Home Letture e recensioni Abecedario Gilles Deleueze – O come «opera»

Abecedario Gilles Deleueze – O come «opera»

CONDIVIDI
Abecedario Gilles Deleueze

Abecedario Gilles Deleueze – O come «opera»

Dopo le vacanze una nuova lettera ci sta bene. scrivete al solito le vostre riflessioni anche legate alle opere incontrate di recente. al cinema siete andati? libri? altro?

D – Allora «O» come «opera». «Opera» è una voce un po’ ironica, ironica perché, fatta eccezione per «Wozzeck» e «Lulu» di Berg, l’opera non rientra esattamente in quello di cui ti occupi o che ti appassiona. Puoi forse parlare dell’eccezione per Berg, ma diversamente da Foucault o da Châtelet che amavano l’opera italiana, non hai mai ascoltato molta musica, né l’opera in particolare. Forse t’interessa di più la canzone popolare e nello specifico Edith Piaf. Hai una vera passione per Edith Piaf e vorrei ne parlassi.

GD – su questo siete stati poco indulgenti. Innanzitutto ho ascoltato molta musica in un certo periodo, tempo fa e poi ho smesso perché mi dicevo: «non è possibile, è una voragine, ci vuole troppo tempo», bisogna avere il tempo. Non ho tempo, ho troppe cose da fare, non mi sto riferendo al lavoro salariato, non parlo degli obblighi sociali, ho voglia di fare e di scrivere delle cose, non ho il tempo per ascoltare la musica o di ascoltarne abbastanza…

D – Ad esempio Châtelet lavorava ascoltando l’opera…

GD – Sì è un metodo, io non potrei…ascoltava l’opera ma non so se lo faceva quando lavorava, forse, o quando riceveva la gente: questo lo capisco, copriva quello che gli dicevano, quando ne aveva abbastanza. Ma di certo no è il mio caso. Sarebbe forse a mio favore se trasformassi la domanda in: «cosa fa che ci sia qualcosa in comune tra una canzone popolare e un capolavoro musicale?» questo mi affascina.

Il caso di Edith Piaff, beh credo davvero che Edith Piaff fosse una grande cantante, aveva una voce straordinaria e poi aveva questa cosa di stonare e di ripetere continuamente la nota stonata: una specie di sistema in squilibrio dove non si smette di riprendere, che mi sembra essere la caratteristica di ogni stile. Mi piace molto perché è la domanda che mi pongo nei confronti di tutto. Sul piano della canzone popolare, mi chiedo sempre: «ma che cosa porta di nuovo?»

Su tutte le forme di produzione, la domanda da porre prima di tutto è: «che cosa porta di nuovo?».

Se è stato fatto 10, 100 volte può essere rifatto ugualmente bene. Capisco perfettamente Robbe-Grillet quando dice: «Balzac è evidentemente un genio, un grande genio, ma qual è oggi l’interesse di fare i romanzi come faceva Balzac?». È meglio leggere i romanzi di Balzac…è così per tutto, ad esempio ciò che mi colpiva in Edith Piaf era la novità che portava rispetto alla generazione precedente, rispetto a Fréhel e l’altra grande… rispetto a Fréhel e Damia che cosa portava di nuovo. E cos’ha portato? Nella postura della cantante, la sua voce, ero molto sensibile alla voce della Piaf. Tra i cantanti più moderni, per capire cosa voglio dire, bisogna pensare a Trenet. Pensiamo a cosa è stata la novità delle canzoni di Trenet. Letteralmente non si era mai sentito cantare così, quel modo di cantare. Insisto su questo punti, per la filosofia, per la pittura, per tutto, per l’arte, che si tratti di canzone popolare o di qualcos’altro, o lo sport, lo vedremo quando parleremo di sport, è esattamente uguale: «cosa succede di nuovo?».

Non nel senso della moda, è il contrario, ciò che accade di nuovo non è mai di moda, forse lo diventerà ma non è di moda, poiché non lo si aspetta. Non lo si aspetta per definizione. È qualcosa che lascia le persone attonite. Quando Trenet cantava in quel modo, si diceva che era pazzo, era un pazzo…Oggi non sembra affatto un pazzo, ma è contraddistinto per sempre, era un pazzo e in qualche modo lo rimane. Edith Piaf mi sembrava grandiosa…

D – e Calude François anche lui ti piaceva molto…

GD – In Claude François ho creduto vedere, a ragione o a torto, non so….anche Claude François portava qualcosa di nuovo. Ce ne sono molti, non farò nomi, è triste, che ripetono la stessa cosa 10, 100, 1000 volte, in più non hanno rigorosamente alcuna voce, non cercano niente.

È lo stesso cercare qualcosa e portare qualcosa di nuovo.

Edith Piaf cosa cercava? Su questo, tutto quello che ho detto sulla salute fragile e la vita grandiosa, quello che ha visto nella vita, la potenza di vita, ne è stata distrutta. Avremmo potuto citare 100 volte il nome di Edith Piaf per quanto dicevamo prima.

Claude François mi piaceva, innanzi tutto cercava qualcosa, cercava un nuovo genere di spettacolo, una canzone-spettacolo, inventa quella specie di canzone ballata che comportava evidentemente il playback, peccato, o forse no perché gli permette anche di fare delle ricerche sonore. Fino alla fine, di una cosa almeno non era contento, i suoi testi erano proprio stupidi, e non è irrilevante per la canzone, i testi erano deboli e ha continuamente cercato di modificare i suoi testi per arrivare a una qualità maggiore. Come «Alexandrie Alexandra» che è una bella canzone.

Oggi non so chi…quando si accende la televisione, è un diritto da pensionato…quando sono stanco posso accendere il televisore, posso dire che più sono i canali, più si assomigliano e più sono di una miseria estrema.

Il sistema di concorrenza non è farsi concorrenza su una cosa qualunque, è produrre la stessa eterna nullità, questa è la concorrenza.

Sapere perché un utente la seguirà lì anziché là, ma è spaventoso. Non si può più nemmeno chiamarlo canto, non si può più chiamare voce. La voce non esiste, non c’è più alcuna voce, ma insomma non lamentiamoci. Mi coinvolge quella specie di «mezzo» che accomuna la canzone popolare e la musica…e cos’è? Penso che qui, con Félix, abbiamo fatto un buon lavoro perché se mi dicessero: «ma quale concetto filosofico hai prodotto dato che parli di creare concetti?», abbiamo prodotto almeno un concetto filosofico molto importante, il «ritornello».

Il ritornello è per me…è quel «qualcosa» in comune.

Ammettiamo che un ritornello sia un motivetto, «tra la, la, tra la, la», quando canticchio tra la la? In quel momento sto facendo della filosofia. Mi domando: «quanto canticchio?». Canticchio in tre occasioni: quando faccio il giro del mio territorio e mi occupo delle mie cose, c’è un fondo radioso, in altri termini, quando sono a casa mia. Canticchio quando non sono a casa mia e cerco di tornare a casa, quando scende la notte, l’ora dell’angoscia, cerco una strada e mi faccio coraggio cantando «tra la la», vado verso casa mia. E poi canticchio quando dico: «addio sto partendo e ti porterò nel mio cuore». Tutta la canzone popolare dice: «addio sto partendo, ti porterò nel mio cuore». Quando lascio casa mia per andare altrove, ma per andare dove?

Detto altrimenti per me il ritornello è assolutamente legato alla lettera «A», «animale», al problema del territorio, dell’ingresso o dell’uscita da un territorio, al problema della deterritorializzazione. Ritorno al mio territorio o ci provo, oppure mi deterritorializzo cioè parto, abbandono il mio territorio.

Mi chiederai cosa c’entri con la musica? Bisogna andare avanti quando si crea un concetto, per questo evoco l’immagine del cervello, ed ecco che mi dico, il Lied. Che cos’è un Lied? Un Lied è sempre stato la voce come canto che s’innalza in funzione delle sue posizioni rispetto al territorio. Il mio territorio, il mio territorio che ho perso, il territorio che cerci di raggiungere, è questo un Lied. In Shumann, in Schubert… Credo che alla fine sia l’affetto. Quando dicevo la musica è la storia dei divenire e delle potenze di divenire, è qualcosa del genere. Può essere geniale o mediocre…Che cos’è allora la vera grande musica? Mi sembra un’operazione, di fatto un’operazione-artista della musica. Ma partono dei ritornelli, non so, mi riferisco anche ai musicisti più astratti. È ovvio che ciascuno ha il proprio tipo di ritornello, partono da motivetti, partono da piccoli ritornelli. Basta pensare a Vinteuil e Proust, tre note e poi due, c’è un piccolo ritornello alla base di ogni pezzo di Vinteuil, sia del settimino che è un ritornello, bisogna ritrovarlo sotto la musica, il ritornello. È una cosa straordinaria. Cosa succede allora? In un certo senso un grande musicista non è chi mette un ritornello dopo l’altro, ma quando i ritornelli si fonderanno in un ritornello ancora più profondo.  Sono quasi tutti ritornelli di territori, di questo o quell’altro territorio che vanno a disporsi all’interno di una sorta d’immerso ritornello, un ritornello cosmico. Tutto ciò che dice Stockhausen sulla musica e sul cosmo, quel modo di riprendere temi diffusi nel Medioevo e nel Rinascimento, sarei per l’idea che la musica sia in qualche modo in relazione con il cosmo. Prendiamo un musicista che amo molto, Mahler. Che cos’è «Il canto della terra»? «Il canto della terra», non c’è esempio migliore. È incessantemente….come elemento di genesi, incessantemente, un piccolo ritornello, a volte basato su due campanelli da mucca…

In Mahler è estremamente commovente il modo in cui tutti i piccoli ritornelli che sono di per sé opere geniali, ritornello da taverna, ritornello da pastore, ritornello…riescono a disporsi all’interno di un grande ritornello, «Il canto della terra». Se servisse un altro esempio parlerei di Bartok, che per me è evidentemente un musicista straordinario, un genio…il modo in cui i ritornelli locali, i ritornelli di minoranze nazionali e così via sono ripresi in un’opera che on abbiamo ancora finito di esplorare. Credo che la musica sia come…per riportarla alla pittura sia esattamente la stessa cosa. Quando Klee dice: «il pittore non rende il visibile, rende visibile» sottintendendo «delle forze che non sono visibili». Il musicista rende udibili delle forze che non sono udibili, non rende l’udibile, rende udibile qualcosa che non lo è, delle forze, rende udibile la musica, la musica della terra…rende udibile la musica…o l’inventa…

Come il filosofo rende pensabili delle forze che non sono pensabili, che sono piuttosto di una natura grezza, di una natura brutale…è la comunione tra i piccoli ritornelli e il grande ritornello che mi sembra definire la musica, ed è la sua potenza, la potenza a un livello veramente cosmico…Come se stelle si mettessero a cantare un’arietta con dei campanelli da mucca, dei motivetti da pastori….o forse è il contrario, i campanelli di mucca innalzati alla condizione di rumore celeste o di rumore infernale, infernali….

D – Però ho l’impressione, non saprei spiegarne il motivo…visto ciò che dici e la tua erudizione che il ritornello che tu cerchi nella musica sia piuttosto qualcosa di visibile….Che la tua specificità sia il visibile….Capisco in che modo l’udibile sia legato a forze cosmiche come il visibile. Tu non vai ai concerti, ti annoiano, non ascolti musica, mentre alle mostre vai almeno una volta alla settimana e hai una certa esperienza.

GD – è mancanza di possibilità e mancanza di tempo. Posso dare una sola risposta: una cosa sola mi interessa in letteratura ed è lo stile. Lo stile è puramente uditivo. Non farei la distinzione che fai tu tra il visivo e … è vero che vado di rado ai concerti perché è più difficile, bisogna prenotare un posto prima sono cose della vita pratica…mentre una galleria, una mostra di pittura, non bisogna prendere posto prima.  Ma ogni volta che vado a un concerto, lo trovo sempre troppo lungo, perché ho poca ricettività, ma ho sempre avuto emozioni molto…Non sono sicuro che tu non abbia ragione, ma credo che ti sbagli, non è del tutto vero. Ad ogni modo so che la musica mi dà emozioni. Solo che è ancora più difficile, parlare di musica è ancora più difficile che parlare di pittura, è quasi l’apice parlare di musica…

D – Ma molti filosofi hanno parlato di musica…Lo stile è sonoro, non è visivo. E a questo livello m’interessa solo la sonorità.  La musica è immediatamente legata alla filosofia. Molti filosofi sono stati, senza parlare di Jankélévitch, ce ne sono molti che hanno parlato di musica.

GD – Sì è vero.

D – E fatta eccezione per Merleau-Ponty non sono in molti ad aver parlato di pittura.

GD – Pensi che ce ne sono pochi?

D – Non so…Non ne sono sicura ma di musica ne parlava Barthes, ne parlava Jankélévitch…

GD – Si in effetti ne ha parlato…

D – Foucault ne parlava

GD – Foucault non ha parlato molto di musica…era un suo segreto…

D – Era un segreto ma era comunque molto legato a dei musicisti…

GD – Sì ma si trattava di segreti. Non ne parlava…

D – Ma era molto vicino al mondo musicale. Anche se era un segreto…

GD – Sì, sì

D – e l’eccezione Berg, come mi suggerisce Pierre-André. Perché…

GD – Ah, da dove viene? Ah anche questo fa parte di …perché si è destinati a qualcosa? Non lo so, non so perché…Ho scoperto nello stesso momento che i pezzi per orchestra di…Vedi cosa significa essere vecchi, non trovare i nomi … del suo maestro, di Schoenberg. Mi ricordo in quel periodo, non molto tempo fa, potevo mettere i pezzi per orchestra 15 volte di seguito e conoscevo gli istanti, gli istanti che mi sconvolgevano ed è in quel periodo che ho incontrato Berg…L’avrei ascoltato per tutto il giorno. Perché? Credo che anche qui ci fosse il problema del rapporto con la terra. Mahler l’ho scoperto solo molto tempo dopo. È la musica e la terra insomma. Per riprendere …nei musicisti tradizionali musica e terra ci sono pienamente. Ma che la musica sia restituita alla terra come lo è stata con Berg e Mahler, l’ho trovato sconvolgente. Rendere sonore le potenze della terra. «Wozzeck» era, è musica della terra, era una grande opera….

D – E le grida, ti piacevano molto le grida di Marie…

GD – Le grida, per me tra il canto e le grida c’è una tale relazione tra il canto e le grida che di fatto tutta quella scuola ha aputo porre nuovamente il problema….Ma le grida, non mi stanco del grido orizzontale che sfiora la terra in «Wozzeck» e del grido verticale, del grido completamente verticale della contessa, è la contessa o la baronessa non ricordo…

D – della contessa

GD – …della contessa in «Lulu» sono tali apici del grido…Tutto questo m’interessa perché anche nella filosofia ci sono dei canti e delle grida. I concetti sono veri e propri canti in filosofia,  e poi ci sono delle grida di filosofia, improvvisamente ci sono delle grida…Aristotele: «in qualche modo bisogna sapersi fermare». Oppure un altro che dirà: «no, non mi fermerò mai». Spinoza: « cosa può un corpo? Non sappiamo nemmeno cosa può un corpo». Queste sono grida…Per me il rapporto grida-canto o concetto-affetto è un po’ lo stesso, è qualcosa che sento molto.

D – «P» come «Professore».

Commenta questo post

16 Commenti

  1. Musica, pittura, letteratura. Cosa è grande? Non ciò che è di moda. Ma ciò che porta qualcosa di nuovo.
    Non una replica, anche ben fatta, di qualcosa di già detto, già visto, già sentito.
    Un rivestimento scintillante per un involucro vuoto.
    O peggio, il ‘produrre la stessa eterna nullità.’, come GD fa notare a proposito della tv.
    L’artista inventa. Crea. ‘Il musicista rende udibile qualcosa che non lo è.’
    Efficace l’immagine del grande come colui che grida.
    Il grido, rispetto al canto, è un’espressione estrema, primordiale, in quanto non coinvolge solo la voce, ma tutto il corpo.
    Si eleva al di sopra del rumore di fondo, non si può non sentirlo.

  2. Io sto per rileggere il Cirano de Bergerac. Prevalentemente però leggo poesie del ‘900. Seguo pochi autori contemporanei, pochissimi italiani. Cazzo, che snob!:-))

    Riflessioni..
    Leggere poesia e ascoltare musica. Come ribellioni a tempi bui che qualcuno chiama “senza futuro”. Io preferisco la definizione di Vinicio Capossela, che parla di “mancanza di destino”. Ecco, secondo me lui è uno dei pochi musicisti-filosofi. Uno dei pochi artisti che seguo e che, secondo me, hanno molto da dire e lo dicono bene. L’ultimo album, come gli ultimi tre, è bellissimo. Molto particolare, il che dimostra che si può (anzi si DEVE) essere fuori dal coro. In questo caso, letteralmente, anzi , musicalmente parlando…Poi mi piace molto Carmen Consoli, scrive benissimo i testi. Persone che nel loro divenire, qualcosa di molto buono son poi diventate..

    Quindi essere selettivi – direi, “diversamente italiani” – mi sembra importante. C’è il problema del tempo, c’è, come è anche il mio caso, il problema di una salute che rema un po’ contro. Quindi leggere o ascoltare un’opera è una conquista. Un tempo per fruibilità e/o ignoranza. Ora la fruibilità c’è, ma manca il tempo. L’ignoranza invece è cresciuta di parecchio..
    Vorrei ricominciare a studiare tutto da capo. Vorrei aver studiato tutta la vita. E’ andata in altro modo.

  3. Il nuovo… non mi convice,
    se non ho mai ascoltato un tipologia di musica come faccio a sapere che una tal cosa che segue è nuova?
    per me è nuova una melodia di bach, che però poi scopri ha totalmente copiato da vivaldi,
    con la musica moderna ancor di più, i casi sono forse infiniti…
    altrimenti diciamo che il nuovo è nuovo indipendentemente dal passato, è nuovo in sè,
    è una potenza che si esprime, talmente forte o perfetta che non può che essere nuova, viva e unica!

    Concordo sulla mitica Edith.
    ___

    Il problema del tempo nella “fruizione” dell’opera, ma per me sarebbe meglio dire “nell’apertura”,
    c’è la mancanza di tempo e non si riesce a leggere o vedere tutto quello che vorremmo
    ma c’è anche la mancanza di apertura o vivo interesse che non ci permette di apprezzare sempre qualcosa,
    vi capita mai di rivedere un film che vi era molto molto piaciuto e di non ritrovarci un granchè, se non poi riapprezzarlo ancora successivamente.
    oppure di iniziare un libro e di continuarlo lentamente quando si è più sintonizzati?
    Per me è più importante la sintonia che il tempo. Trovare la sintonia giusta. Quando c’è la sintonia il tempo appare di colpo.

  4. @ beata te, ti invidio abbastanza, hai evocato un quadretto da sogno, tra l’altro con stile tra il koan e l’haiku con tocco sornione
    almeno a me è sembrato

  5. 🙂 richiamo nella.. ‘giungla’.
    è insopportabile quando il gesto, la parola, l’azione diventano routine.
    posso fare spesso la ‘stessa’ esperienza.. eppure, sembrarmi nuova.. sta ad indicare che ogni volta si è insinuato ‘qualcosa’.
    più che ogni tanto, alla meccanicità andrebbe dato un colpo secco..!
    niente di preconfigurato.. nessun patto, nessuna mediazione..
    quando matura, il momento, si fa sentire e la risposta fisica/mentale è simile alla precedente.. (meglio non entrare nei particolari 😉 )
    quando al fuoco manca l’ossigeno del soffio, in un attimo la catasta diventa brace e, in meno di un istante , cenere.
    non è facile intervenire nell’immediato, il rimedio non mi pare possa soffiare pervenendo sempre dalla stessa direzione.

    canticchio (urlando) rock duro lungo la strada del lavoro, per sciogliere l’angoscia ed affrontare al meglio la.. pre-visione;
    rock agrodolce, alternato a ciò che di buono passa sulle frequenze radiofoniche, quando sono in viaggio (generalmente blues, nell’ultimo tratto del ritorno..dipende (se orizzontale o verticale..)

    ‘solo’ una bozza di sogno (..mia Guida..)
    d’eccedere non c’era alcun bisogno
    polpastrelli frenati per non risultare eccessiva
    preservando qualcosa e percepirmi ancora per un po’.. Viva

    p.s. “Che strana creatura l’essere umano: brancola nel buio con espressione intelligente!”
    Kodo Sawaki Roshi

    Radiosa Giornata! 🙂

  6. un sogno? un “opera” è un sogno.

    sto ascoltando “siamo solo noiii…”
    ce n’ho messo poi a capire chei numeretti qui sotto indicano “presenze silenziose”
    pensavo eri una sensitiva!!! ma cosa sono i bots?
    ____

    nessuno che consiglia qualcosa di “Nuovo” in campo musicale???
    temo di essermi perso qualche treno o autobus ultimamente

  7. credo che questa “o” nn sia molto appassionante. non sono contraria ma mi sembra scontato. sta sera o domani al massimo metto la “P”. dite sulla O tutto quello che avete da dire, l’alfabeto corre…

  8. @ un sogno.. tu hai ‘l’amato’ col quadretto da sogno.. io ho abbozzato un minimo.. 😉
    c’è sogno e ‘sogno’. quando non è miraggio, di certo è un ottimo suggeritore
    l’Opera è già sulla tela intonsa.. come diceva lo scultore, Nonmiricordochi, quando individuava LA roccia o chi per essa.
    l’artista è un esperto di caccia al tesoro!
    l’essere umano non mi pare abbia solo il privilegio del compito di assecondare l’evoluzione planetaria punt’e basta.. ha a disposizione il piacere di ‘co-creare’.. ops..merda.. questo significa che stiamo di nuovo a zero.. o quasi?
    visto come stiamo messi ‘in quest’epoca di pazzi’, basterebbe ed avanzerebbe applicare il rispetto base verso l’utero di madre terra che ci ha generati, per diventare all artisti.

    (dov’è dave, l’altro, miusic? non gli garba tanto d.ze, sarebbe fantastico sentirlo suonare!)

    p.s. @maagaarii,
    anche l’avatar devi tener d’occhio. da quello capisci se un utente si centuplica, cioè: che cambia il ‘nome utente’ ma nel quadratino ha sempre lo stesso disegno.
    non è detto però, recentemente è successo il contrario. c’è un coglioncino purulento che, pur mantenendo il nome, ha scagazzato centinaia di volte, cambiando, di conseguenza, altrettanti avatar (è possibile che smerdi con diversi account.. o non so con quale altro vigliacco sistema).

    Il numeretto accanto a member compare quando entri con il bollino verde
    p.p.s. @bots
    “sono programmi creati per svolgere compiti senza l’intervento dell’utente. il termine è un’abbreviazione di knowboat, a sua volta derivante da knowledge robot, termine coniato nel 1988 per indicare gli agenti software che, programmati appositamente, simulano l’azione dell’uomo per svolgere determinate mansioni.”

    Ciao e.. tante belle cose 🙂

  9. saluti da agriggiando
    (mi dicono di specificare: Grotte)

    ca quanno m’arricampo scrivo sulla O e sulla P e puru su zoccu ancora un scrivisti
    ca sugnu a cucchiara i tutti pignati 🙂 🙂

  10. I sindacati? Organizzazioni “con un sacco di soldi”, che “non riescono, magari non per colpa solo loro, a rappresentare i ragazzi e le ragazze”, anche se ricorda che “c’é chi perde il lavoro a 50 anni”. E comunque il sindacato resta la “coperta di Linus della sinistra”. L’ultima “vittima” del rottamatore Matteo Renzi sono proprio i sindacati. Il primo cittadino di Firenze, intervenuto oggi a “In 1/2 ora” su Rai3 in collegamento con due lavoratori precari, difende la scelta di aver consentito l’apertura dei negozi del centro storico di Firenze il Primo maggio e non lesina stoccate ai sindacati che, ha detto fra l’altro, “fatturano centinaia di milioni di euro” e “rappresentano per il 54% i pensionati che hanno uno spazio. Ma chi ha 30 anni non lo ha”.

    Non si tratta però, ha spiegato, di un attacco al sindacato in quanto tale: “Quando dico che occorre dimezzare i parlamentari non attacco il Parlamento. Quando dico che oggi sono troppi i cittadini che hanno permessi sindacali non offendo i sindacati. Ma in questo momento storico non si può continuare a considerarlo un totem ideologico, la coperta di Linus della sinistra”. “Mettetetivi in gioco, non solo stando in una organizzazione che si è occupata più dei garantiti piuttosto di chi non lo è”, ha detto ai due giovani precari in collegamento durante la trasmissione.

    Quanto alla polemica dei giorni scorsi con il segretario generale della Cgil Susanna Camusso, Renzi ha ricordato che sono “tanti i sindaci che hanno dato la possibilità, non ai centri commerciali, ma ai negozi nei centri storici di tenere aperto. Non ho capito perché la polemica solo su Firenze”. “Anche se, subito dopo quella polemica – ha poi detto – sono partiti tre scioperi: nel trasporto pubblico, al Mammio musicale fiorentino e al teatro della Pergola. A pensare male si fa peccato, però…”. Qualche volta ci si azzecca.

  11. @ un sogno
    ho fatto una “battuta” ammirata, anche, proprio, per lo stile abbozzato, (Jap)… e che l’opera sia un sogno (pensa solo al cinema) o che possa assomigliarci, ci credo. Non vorrei aver(ti)(-mi) frainteso. ma daltronde, a volte, sei più criptica d’un ermete! 😉 🙂 🙂
    La definizione di bots mi fa tornare alla mente un film che ho appena visto: Tron.
    Un “buon” film, (se il “genere” non fa tendenzialmente schifo) scontato nel finale, ma con “suspance” e una tempistica stranamente non concitata. L’idea che ci si possa “smaterializzare” ed entrare nel mondo digitale del software è affascinante (come ogni teoria di “mondo parallelo”), così come l’idea di creare dei programmi che svolgano dei lavori autonomamente e che perseguano i nostri ideali. Non sono avatar ma veri soggetti autonomi. E poi l’idea abbastanza originale anche se infantile della nascita misteriosa degli Iso e delle Iso, “persone” software del tutto svincolati dal sistema in cui agiscono. (ok c’è un bel pò di matrix ecc.) ma almeno la sincronia musica (elett.) e azione è ottima.

  12. @bismegisto trasparente,
    battuta e contenta iei fu
    nessun quiquoqua fra me e tu
    si fa per scherzare..
    c’ho la zeppola, tradurre: ‘abboccare’
    con l’amo: ‘l’amare’

    insomma, tutto ‘sto panerigirico per dirti che, da ‘mine’, mi avevi attirato sulla ‘O’, su cui per pigrizia mentale non mi ero soffermata (forse un po’ anche per il senso di colpa d’averti fatto vomitare e.. venirti qui a consolare). il resto era una vago ricordo personale, non l’intenzione di una maternale 😉

    @tron: ho preso nota del film
    @def: salutami quei simpaticoni di ‘da’

    @me: Stop!

    …Vivano i Sogni!

  13. è una bella lettera invece questa!

    opere nuove che mi hanno lasciato attonita di recente mi vengono in mente RicciForte e anche Mattia Torre “456”
    ma poi non è che io abbia questa gran cultura teatrale quindi magari sono ripetizioni

    si ripropone sempre lo stesso problema: dovrei studiarmi tutto quanto partendo dall’abc per poter parlare – e allora taccio

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here