
    Bisognerebbe forse parlare di diversi livelli di stile, da un livello più contestuale, tecnico, ad un livello primigenio, non deciso a tavolino. Chissà se ne ha parlato. l’aggettivo “interessante” è un po’ vago.
    ______

    @ stamattina andando, mi risuonava vagamente l’Internazionele nella testa, che sia un segno? poi anche One. stranezze da lunedì.
    @ fortissimo, un mostro!
    – ps: altr’ieri vagavo in alte quote per scrutare i sommovimenti futuri verso ovest, ho raccolto un po’ di tuoni, fiamme e “liberazioni” in mega-pixel, oltre al classico provare a rischiare la vita)
    @ grande italo!… dopo metto qualcosa come ponticello tra resistenza e stile.
    – ps: qualcuno mi spiega se c’è qualcosa di valido nella dodecafonia?

  6. ciao sabina, che ne pensi di quello che sta succedendo in spagna, le elezioni, il movimento 15 M che ha occupato le piazze da settimane, mi piacerebbe sapere tua opinione, vedo che come sempre nei media italiani le cose vengono dette a metà…un bacio

  7. Essendo che Musicista mi ha dato il LA (sempre bene accetto) cito un intro. di Calvino sulla creatività e “stile” letterario, riferito alla resistenza. Calvino è non-retorico per definizione e per me vulcanico anche se sempre molto equilibrato. (Non è per esulare dal de.ze, ma solo per lanciare ulteriori collegamenti).

    “L’esplosione letteraria di quegli anni in Italia fu, prima che un fatto d’arte, un fatto fisiologico, esistenziale, collettivo. […] Non era facile ottimismo però, o gratuita euforia; tutt’altro: quello di cui ci sentivamo depositari era un senso della vita come qualcosa che può ricominciare da zero, un rovello problematico generale, anche una nostra capacità di vivere lo strazio e lo sbaraglio; ma l’accento che vi mettevamo era quello di una spavalda allegria. Molte cose nacquero da quel clima, e anche il pigio dei miei primi racconti e del primo romanzo. […]
    Durante la guerra partigiana le storie appena vissute si trasformavano e trasfiguravano in storie raccontate la notte attorno al fuoco, acquistavano già uno stile, un linguaggio, un umore come di bravata, una ricerca d’effetti angosciosi e truculenti. […] Eppure, il segreto di come si scriveva allora non era soltanto in questa elementare universalità dei contenuti, non era lì la molla […] la carica esplosiva di libertà che animava il giovane scrittore non era tanto nella sua volontà di documentare o informare, quanto in quella di “esprimere”. Esprimere che cosa? Noi stessi […]
    Sapevo bene che tanti avvenimenti storici sono passati senza ispirare nessun grande romanzo […] sapevo che il grande romanzo del Risorgimento non è mai stato scritto… Sapevamo tutto, ma credo che ogni volta che si è testimoni o attori d’un epoca storica ci si sente presi da una responsabilità speciale. […]
    Le letture e l’esperienza di vita non sono due universi, ma uno. Ogni esperienza di vita per essere interpretata chiama certe letture e si fonde con esse. Che i libri nascano sempre da altri libri è una verità solo apparentemente in contraddizione con l’altra: che i libri nascano dalla vita pratica e dai rapporti tra gli uomini. […]”

    Buon proseguimento di serata e buena noches per chi si alza prest 😉

    (attenzione link serale, da non cliccare in caso di allergia o grave diabete)
    youtube.com/watch?v=7sRlylWy1SE&playnext=1&list=PLB9839B4632486577

    D.efoe

  8. Defoe, una volta ti racconto della resistenza dei miei, degli anni di galera e anche delle pallottole che mio padre si prese a Reggio dalla polizia, nel ’60.

    La creatività però non centra nada con ciò che si racconta.

  9. scusa l’off topic, ma non posso rispondere via messaggio su twitter quindi lo faccio qui.
    su grillini a casapound.

    non me lo sono inventato se è questo che intendevi (anche se spero di no). in ogni caso riporto il link all’articolo goo.gl/svJ2w

    se mi passi una considerazione.. credo che sia il prodotto della de-ideologizzazione. se interesasta è in atto una conversazione interessante sull’argomento sul sito dei Wu Ming http://bit.ly/l0kLW9

  10. A proposito di stile, che storia è quella di quei soldi che dovevano moltiplicarsi e che invece sono evaporati? E’ una regola non scritta non soddisfare le giuste curiosità?

  11. Cosa farà B. per ribaltare a MI:

    1) Pisapia è il nipotino di Bin Laden
    2) Strauss-Kahn è innocente.
    E’ stato Pisapia a stuprare la cameriera.
    3) Sostituirò la Moratti con Lars von Trier
    4) Trasferirò Roma a Milano
    5) Trasferirò la nebbia a Roma
    6) In caso di sconfitta anche al secondo turno
    trasferirò a Milano la spazzatura di Napoli
    7) Abolirò il voto di ballottaggio. Basta il giuramento
    sulla testa dei miei figli che ho vinto io
    8) Tutti gli elettori di Milano avranno un posto da sottosegretario
    9) Le tasse dei milanesi verranno pagate dai romani
    10) Se vinco mi dimetto

  12. If I were a U.N. Official, I would emphasize to the oritnizaagon the importance of including several languages for teaching to the masses. The languages in which Crystal mentions the U.N. established for used during its activities of English, French, Spanish, Russian, and Chinese on page 702 are the ones that should be included in the category of common languages the world should try to understand. The other language that I would consider adding is standard German because in association with the languages just listed, it ranks as one of the most spoken languages in the world. Additionally, English, French, Spanish, Russian, Chinese, and German all rank the highest in the world as having the most number of countries that contain native speakers of these languages according the chart we were given at the beginning of the school year. More countries contain English native speakers than any other by far, so as a U.N. Official I would definitely emphasize a common language among the oritnizaagon to make meetings run smoother, yet I would encourage a ranking system of languages that lists recommended languages that speakers all over the world should become proficient in, with English being at the top of the list since it has the highest number of countries with native speakers of the language. Next on the list would be French and Spanish, followed by Standard German, then Russian and Portuguese. Most likely, the latter portion of this list would be disregarded by most people as their main focus would be on English, but as a U.N. Official, I think that it would be important to encourage some understanding of these other languages since many countries contain native speakers of them. Much like the ranking of most common languages in the world change, this U.N. recommended list of languages the world should try to become proficient in would change as certain languages become more or less spoken worldwide. I excluded many languages stemming from Asia not only due to their complexity and unlikeliness that more countries would adopt them, but because languages such as Mandarin Chinese already have the largest number of speakers, yet are more exclusive to certain areas of the world (i.e. China). Lastly, as a U.N. Official creating this list, I would place a note at the bottom of the list that discusses the purpose of having a list of recommended languages while also noting the dangers of not. Citing Crystal as an influence, I would also note the importance of bilingualism as he states that, “Some two-thirds of children on earth grow up in a bilingual environment, and develop competence in it” (705). Additionally, I would address the importance of maintaining ones national identity as Crystal states, “The need for mutual intelligibility, which is part of the argument in favour of a global language is only one side of the story. The other side is the need for identity…” (709). All of this would be done for the purpose of maintaining bilingualism rather than encouraging straight monolingualism.

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