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Abecedario Gilles Deleueze – «Q» come question, domanda

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Abecedario Gilles Deleueze

Abecedario Gilles Deleueze – «Q» come question, domanda

D – La filosofia serve a fare domande, a porre problemi e le domande si fabbricano.  E come dici il fine non è tanto quello di rispondere ma di uscire da queste domande. Ad esempio uscire dalla storia della filosofia creando nuove domande, ma qui in un’intervista non ti si fanno domande, non sono vere e proprie domande. Allora come ne veniamo fuori, io e te? Facciamo una scelta obbligata? Qual è la differenza tra una domanda «mediatica» e una domanda filosofica?

GD – è difficile…

La maggior parte delle volte, nei media o nella conversazione spicciola, non ci sono domande, non ci sono problemi, ci sono interrogazioni.

Se chiedo: «come stai?» non è un problema, anche se «non stai bene». Se chiedo: «che ore sono?» non è un problema, sono interrogazioni, ci s’interroga. Guardando il livello abituale della televisione, persino in trasmissioni molto serie si tratta d’interrogazioni: «che cosa ne pensa?», non è un problema, è un’interrogazione: «qual è la sua opinione?». La televisione non è molto interessante perché è l’opinione delle persone, la cosa non mi sembra avere molto interesse. Se mi dici: «credi in Dio?», è un’interrogazione. Dov’è il problema? Dov’è la domanda? Non c’è domanda e non c’è problema. Se si ponessero domande o problemi in una trasmissione televisiva sarebbe «oceanico» in effetti….non accade spesso. I programmi politici non sollevano alcun problema eppure potrebbero farlo. Potrebbero dirci ad esempio come si pone il «problema cinese», invece non lo fanno.  S’invitano degli specialisti della Cina che sulla Cina oggi dicono cose che potremmo dire da soli, anche senza sapere alcunché della Cina. È sconvolgente non dipende affatto dall’argomento. È sconvolgente. Non dipende affatto dall’argomento. Per ritornare all’esempio di Dio, cos’è il problema o la domanda «Dio?». Non è chiedere: «credi in Dio?», non interessa poi molta gente…Cosa significa quando si pronuncia la parola «Dio»? Cosa significa? Allora immagino domande, può voler dire: «sarai giudicato dopo la morte?» In cosa è un problema? Perché stabilisce una relazione problematica tra Dio e l’istanza del giudizio. «Dio è giudice?», questa è una domanda.

Supponiamo di ascoltare Pascal. Di Pascal c’è un testi famoso «La scommessa».  «Dio esiste o non esiste?», è una scommessa. Poi leggendo il testo di Pascal ci accorgiamo che non si tratta affatto di questo. Perché? Perché pone un’altra domanda. La domanda di pascal non è «Dio esiste o Dio non esiste?», sarebbe ancora una domanda poco interessante, ma è «qual è il modo migliore di esistere?». Il modo migliore di esistere di colui che crede nell’esistenza di Dio, oppure di colui che non crede nell’esistenza di Dio. La domanda di Pascal non riguarda in alcun modo l’esistenza o la non esistenza di Dio, riguarda l’esistenza di colui che crede che Dio esista e l’esistenza di colui che crede che Dio non esista. Per ragioni che Pascal sviluppa, che sono le sue e che sono molto chiare, pensa che colui che crede che Dio esista ha un’esistenza migliore di chi crede che Dio non esista. È il problema di Pascal. Qui c’è un problema, c’è una domanda. Ma non è nemmeno più una domanda su Dio. C’è una storia sotterranea delle domande e delle loro trasformazioni le une nelle altre.

Quando Nietzsche dice: «Dio è morto». Non è come dire: «Dio non esiste». Dunque dico: «Dio è morto», qual è la domanda sottesa che non è la stessa se dicessi «Dio non esiste»? E poi ci accorgiamo leggendo Nietzsche che non gliene importa niente che Dio sia morto e che è una altra domanda quella che sta ponendo: se Dio è morto non c’è alcuna ragione per cui anche l’uomo non sia morto,bisogna trovare qualcos’altro dall’uomo. Non gli interessava che Dio fosse morto, gli interessava l’avvento di qualcosa di diverso dall’uomo.

Questa è l’arte delle domande e dei problemi. Si può fare benissimo in televisione o nei media, ma sarebbe un tipo di programma molto «sui generis»…è la storia sotterranea dei problemi e delle domande. Allora, mentre nella conversazione spicciole come nei media restiamo alle interrogazioni, basta vedere, non so…possiamo citare trasmissioni, tanto è postumo, «L’heure de verité», sono davvero delle interrogazioni: «Allora signora Veil lei crede all’Europa?». Sì va bene. Cosa vuol dire l’Europa? Quello che è interessante è qual è il problema dell’Europa? Il problema dell’Europa te lo spiego io, così per una volta avrò un’intuizione, è come la Cina oggi. Pensano tutti a preparare l’Europa, a uniformare l’Europa, s’interrogano su tutto, su come uniformare le assicurazioni e così via, e poi si ritroveranno a place de la Concorde con un milione di persone che verranno da tutte le parti, Olanda, Germania…e non governeranno la cosa, non governeranno un fatto simile. Allora molto bene, a quel punto chiameremo degli specialisti: «come spiega che ci siano degli olandesi a place de la Concorde?». «Beh perché abbiamo fatto…». Ecco sono passati sopra le domande nel momento in cui andavano poste. Forse è un po’ confuso.

D – Per esempio per anni ha letto un quotidiano, e credo che tu non legga più tutti i giorni «Le Monde» o «Libération», c’è qualche cosa a livello della stampa e dei media nel non porre domande?

GD – non so, ho meno tempo…

D –  Che ti disgusta?

GD – Ah sì. Ho l’impressione d’imparare meno. Sono disponibile, vorrei imparare cose di cui non si sa niente, ma i giornali non dicono nulla…

D – Ad esempio ogni volta che guardi il telegiornale, l’unica trasmissione che non perdi mai, hai ogni volta una domanda da formulare? Una domanda che non è formulata, che è dimenticata dai media?

GD – Non lo so.

D – Ti sembra comunque che non vengano mai poste?

GD – Penso che al limite non si possano porre. Se prendi la storia di Touvier, non si possono fare domande, prendo una storia recente. Lo si arresta da vecchio…perché proprio ora? Tutti si chiedono perché sia stato protetto, ma tutti sanno bene che era a capo dei servizi d’informazione, doveva avere informazioni sui comportamenti di alti dignitari della chiesa all’epoca della guerra, cose così…Tutti sanno di cosa è informato ma resta inteso che non si fanno domande, non si faranno domande. Il consenso non è altro, un consenso è la convenienza, la convinzione in virtù della quale si sostituiranno alle domande e ai problemi delle semplici interrogazioni. Interrogazioni del tipo «come stai?». Ovvero «ah quel convento l’ha nascosto, perché?». Tutti sanno che si tratta di altro.

Per fare un altro esempio recente: tra i rinnovatori di destra e gli apparati dei partiti di destra, tutti sanno di che si tratta, i giornali non ci dicono una parola…è evidente che tra i rinnovatori di destra c’è un problema molto interessante…non che siano particolarmente giovani, la loro gioventù consiste in questo: è un tentativo della destra per scuotere gli apparati di partito che sono ancora apparati centralizzati a Parigi. In altri termini vogliono un’indipendenza delle regioni. È molto interessante ma nessuno insiste su questo aspetto e sul fatto che vogliono fare non un’Europa delle nazioni ma un’Europa delle regioni, vogliono che la vera unità sia regionale e interregionale e non nazionale e internazionale. Questo è un problema e a loro volta i socialisti l’avranno, tra tendenze regionalistiche e tendenze…Gli apparati di partito, le federazioni di partito in provincia sono ancora vecchio stile: tutto risale a Parigi ed è tutto molto centralizzato. I rinnovatori di destra sono un movimento anti-giacobino che avrà anche la sinistra. Bisognerebbe farli parlare di questo, ma non ne parleranno, rifiuteranno di esprimersi perché a quel punto si scoprirebbero. Risponderanno sempre solo ad interrogazioni.

Le interrogazioni sono il nulla, è conversazione.

Le interrogazioni, le conversazioni, le discussioni non hanno alcun interesse. La televisione, salvo casi eccezionali, è condannata a discussioni, interrogazioni e cose così che non valgono niente. Non che siano menzogna, ma è insignificante, non vale niente.

D – Sono meno ottimista di te, credo che Anne Sinclair non si accorga del consenso, pensa di formulare buone domande, di non interrogare affatto…

GD – Ah sì ma è un suo problema. Sono certo che sia molto contenta di sé, certamente, ma è un problema suo…

D – Tu non accetti mai di andare in televisione, Foucault e Serres l’hanno fatto. È un ritiro alla Beckett, detesti la televisione? Perché tu rifiuti di passare in TV, per tutte queste ragioni?

GD – La prova è che adesso ci sto passando, ma la ragione per cui non ci voglio andare l’ho appena detta. Non ho alcuna voglia di avere conversazioni e discussioni con la gente, non sopporto le interrogazioni, non m’interessano e non sopporto le discussioni: discutere su tutto quando nessuno sa di che problema si tratta. Riprendo l’esempio di Dio, si tratta dell’inesistenza di Dio, della morte di Dio, della morte dell’uomo, dell’esistenza di dio, dell’esistenza di colui che crede in Dio…è una poltiglia, è molto faticoso, tutti che parlano a turno…è la domesticazione allo stato puro, con in più un presentatore del cavolo…pietà, pietà….

D – Ciò che conta è che tu sia qui oggi a rispondere alle nostre interrogazioni.

GD – A titolo postumo.

D – Allora «R» come «resistenza» e non religione.

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14 Commenti

  1. E non ha potuto veder cosa sia diventata oggi la televisione. Oggi credo che Deleuze non si farebbe neanche intervistare.
    Allora, “trasliamo”… La domanda non è più “come l’Italia può liberarsi dalla casta di politici inetti che si ritrova, ma è “il problema Italia/italiani” come si risolve?
    Mah!

  2. elisabetta credo che la tua domanda vada ancora precisata perc hé diventi problema filosofico. e credo che na volta formulata bene la domanda saremo già un pezo avanti. italia italiani da tutto per scontato e credo che nn lo sia

  3. A un’interrogazione si risponde con una semplice nozione, con un fatto (o presunto tale).
    La domanda pone invece un problema. E in questo caso, per rispondere, occorre produrre un ragionamento.

    Nel primo caso, l’interrogazione, non si ha il coinvolgimento dell’intelligenza (la cui definizione è infatti: qualcosa atto a risolvere problemi).
    Nel secondo caso, la domanda, si chiede alla mente di provare a costruire pensieri (concetti).

    Quindi GD sottolinea l’esigenza del pensiero e dell’intelligenza. Chiede che la mente non si limiti a “gesti utilitaristici”, ma che invece si producano concetti, chiede cioè che si realizzi un “divenire” dell’uomo.

  4. può essere che l’interrogazione abbia in qualche modo a che fare con
    l’autobiografismo circolare e con il non voler tranciare “giudizi”?
    una vera domanda invece dovrebbe essere aperta, lasciare aperta
    o stimolare la possibilità di trovare nuove idee,
    cambiarle o arricchirle, rendere le esperienze personali vive,
    lasciare spazio anche allo stile nella comunicazione?
    mi piace vederla così.

    @M in vena metafisica (si fa per scherzare). Riguardo ai “gesti utilitaristici” della mente:
    ti riferisci credo a pensieri egoistici e rivolti solo al proprio tornaconto o interesse, altra casa naturalmente dal “pensiero pratico” e d’azione.
    anche perchè non c’è un senso unico, un’idea, un concetto, può produrre un’azione pratica e utile, così come un’azione pratica può far nascere una bellissima idea.

  5. Allora forse, come si propaga l’ “onda positiva” degli italiani che hanno ancora voglia di discutere e cambiare, come coinvolgere gli indifferenti? Come somigliare il meno possibile ai politici che ci ritroviamo?
    Ma forse, più semplicemente, non sono all’altezza del discorso di GD.

  6. Attraverso l’interrogazione, si rimane molto in superficie rispetto all’argomento di cui si discute. Si ha una girandola di opinioni, spesso solo uno schierarsi da una parte o dall’altra su posizioni già preconfezionate, e spesso si arriva a discutere intorno al famigerato dito, più che alla luna puntata.
    Invece con la domanda, si è costretti ad affrontare il problema in profondità.
    Occorre analisi, sintesi, scomposizione della questione e costruzione di un pensiero, di un’idea.
    Non si può svicolare ricorrendo a formule e slogan, ad un ‘già detto’, ma la domanda richiede un mettersi in gioco personalmente, con la propria responsabilità, con un proprio linguaggio, un proprio modo di comunicare.

  7. tv, comunicazione, media… caso pratico: ballarò
    l’errore fondamentale mi sembra che il conduttore
    si concentri sempre su quello che ha detto questo e quest’altro (come dice giano), e non sono nemmeno opinioni dei fatti, ma opinioni sulle opinioni.
    “penso che quello ha detto così perchè intendeva…” “non puoi permetterti di dire così” “vergognati a parlare così”
    i fatti o i problemi non esistono ed è solo fingere di litigare sul nulla,
    le “dichiarazioni” dei politici sarebbero la prima cosa da EVITARE, o da DEMOLIRE
    c’è nessuno che glielo spiega a quel cavolo di floro floris? che ci sguazza da decenni!
    meglio in radio ad es. “un giorno da pecora” dove si da per scontata e “accettabile”
    una certa inettitudine e disonestà dei politici e si tenta di sfotterli, cercando di farli stare al gioco, per tentare di smascherarli un pò.
    o santoro che spesso cerca di spezzare certe dinamiche mortifere (ma quando non invita gasparri-la russa-castelli-belpietro ovviamente!!!).
    (che sono la rappresentazione televisiva della MORTE).

  8. Ciao Defoe, non mi riferivo all’egoismo (o altra roba classista di cui parlo sempre). E nemmeno al “pensiero pratico”: che cos’è questo? Fare è fare, pensare è pensare.

    Mi riferivo invece alla nullità, all’assenza di pensiero, proprio come dice GD.

  9. ma il cercare di creare domande, di porre un problema anzichè semplicemente “interrogare”, può essere utile alla risoluzione pratica dei problemi che affliggono le nostre società? Non so se questa sia una domanda filosofica, ma la risposta lo sarà sicuramente.
    grazie

  10. @ viska @ musicista

    – pensiero pratico, senso pratico, sono modi di dire per intendere un’attitudine a risolvere in modo semplice i problemi, anzichè a complicarli o tenerli aperti all’infinito, che può anche dare un benefico senso di padronanza della realtà a volte
    – farsi delle domande, problematizzare, è invece un modo per approfondire di più le idee, osservare le cose da altri punti di vista, ampliare il proprio sguardo, di per sè non risolve niente, è infatti un’operazione tipicamente “decostruttiva”
    – l’ideale è un qualche equilibrio sano tra i due, sempre che anche l’equilibrio non si riveli classista 🙂

    abbracci

  11. wiska, la mia risposta è no. Non serve a nulla porre domande e pensieri al fine di cambiare le cose. La minoranza aggressiva dell’umanità, ossia la minoranza di uomini in cui prevale il desiderio di predominio (lo fanno perchè hanno “il mondo interno devastato”, così direbbero gli psicanalisti), questa minoranza, dicevo, tende a prevalere proprio perchè è agressiva. Aggressività significa forza, nel senso di dominio. La restante maggioranza di pecorelle che porge l’altra guancia è destinata a farsi inculare.

    Lo disse implicitamente Platone: a governare dovrebbero essere i filosofi. I quali però dovrebbero essere obbligati a farlo, in quanto a loro non interessa il potere. Ecco: ai dominati non interessa il potere, altrimenti sarebbero stronzi dominatori.

    Rimane aprta la speranza che i dominatori (gli internamente devastati) smettano di essere prodotti dalla società. Tramite le domande e il pensiero.

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