Home Politica Abecedario Gilles Deleueze, G come “sinistra”, Gauche (fr)

Abecedario Gilles Deleueze, G come “sinistra”, Gauche (fr)

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Abecedario Gilles Deleueze

Abecedario Gilles Deleueze, G come “sinistra”, Gauche (fr)

Nel giorno della manifestazione dove si va perché rispetto al fatto che il comitato org è improbabile, ma cosa c’è di probabile di questi tempi,  è più importante che ci sia un sacco di gente e non per far cadere il governo che è improbabile che cada su questo e che non cade in generale per le note ovvie ragioni, alla manifestazione si va e questa riflessione di deleuze sul divenire rivoluzionari separato dall’analisi storica di come vadano a finire le rivoluzioni mi sembra appropriato per questo giorno e i prossimi tre. maggioranza minoranza… divenire… tante cose. molte rimangono aperte il che è buono per la conversazione. solo la conversazione va fatta in più d’uno e questo è il tipico ostacolo per i navigatori. certo ci sono i commenti però non è lo stesso commentare e discutere con altri concentrati amici che rispondono subito e a senso. se vi capita oltre ai commenti suggerirei di discuterne in pizzeria. ovv le discussioni fatte con altri si possono e sarebbe interessante riportale qui qualsiasi cosa esca fuori ma ovviamente va pure benissimo che scriviate qui direttamente. ho fatto questo discorso per gli amanti delle virgole.

invece per gli amanti delle correzioni ci sono molti refusi che ho lasciato per voi! non fatevi intimidire se v piace correggere dire: questo si scrive con due “g” o altro dovete farlo se lo sentite. poi da cosa nasce cosa l’importante è divenire appunto. buona lettura e buona domenica

D –  parliamo di una cosa seria, la tua appartenenza alla «gauche», alla «sinistra».

GD – Ah sì, sì

D – sembra farti ridere e sono contenta. Dunque, come abbiamo visto, tu vieni da una famiglia borghese di destra, e dopo la liberazione diventi, come si suol dire, uno di sinistra. Dunque, andando per gradi, innanzitutto alla  Liberazione molti tuoi amici, molti giovani a te vicini, studenti di filosofia, sono legati o entrano nel Partito Comunista.

GD – Sì, ci sono passati tutti, io solo il solo, almeno credo, non ne sono sicuro, ma ci sono passati tutti.

D – Allora, tu perché no?

GD – Non è così difficile. Tutti i miei amici passavano al PC. Allora cosa me l’ha impedito? Ero uno che lavorava molto e non mi piacevano le riunioni. Non mi sono mai piaciute le riunioni, dove si parla in continuazione, non l’ho mai sopportato.  Stare nel PC in quel periodo voleva dire continua riunioni di sezione. Era il periodo, ho un punti di riferimenti, dell’appello di Stoccolma. Sebbene fossero molto dotati, passavano la giornata a firmare l’appello: al prete, a chiunque. Andavano in giro con l’appello, non so più neanche che cosa fosse l’appello di Stoccolma, ma teneva occupata un’intera generazione di comunisti.  Era un problema perché, tra gli storici, conoscevo molti storici comunisti, pieni di talento, e mi dicevo che per dio, se avessero fatto la loro testi, sarebbe stato molto più importante per il Partito Counista che almeno avrebbe avuto del lavoro da utilizzare, piuttosto che impegnarli per far firmare l’appello di Stoccolma, uno stupido appello non so…sulla pace.

Non avevo nessuna voglia perché non ero tanto comunicativo…Non parlavo, quindi…E far firmare l’appello di Stoccolma mi avrebbe gettato in uno stato di timidezza e di panico.  Non ho mai fatto firmare niente a nessuno. Bisognava poi vendere «L’Humanité».  Per ragioni un po’ basse, quindi, mi sono detto che non faceva per me. Non avevo nessuna voglia di entrare nel Partito.

D – Ma ti sentivi vicino al loro impegno?

GD – Al partito no, non mi ha mai interessato. È anche questo che mi ha salvato. Le discussioni su Stalin, tutte queste cose…Quello che si è scoperto dopo, gli orrori di Stalin, tutti l’hanno sempre saputo. Che le rivoluzioni vanno a finir male…Fa ridere. Ma chi prendiamo in giro?

Quando i «nouveaux philosophes» hanno scoperto che le rivoluzioni finiscono male…allora bisogna essere veramente ottusi. L’hanno scoperto con Stalin, poi la strada era spianata, l’hanno scoperto tutti.  Per esempio, recentemente, a proposito della rivoluzione algerina: «vedi, è finita male perché hanno sparato sugli studenti».

Ma insomma chi ha mai creduto che una rivoluzione potesse finire bene? Chi?

Si dice che gli inglesi almeno evitano di fare le rivoluzioni, ed è assolutamente falso. Ma oggi viviamo in una tale mistificazione…Gli inglesi hanno fatto una rivoluzione, hanno ucciso il loro re…e cosa hanno ottenuto? Cromwell. E cos’è il Romanticismo inglese…è una lunga meditazione sul fallimento della rivoluzione. Non hanno dovuto aspettare Glucksmann per riflettere sul fallimento della rivoluzione staliniana. L’avevano già.

E gli americani, non si parla mai degli americani che hanno fallito nella loro rivoluzione e molto più dei bolscevichi. Non prendiamoci in giro.  Gli americani perfino prima della guerra d’indipendenza, attenzione, di indipendenza, si presentano meglio come…meglio di una nuova nazione.  Hanno superato la «nazione», esattamente come dirà Marx del proletariato.  Superata la nazione, basta con la nazione, realizzano il nuovo popolo, fanno la vera rivoluzione,  esattamente come i marxisti scommetteranno sulla proletarizzazione universale,  gli americani scommettono sull’emigrazione universale.  Sono le due facce della lotta di classo. È assolutamente rivoluzionario.  E l’America di Jefferson, di Thoreau, di Melville. Un’America completamente rivoluzionaria che annuncia l’«uomo nuovo»,  esattamente come lo annunciava la rivoluzione bolscevica.  Ebbene, ha fallito, tutte le rivoluzioni falliscono, lo sanno tutti. Si fa finta di riscoprirlo adesso, ma bisogna essere ottusi. Oggi si rifugiano tutti nel revisionismo. Furet scopre che la Rivoluzione Francese non andava poi così bene. Benissimo, d’accordo, è fallita anche quella, ma lo sanno tutti. La rivoluzione francese ha partorito Napoleone… si scoprono cose che certo non impressionano per novità.  La rivoluzione inglese ha partorito Cromwell, la rivoluzione americana cosa ha dato…ancora peggio. Ha partorito non so…Reagan. Non mi sembra poi tanto meglio.

Insomma siamo in un tale stato di confusione.  Che le rivoluzioni falliscano, che finiscano male, non ha mai fermato la gente, non ha mai impedito che la gente diventasse rivoluzionaria. Si mischiano cose del tutto diverse.  Le situazioni in cui l’unica via d’uscita per l’uomo è diventare rivoluzionario…Anche qui, ne stiamo parlando dall’inizio, è la confusione tra «divenire» e «storia».  Se la gente diviene rivoluzionaria… (taglio)

Sì, è la confusione degli storici. Gli storici ci parlano dell’avvenire della rivoluzione, delle  rivoluzioni, rivoluzioni, ma non è questo il problema. Allora possono sempre risalire indietro per mostrare che se l’avvenire è così fosco è perché il fosco c’era già fin dall’inizio. Ma il problema concreto è perché e come le persone divengano rivoluzionarie. E fortunatamente non saranno gli storici a impedirlo. È evidente che…i sudafricani si trovano in un divenire rivoluzionario, i palestinesi si trovano in un divenire rivoluzionario. Poi ci vengono a dire :  « ah vedrete quando avranno trionfato, se la rivoluzione riuscirà andrà a finir male».  Ma non saremo assolutamente nello stesso genere di problemi.

Ci sarà una nuova rivoluzione, si attiveranno dei nuovi divenire rivoluzionari. Gli uomini, nelle situazioni di tirannia, di oppressione, non hanno altra scelta se non diventare – rivoluzionari.

Quando poi si dice: «è andata male», non si parla della stessa cosa. È come se si parlassero due lingue assolutamente diverse.  L’avvenire della storia e il divenire attuale della gente non sono la stessa cosa.

D – E questo rispetto dei diritti umani, che è così alla moda oggi. Non è il divenire rivoluzionario, è piuttosto il contrario?

GD – Il rispetto dei diritti umani …Verrebbe voglia di fare discorsi odiosi.  Fa così parte del pensiero debole dl periodo povero di cui parlavamo prima.  È astrazione pure. Cosa vuol dire «diritto dell’uomo»? È  pura astrazione, è vuoto. È ciò che dicevamo prima per il desiderio.  Quanto cercavo di dire sul desiderio, Il desiderio non consiste nell’erigere un oggetti, nel dire «desidero questo».  Non si desidera per esempio la «libertà»…Per niente. Si desidera…Ci si trova in situazioni…Faccio l’esempio dell’Armenia, recentissimo.

Qual è la situazione, se ho ben capito, in caso mi corregga…c’è questa enclave in un repubblica sovietica, C’è l’enclave armena. C’è una repubblica armena e un’enclave. Bene, questa è una situazione…e c’è il massacro, fatto dai turchi, almeno sembra, una  «specie» di turchi…

D – gli azeri

GD – Per quanto ne sappiamo ora…massacro degli armeni nell’enclave. Gli armeni si rifuggiano nella loro repubblica, correggimi se sbaglio, e arriva un terremoto, Sembra di essere nel Marchese  de Sade. Dei poveracci hanno affrontato le peggiori prove causate dall’uomo e appena arrivano al riparo, ci si mette la natura. E si parla di diritti dell’uomo.

Sono discorsi per intellettuali. E per intellettuali odiosi, senza idee. Tanto per cominciare queste dichiarazioni dei diritti dell’uomo non sono mai fatte in funzione e insieme alle persone interessate. Le società di armeni, le comunità di armeni…per loro il problema non sono i diritti dell’uomo. Quale è il problema?

Ecco un concatenamento. Quando dicevo: il desiderio scorre sempre in concatenamenti. Ecco un concatenamento.  Cosa si può fare per sopprimere o per rendere vivibile questa enclave…cos’è questa enclave?Ecco una questione di territorio e non di diritti dell’uomo. È un’organizzazione del territorio.  Suppongo che Gorbaciov cerchi di uscire da questa situazione, cosa farà per evitare che l’enclave armena resti in balia dei turchi che la minacciano?

Non è una questione di diritti dell’uomo, non è una questione di giustizia. È una questione di giurisprudenza, Tutti gli abomini che l’uomo subisce sono dei «casi».

Non sono la negoziazione di diritti astratti.  Sono casi abominevoli.  Si potrà dire che i casi si somigliano, ma sono situazioni di giurisprudenza.

Il problema armeno è tipicamente un problema di giurisprudenza molto complesso.  Cosa fare per proteggere gli armeni e perché gli armeni si salvino dalla situazione in cui si trovano.

In più c si mette il terremoto. Terremoto, che pure ha le sue ragioni, le costruzioni che non andavano bene, che non erano fatte come si doveva.  Sono casi di giurisprudenza.

Agire per la libertà, divenire rivoluzionario, vuol dire agire nella giurisprudenza. Quando s’invoca la giustizia, la giustizia non esiste. I diritti dell’uomo non esistono.  Conta la giurisprudenza, questa è l’invenzione del diritto.  Allora, quelli che si contentano di ricordare i diritti dell’uomo, di recitarli, sono ottusi. Non si tratta di far applicare i diritti dell’uomo. Si tratta di inventare delle giurisprudenze in cui, per ogni singolo caso,  non sarà più possibile una cosa simile. È molto diverso.  Se ci pensi, prendo un esempio che mi piace molto, perché è il solo mezzo di far capire cos’è la giurisprudenza. Le persone non capiscono.  Non tutti…non comprendono bene, Mi ricordo il periodo in cui si è proibito di fumare nei taxi, mentre prima si fumava.  Ci è stato un periodo in cui non si aveva più il diritto di fumare nei taxi.  I primi tassisti che hanno vietato di fumare…ha fatto discutere, c’erano molti fumatori. Hanno brontolato. E ce n’era uno, che era un avvocato…mi ha sempre appassionato la giurisprudenza, diritto.  Se non avessi fatto filosofia avrei fatto diritto, ma appunto non diritti dell’uomo.  Avrei fatto della giurisprudenza, perché è la vita.  Non ci sono diritti dell’uomo, ma c’è la vita, c sono dei diritti della vita.  Solo che la vita è un’insieme di casi. Ecco allora i taxi.  C’è qualcuno che non accetta il divieto di fumare e fa un processo al tassita. Me ne ricordo benissimo perché mi ero procurato le motivazioni della sentenza. Il tassista è stato condannato. Impossibile oggi, se ci fosse lo stesso processo, il tassista non sarebbe condannato, lo sarebbe il cliente.  Ma inizialmente il tassista è stato condannato. Con quali motivazioni? Quando qualcuno prendeva un taxi era «inquilino». Quindi il cliente del taxi è assimili tao all’inquilino e l’inquilino ha il diritto di fumare in casa propria. Ha il diritto di usarne e abusarne. È come se fosse in affitto.  Come se la proprietaria mi dicesse : «no, non puoi fumare in casa tua».  Sì, se sono l’inquilino posso fumare in casa mia.  Dunque il taxi è assimilato a un appartamento mobile, il cui cliente è l’inquilino.  Dieci anni dopo si è generalizzato, non c’è più alcun taxi su cui si possa fumare. Perché? Il taxi non è più assimilato a un appartamento ma a un servizio pubblico. In un servizio pubblico si ha il diritto di vietare il fumo.  Ecco cos’è la giurisprudenza.

Non è diritto di questo o di quello.  È questione di una situazione e una situazione che si evolve. Lottare per la libertà è veramente fare della giurisprudenza.  Quindi l’esempio dell’Armenia mi sembra tipico.  I diritti dell’uomo: si invocano i diritti dell’uomo e cosa significa? Significa dire ai turchi che non hanno il diritto di massacrare gli armeni.

D’accordo, non hanno il diritto, e allora? E allora siamo veramente andati avanti così? Sono veramente degli ottusi.  Sono ipocriti, questi teorici dei diritti dell’uomo, e filosoficamente sono il nulla.  E la creazione del diritto non è fare dichiarazioni su diritti umani. È la creazione della giurisprudenza. Solo questo esiste.

Quindi lottare per la giurisprudenza.

D – Arriviamo a due argomenti che sono del resto legati…

GD – questo è essere di sinistra, creare diritto.

D – riprendiamo la questione. Parlavamo di questa filosofia dei diritti dell’uomo e del rispetto universale dei diritti umani. Ora è come un rinnegare il maggio ’68…Rinnegare il maggio ’68 e rinnegare il marxismo. Ma tu non hai dovuto rinnegare  Marx perché non sei stato comunista. Puoi ancora usarlo, è un riferimento valido per te. E il maggio ’68, sei ancora una delle poche persona in giro a evocare il ’68 e a non dire che è stato un fallimento, uno schiamazzo, e che tutto sono cambiati.  Vorrei che mi dicessi qualcosa di più sul ’68…

GD – No, ma sei troppo severa a dire che sono uno dei pochi. Ce ne sono molti, non solo vicini a noi e ai nostri amici. Non ci sono solo rinnegati.

D – Ma sono nostri amici.

GD – Sì, ma ce ne sono comunque che non hanno rinnegato. Ma la risposta è semplice, il ’68 è l’irruzione del divenire.  Lo si è visto come il regno dell’immaginario…Ma non è assolutamente l’immaginario, è una ventata di reale allo stato pure.  È il reale, improvvisamente, il reale che arriva.

Allora la gente non capisce, non lo riconosce, si chiede : «Ma che cos’è?». Finalmente la gente reale. Le persone nella loro realtà, era prodigioso.  Che cosa erano le persone nella loro realtà?

Ecco, erano il divenire.  E poteva esserci un cattivo divenire.  È naturale che gli storici non abbiano capito, perché mi sembra così grande la differenza fra la storia e il divenire. Era un divenire rivoluzionario senza un avvenire di rivoluzione.  Allora si può sempre desiderare, si deride quando ormai è passato.  Erano fenomeni di puro divenire che si sono impossessati delle persone. Anche di divenire animale se vuoi, anche divenire bambino, divenire donna di un uomo, divenire uomo di una donna, tutto questo.

È quel dominio così specifico intorno a cui stiamo girando fin dall’inizio: che cos’è esattamene un divenire?

D – Comunque il ’68 è l’irruzione del divenire.  E tu hai avuto un divenire rivoluzionario in quel periodo? Così come si ha un’idea?

GD – Divenire rivoluzionario…Basta il tuo sorriso a far pensare che c’è dell’ironia. Ma dimmi allora cosa vuol dire essere di sinistra? È ben più discreto che divenire rivoluzionario…

D – no, appunto, fammi porre diversamente la domanda. Come te la cavi fra il tuo senso civico, di persona di sinistra, che vota… eil tuo divenire rivoluzionario? E cos’è per te essere di sinistra?

GD – Sì. Guarda penso che non esista un governo di sinistra. Anche qui non ci si deve meravigliare.  Il nostro governo che dovrebbe essere di sinistra non lo è. Non è che i governi siano tutti uguali.  Quello che si può sperare nel migliore dei casi  è un governo favorevole a certe esigenze o istanze della sinistra. Ma un governo di sinistra non esiste, perché la sinistra non è questione di governo. Se mi si chiede come definire la sinistra, essere di sinistra, direi due cose.  Ci sono due modi, E anche qui…è innanzitutto una questione di percezione.  C’è una questione di percezione: cosa vuol dire non essere di sinistra? È un po’ come un indirizzo postale. Partire da sé, la via dove ci si trova, la città, lo Stato, gli altri Stati e sempre più lontano.  Si comincia da sé nella misura in cui si è privilegiati, vivendo in paesi ricchi, ci si chiede: come fare perché la situazione tenga?

È chiaro che ci sono dei pericoli, che tutto questo non può durare, che è demenziale. Bene, ma come fare perché duri? Si dice : «I cinesi sono lontani, ma come fare perché l’Europa duri ancora».

Essere di sinistra è il contrario. È percepire…si dice che i giapponesi percepiscano così. Non percepiscono come noi, ma percepiscono prima di tutto la circonferenza. Dunque direbbero: il mondo, il continente, mettiamo l’Europa, la Francia,  la rue Bizerte…io. È un fenomeno di percezione.

Si percepisce innanzi tutto l’orizzonte, si percepisce all’orizzonte.

D – Non è che siano così a sinistra i giapponesi…

GD – Non per generosità…Quest’obiezione non è un motivo. Su questo sono a sinistra. In questo senso dell’«indirizzo», dell’indirizzo postale sono a sinistra.

Vedi prima di tutto all’orizzonte. E sai che non può durare. È impossibile  che questi miliardi di persone che crepano di fame…Può durare ancora cento anni, non so, ma non si deve esagerare…è l’ingiustizia assoluta. Non è tanto in nome della morale. È in nome della percezione stessa. Se si comincia dal limite, ecco si è di sinistra…e in un certo modo di aspira…si capisce che sono quelli i problemi da risolvere.  E non significa semplicemente: «bisogna diminuire le nascite». È un modo di conservare il privilegio dell’Europa, niente di più. Bisogna veramente trovare le soluzioni, i concatenamenti mondiali…essere di sinistra è sapere che i problemi del terzo mondo sono più vicini a noi dei problemi del nostro quartiere. È veramente una questione di percezione, non di anime belle, no. Prima di tutto è questo per me, essere di sinistra. E in secondo luogo significa essere di natura…o piuttosto divenire, è un problema di divenire. Non smettere mai di divenire minoritari.  La sinistra in quanto tale non può mai essere maggioritaria. E per un motivo semplice, la maggioranza presuppone, anche quando si vota…non è solo una maggioranza che vota per una cosa.  La maggioranza presuppone un’unità di misura. In occidente questa misura che ogni maggioranza presuppone, è «uomo», «adulto», «maschio», «cittadino urbanizzato». Ezra Pound, Joyce hanno detto cose simili. Perfettamente. È l’unità di misura. Ora chi possiede la maggioranza, per natura, è chi in un dato momento…o l’insieme che in quel dato momento realizzerà l’unità di misura. Cioè l’immagine presupposta dell’adulto, maschio, cittadino urbanizzato. A limite si può dire che la maggioranza non sia mai nessuno.  Non è mai nessuno, è un’unità di misura vuota. Semplicemtne diverse persone, un massimo di persone si riconoscono in un’unità di misura vuota. Ma in sé la misura è vuota, l’uomo maschio…E le donne contano o intervengono in questa maggioranza, oppure in minoranze secondarie, in rapporto a questa misura.  Ma cosa c’è d’altro….tutti i divenire sono dei divenire minoritari.  Anche le donne non sono un dato di fatto. Non sono donne per natura. Hanno un divenire donna.  Le donne devono divenire donna come gli uomini hanno un divenire donna.

Parlavamo prima del divenire animale. I bambini hanno un divenire bambini, non sono bambini per natura.  Tutti questi divenire sono divenire minoritari.

D .-  solo gli uomoni nn hanno un divenire uomini…è dura.

GD –  ah no, perché sono una misura maggioritaria.

D – è vuota

GD – l’uomo maschio adulto non ha alcun divenire. Può divenire donna ma allora si impegna nei processi minoritari.

La sinistra è l’insieme dei processi di divenire minoritario.

Per definizione nessuno è maggioranza , tutti sono minoranza.  Questo è essere di sinistra, sapere che tutti sono minoranza. Ed è qui che si danno i fenomeni del divenire. Per questo non c’è pensatore a non aver dubbi sulla democrazia, su ciò che chiamano elezioni. Sono cose risapute….

D – allora, «H» come «histoire», storia della filosofia.

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32 Commenti

  1. Interessante intervista ,aggiungerei che un vero cambiamento democratico nasce dal basso
    e che per costruire una vera alternativa al regime in Italia occorrre tener conto di un contesto che cerco qui di sintetizzare.

    -In una fase preelettorale, tutti i politici utilizzano, spesso ipocritamente o propagandisticamente , la parola cambiamento . Il cambiamento presuppone però una autocritica di se stessi , susseguente ad una onesta analisi dei propri errori e della realtà che si vuol modificare.
    Restringendo il campo di analisi alla attuale situazione politica e alla sinistra italiana , questo significa che tutte le sue componenti, in primis il Pd(per un decennio casta speculare al berlusconismo ed inerte nell’opposizione ) per essere di nuovo credibili , dovrebbero saper fare autocritica , rinnovarsi internamente e coniugare cambiamento con reale democrazia, parola sconosciuta all’attuale regime populista delle destre. Solo in seguito a questo processo catartico sarebbe poi possibile fare proposte credibili.
    -Questi due aspetti riportano necessariamente al problema delle attuali linee su programmi, alleanze e leadership più idonee per poter vincere le elezioni e governare al meglio questo disastrato paese. Così, io credo , si potrebbe davvero uscire dalle frustrazioni di un decennio , ridare speranza ad un popolo tradito e cominciare a costruire una vera alternativa di governo . Per farlo occorre coraggio, determinazione e chiarezza di idee oltre naturalmente all’onestà di base di chi gestisce il processo .
    Per come la vedo io, questi dovrebbero essere dunque i presupposti basilari
    per un reale cambiamento:
    -Un programma innovativo, che andrebbe costruito con il contributo della base , non certo calato dall’alto ed imposto agli altri come sta facendo il PD -( 1 errore )
    -Scelta di alleanze e leadership condivise che andrebbero parimenti definite attraverso le primarie, unica forma di reale democrazia partecipata ed il pronunciamento della base al contrario Bersani, per paura di Vendola , non vorrebbe più farle ,mentre l’alleanza con Fini e Casini appare a molti confusa e poco producente se non finalizzata ad un obiettivo di breve termine -(2 anomalia)…..
    -Infine , occorre muoversi in fretta perchè tutto il processo, la gestione ed organizzazione ottimale delle varie fasi e la comunicazione ( altra capacità carente nella sinistra) al paese richiedono tempi non brevi .Il pd invece appare immobile nonostante le sollecitazioni di Vendola e Di pietro (terzo errore).

    Ultima riflessione : guardando ai fatti ed ai comportamenti , Vendola e Di Pietro, pur con alcuni limiti, hanno invece dimostrato coi fatti di voler davvero cambiare il paese . Non a caso incontrano le prevenzioni e gli ostacoli delle caste più retrive anche a sinistra . Il loro errore è stato,a mio parere, quello di non stringere subito un’ alleanza concordando con la propria base un programma innovativo , ribaltando i rapporti di forza a sinistra . Forse, di fronte a questa iniziariva, il Pd avrebbe mutato rotta ,magari aiutati dalla spinta interna dei giovani rottamatori.
    In ogni caso, finite le ideologie, è chiaro che l’onestà e le azioni concrete diventano lo strumento fondamentale per discernere tra persone oneste e parolai, uno strumento indispensabile per scegliere a chi dare il proprio voto .
    Se vogliamo passare davvero ad una fase nuova, in una situazione di emergenza che richiede scelte radicali e radicale cambiamento , basterebbe partire da questi elementi. Con gli strumenti informatici attuali ed altri mezzi, come appunto le primarie, una consultazione della base sarebbe peraltro molto piu’ praticabile di un tempo, col vantaggio di costruire una prospettiva di futuro condivisa, una democrazia diretta basata cioè sui bisogni reali dei cittadini e non su logiche stabilite da una oligarchia di vertice . Si è parlato spesso di lontananza della politica dalla realtà del paese, questo, in attesa di una ristrutturazione piu’ democratica e capillare dei partiti, potrebbe essere un modo concreto per iniziare ad accorciare le distanze .

  2. GRANDE PARTECIPAZIONE! ESTENDIAMO L’INVITO A TUTTO IL PIANETA A MOBILITARSI SULLE PRIORITA’ SOCIALI, CIVILI, AMBIENTALI e UMANE: SE NON ORA,QUANDO?

  3. Creiamo un nuovo Movimento, “QUI ORA” , trasversale. Per tutte le donne del mondo, perchè si esca da questa stalla italiana. Dalle donne a tutta l’umanità, fatta di uomini e donne. Per una Globalizzazione vera, partecipata, equa, solidale. Non egotici moti rivoluzionari. C’è tanto da fare e occorre molto CORAGGIO. Rivoluzioniamo la Rivoluzione. Oggi è un grande giorno, sono contenta di averlo vissuto.

  4. DELEUSE CI DELUSE
    NON A CASO QUI SIAMO IN PIENI ANNI OTTANTA E IN PIENO POSTMODERNO, MA DELEUSE E’ SEMPRE STATO POSTMODERNO, SUPERPOSTMODERNO: LA DISTRUZIONE DEL PENSIERO. TENETEVELA LA DISTRUZIONE DEL PENSIERO E DIVENTATI TUTTI FUORI DI TESTA BUDDISTI!!!!!!!

  5. Essere di sinistra…

    Al primo posto metterei la consapevolezza che la maggior parte degli uomini lavora per mantenere nell’opulenza una minoranza. E’ un fatto o no che l’80% delle ricchezze sono godute da appena il 20% della popolazione, oppure no? E’ un fatto oppure no, che proprio chi produce quelle ricchezze, i lavoratori, sono coloro i quali ne godono di meno? Se le risposte sono affermative, allora è evidente concludere che l’attuale sistema, il capitalismo, è fondato sul parassitismo mafioso di una minoranza (i padroni) sui lavoratori.

    Ed è questo che prima o poi andrà cambiato. Certo, non per produrre una insopportabile dittatura come in Urss, ma se facciamo finta di non vedere che tutto è dominato da enormi interessi economici, di più, che tutto è dominato dagli interessi economici dei padroni, beh, altro che “divenire-bambino”. Il divenire della testa a forma di pera dei filosofi azzeccagarbugli, degli intellettualoidi con la testa a pera.

    Chiedete a uno che esce da un call-center dopo una giornata di lavoro, se pensa al “divenire minoranza”. Io penserei pittosto a divenire uno che urla bestemmie.

  6. E mano male che a GD non piacevano le riunioni perchè si parlava solamente! Se facessi una discussione su questa intervista in pizzeria mi si rivolterebbe lo stomaco , sicuramente non digerirei. mah!

  7. Ma che bello ritrovare qui le conversazioni con Claire Parnet. Eh si’, oggi e’ la giornata giusta: indubbiamente il nano e’ stato il contributore principe della diffusione di una immagine della donna che sulle sue reti e’ o un’oca fisicamente attraente o un’oca ossequiosa. Ma la protesta nn dovrebbe essere relegata al genere. Si tratta di chiedere le dimissioni in toto di qualcuno che, incapace, ha ormai comprato tutto, opinioni, sostenitori delle medesime, donne, dignita’ mancate, voti. I latrati contro il professor Eco (sul quale Deleuze ironizzava nelle conversazioni in questione), latrati, direbbe Majakovskij fatti da “gozzi a quattro piani”, sono le urla furenti contro le capacita’ di analisi e la linearita’ delle ragioni che una politica fatta di caciara non puo’ sentire. Aristotele lo aveva capito 2000 anni fa: non contano i fatti, ma la fiducia che riponiamo nei messaggeri dei fatti stessi. In un paese che si e’ alfabetizzato con la TV e che ha sostituito l’ignoranza vera con quella arrogante dell’insipienza televisiva, i fatti ormai non accadono piu’, c’e’ solo la chiacchera sterile su fatti deformati fatta dai sodali del nano. Ora: il nano non vende pannolini e detersivi. Il nano vende tempo: ha bisogno degli spettatori di ogni colore e tendenza, per fare audience e per provare a conquistare terreno. Nel nostro paese un membro dell’opposizione che ciarli sulle reti Fininvest, contribuisce a riempire le tasche e a far apparire come piu’ equo lo scempio propagandistico che le reti stesse fanno. Un membro dell’opposizione che parla in TV lavora per il proprio avversario. Siamo al paradosso. Gli sta facendo un favore economico e morale. E’ ora di finirla.

  8. wuaoooooo…a me piace proprio questo francese….in merito alla manifestazione di ieri, guardando le immagini in tv, perkè l’influenza mi ha tramortito, mi sono emozionata…sono tornata indietro di trenta anni…forse più…belle le donne…coraggiose…il sentimento contrapposto è rabbia….ma un’altra volta così?????..parlando di dignità????….Dues che rabbia…la dignità di essere donna….chiediamo dignità….mi sono proprio arrabbiata…la dignità non si chiede…si è!! E’ uno stato…!!!..rifiuto il pensiero che qualcuno mi dia dignità……non c’è chi te la dà…ci siamo noi che lo siamo….. “DEGNE”!!!!!! Questo sentirci “degne” mi tormenta….da ieri. Mo’ mi sento proprio na schifezza….questo francese mi piace proprio..dice cose meravigliose….a dopo….

  9. Vabbè, GD sarà pure un pò criptico, ma c’è di peggio nel post moderno…! Il contenuto è un’altra cosa. Tra i tanti spunti c’è quello sull’impossibilità della vera sinistra, ovvero delle minoranze (al plurale) di governare o arrivare “al potere” in un sistema democratico. La democrazia presuppone la vittoria della maggioranza per definizione, quindi è un sistema “di destra” per forza, anche se di una destra moderata ( e “compensata” da una opposizione che ha diritto e possibilità di parola e azione.
    Pensare ad una rivoluzione significa pensare necessariamente a come uscire dalla democrazia attuale (per andare verso un sistema più socialista o anarchico ad esempio) o come “migliorare” questa democrazia.
    Poi c’è il tema della “giurisprudenza” molto interessante. Non si risolvono le ingiustizie con solo proclami sui diritti. Ci vogliono anche delle leggi da far rispettare.
    Le grandi questioni dell’immigrazione, ma anche della competitività al ribasso verso “la Cina”, delle guerre inutili, della corsa all’autodistruzione del pianeta (in Italia c’è la crisi economica ma fino a l’altro ieri qui in “Padania” non si poteva respirare per lo smog: superiore di 4 volte ai limiti da settimane, record assoluto di sempre, e le aziende chiudono!)
    La vera questione politica rivoluzionaria è quindi creare una giurisprudenza mondiale, che determini diritti e doveri per tutti. Altro che Lega Nord, qui è necessario un Federalismo mondiale che possa dire, “Tu cosa ci vai a fare in Iraq? O in Afganistan? Oltre ad ammazzare i civili e martoriare i bambini?” E tu la ad est cosa ci vai a fare in Tibet oltre a sversare i tuoi rifiuti nucleari e a deportare la gente? E voi là cosa buttate in mare? E cos’è quel fumo nero che uccide le persone? E tu che sei una multinazionale, perchè hai diritto ad essere esente da ogni giurispudenza?
    Il tema del Federalismo, anche se la parola fa ora un pò schifo, sarebbe interessante, perchè pone sotto il segno della “Legge” e dei “Diritti”” il dialogo tra tradizione, particolarsimo e globalità.

  10. mmmm!!! che gusto…. obiettivo della sinistra: dare dignità d’esser come si è a ciascuno, e restiutire la lbertà di autodeterminazione individuale. la disparità e il rispetto delle minoranze è opposta alla condizione di ordine di una fazione di maggioranza (destra politica, economica, culturale, ecc).

  11. “Libertà di autodeterminazione individuale”, questo è un “diritto dell’uomo” sempre valido (e probabilmente mai verificabile),
    ma se un tizio va con una prostituta minorenne lo mettiamo in galera, almeno un giorno? Questa è giurisprudenza.

    Scusate se salto di palo in frasca. Dall’Armenia di GD al nostro Iraq all’inquinamento, (scusate davvero)
    Ma se una nazione inquina la terra più di tutto il resto del modo o se una nazione ruba i beni di un’altra nazione,
    cosa facciamo noi di sinistra con i nostri diritti individuali e con i nostri ideali di tolleranza e con i nostri principi di uguaglianza?
    Parlo così perchè in un’ottica nazionale la destra ha (da) sempre la possibilità di affibiare la colpa dei problemi ad altre nazioni o alla globalizzazione generica.
    La sinistra invece non può non pensare in ottica Internazionale, perchè l’interconessione delle persone è importante almeno quanto l’individuo.

    Ributtandola sull’ecologismo, ma si potrebbero fare altrettanti esempi in altre sfere.
    L’oceano atlantico ha isole grandi quanto l’Italia di rifiuti plastici che non si degraderanno mai più, comprese le bottigliette d’acqua da mezzo litro che prendo io ogni giorno assieme al pranzo. Mi piacerebbe che un giorno ci potesse essere una legge, – giurisprudenza -, che fissi una pena per chiunque (anche una nazione) produca, e in dose minore acquisti, qualunque rifiuto non riciclabile. E’ semplice: l’ambiente è di tutti, e quindi è come casa mia, è il mio giardino, se tu vieni nel mio giardino e ci sversi una caraffa di tuoi rifiuti chimici, detersivi oli esausti ecc., mi fai morire un pò di piante e di erba e lì non potrà crescerci più niente per molti anni se lascio così com’è. E’ giusto o no che tu mi risarcisca o che mi ripulisca il MIO giardino?

    Altro tema che nasce da qui, caro alla sinistra, ma ancor più alla destra, la proprietà privata… Non sarebbe il caso di introdurerre il concetto di Bene Pubblico = Proprietà Privata di Ciascuno. Visto che l’opposto è risultato fallimentare storicamente.

    Individuo, società
    Legge, libertà
    Prorietà privata, uguaglianza

    Il tentativo di risolvere queste antinomie è Sinistra… o Progresso o fate voi….

  12. (Scusate la ripresa, giuro che è l’ultima, sempre per dare forza al cocetto “giurisprudenza” di GD, e sempre nell’esempio dei rifiuti, per attualizzare. L’azianda che produce una bottiglietta o qualunque contenitore deve assumersi la responsabilità del suo ri-utilizzo e devono essere stabilite Leggi al riguardo. Qualunque cosa non riciclabile è a tutti gli effetti un veleno, al pari della diossina (in effetti prima o poi diverrà proprio diossina) qundi chi la produce deve assumersi il carico e il costo di riciclarla per bene. Se non lo fa deve pagare perchè lo Stato possa farlo al posto suo e per punizione. In base all’attuale legge i Napoletani sono dei criminali e dei camorristi perchè non sanno far sparire le loro tonnellate di immondizia. Ma i veri responsabili non sono i Napoletani o lo sono in parte minima. La giurisprudenza dovrebbe far sì che le responsabilità ricadano sui responsabili veri e preminenti, non sulle vittime. Quindi in questo caso la giurisprudenza attuale è ingiusta.)

  13. Due riflessioni.

    – tutte le rivoluzioni falliscono.
    Quando c’è un’oppressione, gli uomini diventano rivoluzionari. Dopo ogni rivoluzione si ha inevitabilmente una restaurazione.
    E’ vero, dopo la rivoluzione inglese c’è stato Cromwell, dopo quella francese Napoleone, l’uomo nuovo americano ha portato a Reagan.
    Però la storia non torna mai indietro. Anche se con ogni restaurazione si cerca di seppellire nell’oblio tutto ciò che c’è stato nella rivoluzione, ora con la repressione, ora con lavaggi del cervello, qualcosa rimane, magari sopito, pronto a riaffiorare.
    Resta una consapevolezza nuova e diversa, con la quale il potere deve comunque fare i conti.
    E’ una ferita che mai si rimargina.
    Come dice lo stesso Deleuze a proposito del ’68, è l’irruzione del divenire, l’arrivo del reale, l’impeto del cambiamento che esplode con la rivoluzione, ma che poi continua lentamente a trasformare la società.

    – sinistra come percezione e come divenire.
    La sinistra non è una questione di governo, ma è una questione di percezione. Innanzitutto del generale, dell’universale. Deleuze parla di concatenamenti mondiali; lo sguardo è proiettato ben al di là del vicino e del contingente. E non è una questione di governo anche perché questo presuppone essere maggioranza e la sinistra, per natura, è minoritaria. E’ divenire minoritaria. L’uomo diviene donna, l’uomo bianco diviene immigrato, l’impiegato diviene precario, l’etero diviene gay…
    Siamo lontani dai tanto evocati partiti a vocazione maggioritaria, dai tatticismi esasperati basati solo su una mera somma di punti percentuali, da alleanze strategiche diverse da nord a sud per piazzare deretani sulle poltrone.

  14. Le cose che dice Deleuze sono fin troppo facili da capire. Non dice niente di complicato. Anzi, io che leggo Nietzsche da quando avevo 16 anni ( e poi anche tutti gli altri) devo dire che un piccolo segreto per capire la filosofia è: quando arrivi a dire: beh, tutto qui? Lo sapeva anche mio nonno che era un contadino, allora vuol dire che hai capito. Vale per Kant, per Hegel, per i presocratici e anche per Deleuze e per il taoismo.

    Ma non perdiamo mai di vista il fatto che le idee sono idee, la realtà è la realtà. Quando mi metto a parlare da scientista (forse la dottrina filosofica che odio di più è il positivismo) lo faccio perchè odio l’idealismo, Platone, il cristianesimo di San Paolo ed in generale il pensare che quello che ci frulla per il cervello sia più vero del vero. E’ un raccontarsela da soli che non tollero. E Deleuze, come il buddismo (e ogni altra droga), nell’idealismo ci sguazzazza dentro alla grande, senza neanche saperlo e alla facciazza di Nietzsche.

    I pensieri, le idee, sono simboli della realtà, non il contrario come vorrebbe Platone. Questo è il colossale errore di Platone e del cristianesimo. E, anche se qui in molti non amano la psicoanalisi, sappiate che che tutto questo è semplicemente patologico. Per l’esattezza: è consolatorio. Deleuze è consolatorio, platonico e idealista (come quasi tutti i 68ini in realtà è molto platonico e cattolico).

  15. music non sono d’accordo ma non ho tempo ora di spiegarmi però nemmeno tu hai argomentato bene forse per discutere bisognerebbe prende una cosa concreta. dici è consolatorio. bene dove come e perché e magari si può parlare
    io lo trovo stimolante. un modo per pensare con piacere a qualcosa di più fondato delle puttanate a cui ci siamo abituati

  16. ciao Sabina, ora sono intreno e sono stanco morto, ma domani se riesco provo a darti una risposta, anche se, leggendo i miei commenti precedenti, qualcosa si capiva già. Per ora ti dico che questee letture sono certamente stimolanti e che la mia non voleva essere una critica alle pubblicazione di filosofia che stai facendo. Ora vado a leggiucchiare un po’ di commenti al nuovo post.
    ciao e grazie
    davide

  17. Un tiranno viene scacciato da una rivoluzione che diventa una dittatura che viene rovesciata da una democrazia che si arrocca su se stessa in’attesa di una nuova rivoluzione che rischia di ridiventare una tiranniade o una dittatura… la colpa è tua la colpa è mia ma che stai a di ma che stai afà!….E pensare che basterebbe un’amministratore/rice serio/ia..se amministra male lo si licenzia…la politica non servirebbe, esiterebbe solo il bene comune ela consapevolezza che è di tutti

  18. …..l’irruzione del divenire…il 1968, si. Troppo piccola per viverlo ma sicuramente già grande per sentirlo…in casa..attraverso la musica che mio padre ci faceva ascoltare…attraverso le parole in famiglia…eravamo da poco arrivati in italia…finito il campo profughi…il divenire…il 68…è stata un’onda che è partita da un punto imprecisato del pianeta terra..ha preso tutti..storicamente ogni stato ha usato il suo motivo…di fatto gli umani si riconoscevano in qualsiasi parte del mondo come appartenenti ad un UNICO SENTIRE….DIVENIRE…sono cresciuta con quel profumo..con quei canti..con quel modo di percepire la vita..dello stare insieme…con l’attenzione all’altro…è cresciuto in me il senso di libertà, di giusto e non giusto…questo è il mio essere di sinistra..
    La giurisprudenza come strumento di rivoluzione..straordinario….una riflessione straordinaria…i diritti delle minoranze…allora perchè non chiamarli.. i diritti delle differenze……sorprendente! grazie ancora per queste pagine così belle…

  19. @Sabi

    Premetto che sono un relativista, non sono razionalista e men che meno scientista. Amo Eraclito e sopra ogni cosa la comprensione che tutto è divenire (nella natura e nell’uomo che ne è parte). Ho amato alla follia la filosofia nei miei anni migliori, ma ora non più. Fine della premessa.

    Allora, cominciamo così: il pensiero per il pensiero è consolatorio.
    Pensare lo si fa per ottenere un qualche pensiero, un verbo per un oggetto. Lo stomaco che digerisce se stesso non è una cosa che siamo attrezzati a fare.
    La filosofia, a un certo punto ha dovuto smettere di sognare a occhi aperti. Lo smontamento inizia con Kant ed arriva fino a Wittgenstein (“Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”). Quello di Wittgenstein è lo smontamento definitivo, perché spiega che tutte le domande più importanti della filosofia non sono traducibili nel linguaggio della logica. In pratica, per es., chi siamo, da dove veniamo, sono domande che non significano nulla. Non hanno senso. Quindi la filosofia (tutta) ha smesso di insistere su queste cose su cui è meglio tacere ed è passata all’esistenzialismo in tutte le sue varianti, compreso il pensiero debole. Deleuze (ma anche Vattimo) procede alla negazione che la filosofia possa produrre soluzioni ai certi quesiti. L’attenzione si sposta quindi dall’oggetto del pensare, il produrre soluzioni, al pensare stesso. Si sposta a come si deve pensare (divenire, rivoluzione continua e non è solo un proporre l’illuministico concetto di senso critico, sarebbe troppo pedagogico e poco elegante per il filosofo di professione). Il problema è che non seguono il consiglio di Wittgenstein, cioè quello di tacere, ma al contrario, del tacere (il cervello che non produce soluzioni ai problemi) ne fanno un SISTEMA FILOSOFICO. Questo è consolatorio. Ed è la stessa operazione del buddismo (questo non te lo spiego, e lo faccio apposta).
    Il cervello non è fatto per questo. Lo stomaco è fatto per digerire la pizza. Il cervello è fatto per risolvere problemi (o per darci gioia di vivere), non per proclamare che il non pensiero è un pensiero. Deciditi se vuoi andare a letto o saltare la corda. Se decidi di spegnere il cervello (nichilismo?) questo va benissimo. Ma abbi il coraggio di dire che su ciò di cui non si può parlare si deve tacere. Altrimenti te la racconti. E sono troppo malizioso per non capire che quando uno se la racconta lo fa per non soffrire. E quindi per consolarsi.

    La psicoanalisi aveva messo in guardia da questo pericolo. La razionalizzazione figura infatti tra i meccanismi nevrotici di difesa dell’io. Questo lo preciso anche perché ho notato in vari commenti un certo fastidio per la psicoanalisi, vissuta come un continuo “giudizio” sul proprio modo di essere. Ebbene, questo è proprio ciò che la psicoanalisi dice di non fare, perché patologico: l’interpretare ogni atto della nostra vita con le tecniche psicoanalitiche. Farlo è contrario agli scopi veri della psicoanalisi. La psicoanalisi funziona come training sul lettino e basta. Razionalizzare i nostri vissuti in senso psicoanalitico è errato, controproducente e pure nevrotico (e ovviamente, anche questo, consolatorio).

    Ora vado oltre alla tua richiesta di chiarimento. Io per molti anni ho vissuto di Nietzsche e di filosofia. Poi, non ricordo quando, ho mollato tutto. Per l’uomo ci sono la scienza e l’arte. Altri tipi di pensiero non servono, sono solo inutili consolazioni, fanno solo perdere tempo. Soprattutto c’è la vita vissuta, e questo, il mettere il cervello e le rappresentazioni a tacere, è alla fine il meglio che si può fare (possibilmente solo dopo aver maturato, anche grazie alla filosofia, il senso critico). La scienza che è bellissima e serve a comprendere la natura, fin dove si può e cambiando, migliorando sempre le teorie. Ma senza tornare mai indietro: attenzione Einstein corregge Galileo, ma non torna indietro rispetto a Galileo. Non si può tornare a prima di Marx o di Freud. Sono rotture epistemologiche e possono solo essere superate, ma mai tornare a prima di esse. Lo dico perché leggo tanti commenti simbiotici, del tipo pane amore e fantasia, e volemose bbene (e magari, facciamo anche un po’ come cazzo ci pare: eh no signori, ci vuole rigore, sempre). Poi, oltre il pensiero scientifico (che serve solo per capire il possibile della natura e nient’altro), c’è il pensiero artistico. Questo non vuole produrre enunciati falsificabili o realistici, ma tutto il resto. Tutta l’altra gamma, dall’estetica alle emozioni, e fino alla goduria di ballare e cantare mezzi sbronzi in riva al mare nelle notti d’estate. E quando anche il pensiero artistico risultasse troppo artefatto c’è la vita vissuta, lo spegnere il cervello, che non deve lavorare per forza ed oltre i suoi compiti.
    La filosofia non serve, perché o produce pensieri senza senso oppure vuole fare del fallimento di se stessa un sistema di pensiero. Ci sono la scienza, l’arte e soprattutto la vita vissuta. Tutto il resto è consolatorio.

    baci
    Davide

  20. ho capito quindi quando dicevi “consolatorio” a proposito di questo articolo che io invece trovo molto stimolante, non ti riferivi ai contenuti dell’articolo ma alla posizione di deleuze nell’evoluzione della filosofia. non capivo cosa ci fosse di consolatorio in riflessioni sul diritto e sulla sinistra.
    non saprei musicista, penso che tirare conclusioni apparentemente logiche (apparentemente perchè fondate su quello che hai capit tu in questo momento della tua vita della filosofia) conclusioni così ferree che ti fanno schierare contro o a favore di movimenti di pensiero con la stessa veemenza con cui ci si schiera in politica da noi, sia una modalità che non favorisce la vista.
    è vero non si può viaggiare random e prendere cosa c’è di buono da questo e da quello senza sapere nulla del contesto. detto questo si può prendere però quello che c’è di buono, certamente deleuze ha dei limiti, valutando anche il contesto e la collocazione nella storia della filosofia. certamente deluze ha dei limiti, questo non vuol dire che noi che scriviamo qui non li abbiamo o siamo meglio di lui.

  21. Caro Musicista, forse dovresti rileggerlo Nietzsche. Tu parli di Filosofia e intendi la filosofia sistematica. Ma Nietzsche stesso esecrava il farsi sistema della filosofia. Scriveva “Fratelli, vi imploro, restate fedeli alla terra!”

    Se hai letto qualcosa dopo Wittgenstein, (ed anche prima a dir la verità), dovresti saperlo che la filosofia è molto di più che il vacuo domandarsi “chi siamo, da dove veniamo etc.”

    Filosofia è affacciarsi alla realtà e trovare nessi, in essa e in noi che siamo collocati in essa.
    La riflessione sull’uomo non mi sembra così astratta da necessitare di essere “spenta” come dici, quando vai a mangiarti una pizza. E non facciamo il populismo di dire che il lavoratore precario ha ben altro a cui pensare della filosofia, sono argomenti da berlusconiani. Io sono un lavoratore precario…e sono anche un filosofo, si parva licet!

    Tanto per dire, Michel Foucault ha portato avanti delle riflessioni tremende sul potere, sulla coercizione, sulla “microfisica del potere” che sono indispensabili per capire qualcosa e soprattutto per progettare dei cambiamenti. Capire la realtà complessa, o almeno elaborarne delle mappe di senso, è l’unico modo ragionevole per combattere il cinismo da vecchio contadino che dice: come è sempre stato, sempre sarà.
    Per alcune cose, il contadino ha ragione. Ma non sa perchè ce l’ha, e qui serve la filosofia caro.
    Tu dici:
    “Per l’uomo ci sono la scienza e l’arte. Altri tipi di pensiero non servono, sono solo inutili consolazioni, fanno solo perdere tempo.”

    Mi sembra un atteggiamento non solo sbagliato, ma rassegnato, reazionario, pavido. (L’atteggiamento, eh!)
    Inutili consolazioni?
    Prova a leggere Ivan Illich, o Erich Fromm…

    Quando Deleuze parla di “percezione” intende che cambiando la percezione cambia l’immagine della realtà…e la percezione si può cambiare, è solo un problema di educazione e di volontà.
    Non a livello istituzionale, ma a quello individuale si può eccome!

    Chiediti un po’ se la tua percezione rassegnata non sia quello che Foucault chiama un “effetto periferico del potere”….potrebbe aprirti delle prospettive!

    E, a proposito, visto che la scienza oggi è una sorta di cabala semi-magica per chiunque non sia scienziato, e l’arte è metà avanguardia e metà mercato…ti faccio questa domanda:
    Non è che la consolazione è proprio dentro l’arte e la scienza, invece che nella filosofia? Non è che arte e scienza finiscono per assolvere il ruolo di insaporitori in una vita in cui non vedi possibilità di cambiamento etico, filosofico o spirituale?

    (ah, il buddhismo è la filosofia meno consolatoria del mondo…ti spinge a concentrarti sul presente, a non indulgere in illusioni, nè spirituali nè intellettuali…giusto per dire)
    cordiali saluti
    Damiano

  22. Caro Damiano, ti consiglio di leggere quanto scrisse Heidegger su Nietzsche: ME-TA-FI-SI-CA.

    Lo si può condividere o meno, sia chiaro, ma almeno è evidente che le mie posizioni non sono posizioni da ignorante.

    2) Populista berlusconiano tienitelo per te.

  23. E chi ti ha dato del berlusconiano? Ho detto che il tuo argomento, o almeno una parte di esso, è “da berlusconiano” cioè riduttivo nel senso peggiore.

    e mi riferisco a : “Il cervello non è fatto per questo. Lo stomaco è fatto per digerire la pizza. Il cervello è fatto per risolvere problemi (o per darci gioia di vivere), non per proclamare che il non pensiero è un pensiero. ”

    Lo dici tu.
    E bada bene che Wittgenstein ha scritto anche altro cose, dopo il 1921! La metafisica sorge, secondo Wittgenstein, “quando il linguaggio fa vacanza”, ma il linguaggio è molto più flessibile…lo ha affermato lui stesso decenni descrivendo i “giochi linguistici”…esistono molti gradi di meta-linguaggio, e certo il linguaggio può essere non-linguaggio così come il pensiero può essere non-pensiero.

    Da un bel po’ ormai si parla di “emergenza” del pensiero, cioè di un pensiero che NON si compone centralmente, astrattamente, ma nasce diffuso nella “nebulosa” esperienziale del corpo-mente-cervello, una somma di “borbottii” senso-logici che acquistano significato, poichè compongono il quadro di senso nella costruzione soggettiva del sè.

    Non è pensiero “debole”, sai? E’ complessità…dunque superiamo questo sterile argomentare che la filosofia sia “metafisica” o “nichilismo”.

    Le tue posizioni non sono certo da ignorante, figuriamoci, ma dare del metafisico a Nietzsche, con Heidegger alle spalle o no, fa comunque un po’ ridere…con rispetto parlando.
    Nel disaccordo, cari saluti!
    Damiano

  24. “E bada bene che Wittgenstein ha scritto anche altro cose, dopo il 1921! La metafisica sorge, secondo Wittgenstein, “quando il linguaggio fa vacanza”, ma il linguaggio è molto più flessibile…lo ha affermato lui stesso decenni descrivendo i “giochi linguistici”…esistono molti gradi di meta-linguaggio, e certo il linguaggio può essere non-linguaggio così come il pensiero può essere non-pensiero.”

    Certo, ma il rilevare talune caratteristiche delle lingue naturali, è operazione scientifica, non filosofica. Per il semplice fatto che il linguaggio diventa campo di studio e ciò che si cerca è qualcosa di OGGETTIVO. Dall’altra parte, l’applicare quel linguaggio che spesso è privo di logica e perfino di comunicazione, l’agire quel linguaggio, rientra nel campo dell’arte. In entrambi i casi non esiste una forma di pensiero, un prodotto della mente, che sia diverso dalla scienza o dall’arte.

    La filosofia, per me, è metafisica (cioè religione) o critica della metafisica (utile pedagogicamente, come ho chiarito anche sopra).

    Per finire. Rimanere insaturi, accettare che non siamo dei, saper accettare il vuoto. Questi per me sono valori, il populismo non centra niente e men che meno il tuo goffo tentativo di liquidare il tutto con categorie vagamente morali e anche offensive. Capisci bene cosa intendo quando dico che il cervello in certe occasioni deve tacere. Deve tacere di fronte a domande metafisiche, che non hanno senso. Queste si nascondono molto bene anche in Nietzsche.

    Saluti

  25. Ciao Damiano, il tuo “prova a leggere Erich Fromm o Ivan Illich” aveva una accezione negativa??
    Potresti spiegare meglio questa tua affermazione??
    Grazie e buona giornata…

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