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Abecedario Gilles Deleueze – C, cultura

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Abecedario Gilles Deleueze

Abecedario Gilles Deleueze – C, cultura

Allora sull’alcol le reazioni scritte sono state poche il che può significare sia che interessa poco o che alcol e droga sono così diffusi, fanno così parte della nostra vita, da creare imbarazzo.

questo qui sotto sulla cultura ci riguarda pure, spero non sia troppo lungo. se dovete saltare la seconda parte è più interessante della prima. fatemi sapere, non è male stare a discutere di filosofia ogni tanto no?

Intervista a Gilles Deleuze a cura di Claire Parnet reperibile in dvd perfino in Italia.

D – tu sei uno che non ama dirsi colto. Cioè dici di leggere, di vedere i film, di guardare le cose solo per un sapere preciso, che ti serve per quello che stai facendo. Ma allo stesso tempo sei una persona che tutti i sabati va a una mostra, a vedere un film, si ha l’impressione che nella pratica della cultura ci sia uno sforzo che tu sistematizzi e che tu abbia una “pratica culturale”. Cioè esci fai uno sforzo tendi a farti una cultura. Eppure lo ripeto dici che non sei affatto istruito. Come spieghi questo paradosso?

GD – non mi sento uno che è istruito o un’intellettuale, per una semplice ragione, quando vedo qualcuno colto sono spaventato. Posso provare ammirazione per certi aspetti per altri assolutamente no, ma uno colto mi spaventa. Si distingue bene. Ha un sapere spaventoso su tutto… se ne vedono molti fra gli intellettuali, sanno tutto, sono al corrente di tutto. Sanno la storia italiana nel Rinascimento, conoscono a geografia del Polo Nord, insomma si può fare l’elenco… possono parlare di tutto, è terribile. Quando dico che non sono istruito e non sono un intellettuale, intendo una cosa molto semplice: non ho nessun sapere “di riserva”. Almeno così non avrò problemi alla mia morte, non ci sarà da cercare nessun inedito, niente. Niente perché non ho nessuna riserva, nessun sapere di scorta. E tutto quello che imparo lo imparo per uno scopo. E quando lo scopo è raggiunto lo dimentico, in modo che sono costretto… se dopo dieci anni devo tornare sullo stesso argomento sono costretto a ricominciare da capo. Salvo qualche caso molto raro, perché per esempio Spinoza è nel mio cuore, non lo dimentico. È il mio cuore non è la testa, ma altrimenti… non ammiro questa cultura spaventosa, sono persone che parlano.

D – è erudizione? O è un opinione su qualsiasi argomento?

GD – non è erudizione, hanno viaggiato tanto, viaggiano nella storia, nella geografia, sanno parlare di tutto. L’ho sentito alla televisione, ho sentito dei nomi. Poiché sono pieno di ammirazione posso anche dirli, ho sentito Eco, Umberto Eco. È prodigioso qualsiasi cosa gli si dica, è come se si spingesse un bottone e via…  non posso dire di invidiarlo. Sono stupefatto ma non lo invidio per niente. Da un certo punto di vista la cultura consiste molto nel chiacchierare. Soprattutto ora che non insegno più, da quando sono in pensione, mi sembra sempre di più che parlare sia un po’ “sporco”. La scrittura è pulita parlare è sporco. (citazione dei Depeche… J NdT)

Sporco perché parlare è sedurre. Non ho mai sopportato i convegni. Fin da quando ero giovane. Non viaggio,perché gli intellettuali… io potrei viaggiare se…

I viaggi degli intelettuali sono una buffonata. Non viaggiano, si spostano per parlare. Partono da un posto dove parlano per andare in un altro posto dove devono parlare. E poi parlano anche a pranzo con gli intellettuali del posto. Non smettono mai di parlare non lo sopporto. Parlare, parlare, parlare, non lo sopporto. Dunque siccome penso che la cultura sia molto legata alla parola, in questo senso allora odio la cultura, non la posso sopportare.

D – vorrei tornare su questa cosa che hai un po’ eluso, la disciplina che ti imponi nel vedere mostre e film così spesso, a cosa corrisponde se non sei né istruito né colto? Perché fai questo sforzo? È un piacere?

GD – un piacere certo, cioè mica sempre… è la storia di “stare in agguato”. Non credo alla cultura credo agli incontri. E gli incontri non si fanno con le persone. Si crede sempre che gli incontri si facciano con le persone. Ma è terribile, fa parte della cultura. Gli intellettuali che si incontro tra loro, la schifezza dei convegni, un’infamia. Ma gli incontri non si fanno con le persone si fanno con le cose. Incontro un quadro, incontro un’aria musicale, una musica, ecco cosa sono gli incontri. Ma quando le persone vogliono in più incontrarsi tra loro, con altra gente, allora non funziona assolutamente, non è un incontro. Ecco perché questi incontri sono sempre così deludenti, sono catastrofici gli incontri con le persone.

Quando dici che il sabato o la domenica vado al cinema, non sono sicuro di fare un incontro. Parto, sto in agguato, ci sarà forse qualcosa da incontrare, è formidabile. Faccio un esempio… quando si fa qualcosa, si tratta di uscirne, si tratta allo stesso tempo di entrarci e di uscirne. Allora restare nella filosofia significa anche “come” uscire dalla filosofia. E uscirne non vuol dire fare qualcos’altro. Bisogna uscirne restando dentro, non è fare qualcos’altro, fare un romanzo. Voglio uscire dalla filosofia attraverso la filosofia. Questo mi interessa. Faccio un esempio. Siccome l’intervista sarà pubblicata dopo la mia morte, posso essere immodesto. Ho appena fatto un libro su Leibniz, insistendo su una nozione che mi sembrava importante nel suo pensiero ma che è importantissima per me: “la piega”. Penso allora di fare un libro di filosofia su questa strana nozione di piega. Cosa mi succede: ricevo delle lettere come sempre. Ci sono lettere un po’ insignificanti anche se sono affascinanti e mi toccano. Lettere di intellettuali a cui è piaciuto o non è piaciuto il libro. E poi ricevo due lettere, meglio due tipi di lettere che mi fanno sbarrare gli occhi. Persone che mi dicono: “la sua questione della piega siamo noi”. Mi accorgo che fanno parte di un’associazione che oggi raccoglie 400 persone in francia al momento, l’associazione dei piegatori di carta. Hanno una rivista, me la mandandano e mi dicono: “siamo completamente d’accordo. Lei fa quello che facciamo anche noi”. Bene mi dico, ha funzionato. Poi ricevo un altro tipo di lettera che dice la stessa cosa: la piega siamo noi”. È una meraviglia, mi viene in mente Platone. I filosofi per me non sono persone astratte sono dei grandi scrittori, grandi autori. In Platone c’è una storia che mi piace moltissimo e che frse è legata all’inizio della filosofia, ci torneremo sopra. Platone dà una definizione, per esempio cos’è il politico. Il politico è il pastore degli uomini.

Allora arrivano molte persone che dicono: “vedete, il politico siamo noi”. Per esempio arriva il pastore e dice: io vesto gli uomini, quindi sono il vero pastore degli uomini”; arriva il macellaio e dice: “io nutro gli uomini, sono io il vero pastore”; arrivano i rivali. Io ho fatto un po’ la stessa esperienza. Arrivano i piegatori di carta e dicono: “la piega siamo noi”. Gli atri di cui parlavo mi hanno inviato esattamente lo stesso tipo di lettera è impressionante, sono i surfisti. A prima vista non c’è nessun rapporto con i piegatori di carta.  I surfisti dicono: “siamo completamente d’accordo, perché ci insinuiamo continuamente nelle pieghe della natura. Per noi la natura è un insieme di pieghe mobili. Ci infiliamo nella piega dell’onda, abitiamo la piega dell’onda, è il nostro compito”. Abitare l piega dell’onda. Ne parlano in modo eccezionale… pensano, non si accontentano di andare sul surf, pensano. Ne parleremo alla “s” di sport.

D – ma eravamo partiti dall’incontro, sono questi gli incontri?

GD – si sono incontri. Quando dico uscire dalla filosofia attraverso la filosofia… è questo che mi è sempre successo. Sono incontri. Ho incontrato i piegatori di carta. Non c’è bisogno che io li veda. Saremmo delusi probabilmente, loro lo sarebbero anche di più. Ho incontrato il surf, i piegatori di carta, ecco un incontro.

Quando vado a vedere una mostra sono in agguato, alla ricerca di un quadro che mi impressioni, quando vado al cinema… non vado a teatro, perché il teatro è troppo lungo, troppo disciplinato, troppo stancante. Non mi pare neanche un arte salvo qualche rara eccezione come Carmelo Bene o Bob Wilson, non credo che il teatro abbia molta presa sul nostro tempo. Ma restare 4 ore su una poltrona scomoda, non posso più per motivi di salute, quindi il teatro per me è eliminato. Ma in una mostra o al cinema ho sempre l’impressione che almeno rischio di incontrare un’idea.

D – quindi non è una distrazione fa parte del lavoro

GD – non è un lavoro. Sono degli agguati. Sto in agguato

Passa qualcosa e mi chiedo se mi turba. Mi diverte molto.

D – non sarà Eddie Murphy ha colpirti…

GD – chi è?

D – è u comico americano di grande successo

GD – non l’ho mai visto

D – tu guardi solo Benny Hill in tv

GD – si Benny Hill mi interessa. Non scelgo cose per forza belle.

D – pensiamo ai periodi ricchi e ai periodi poveri della cultura. Come consideri questo periodo?

GD – è povero ma almeno fa ridere. Non è affatto angosciante (l’intervista rilasciata prima del 95 non so quando ndT). Non è la prima volta che siamo in periodo povero. Cosa ho vissuto… la Liberazione. La Liberazione è stato uno dei periodi più ricchi che si possa immaginare.. si scopriva e si riscopriva tutto. Il romanzo americano, Kafka, c’era una specie di mondo della scoperta, c’era sartre.. è inimmaginabile cosa è stato intellettualmente… nella pittura… penso alla grande polemica “ si deve bruciare Kafka?”. Tutto questo sembra inimmaginabile e sembra un po’ infantile oggi, ma era veramente un’atmosfera creativa, bellissima. Po ho conosciuto il pre 68, che è stato un periodo estremamente ricco fino a dopo il 68. Poi di tanto in tanto ci sono dei periodi poveri, è normale. Non è la povertà che disturba, è l’insolenza o l’impudenza di coloro che occupano i periodi poveri. Sono molto più malevoli delle persone geniali che vivono nei periodi ricchi.

D – sentivo alla radio il sig X che diceva d’essere molto contento di non aver mai letto Kafka lo diceva ridendo

GD – ma certo sono contentissimi, più sono stupidi più sono contenti. Sono quelli che considerano la letteratura un piccolo affare privato. Se si pensa così non c’è proprio bisogno di leggere Kafka. Non c’è bisogno di leggere granché perché se si ha la penna facile si è pari a kafka per natura. Non è più un lavoro. Non fanno un lavoro. Come spiegarlo, prendiamo qualcosa di più serio di questi giovani idioti.

Un po’ di tempo fa ho visto un film al cinema Cosmos, un film russo … molto commovente non mi ricordo il nome del regista che ha fatto il film trent’anni fa e lo hanno dato solo ora.

D – “ la commissaria”?

GD – si la commissaria. Mi è sembrato commovente. Il film era molto buono. Perfetto. Ma ci dicevamo, con terrore e con una secie di compassione, che era un film come i russi ne facevano prima della guerra.

D – dall’epoca di Eisenstein…

GD – di Eisenstein, di Dovvchenko. C’era tutto ne la commissaria, il montaggio parallelo sublime e così via. È come se dai tempi della guerra non fosse successo niente. Come se nel cinema non fosse successo niente. E mi dicevo “per forza”. Il film è buono ma è molto strano. Non era un film straordinario e solo buono per questo motivo. Lo ha fatto qualcuno così solo nel suo lavoro che filmava come si filmava vent’anni prima. Non che non andasse bene, andava molto bene, vent’anni prima era prodigioso. Di tutto ciò che era successo dopo, lui non aveva saputo niente. È terribile.

Traversare un deserto, un periodo deserto, non è terribile. Terribile è nascere o crescere in un deserto. questo è spaventoso.

Lo immagino ma si deve avere l’impressione di una tale solitudine.

D – e quelli che oggi hanno 18 anni

GD – certo soprattutto perché capisci, quando le cose spariscono nessuno se ne accorge. Per una semplice ragione, quando una cosa scompare non manca a nessuno. (questa riflessione l’avranno fatta gli scenziati della comunicazione? Temo di si. NdT)

Il periodo staliniano ha fatto scomparire la letteratura russa, ma i russi non se ne sono accorti. Intend la maggior parte dei russi.

Una letteratura che è stata sconvolgente, per tutto il XIX secolo, scompare. Capisco quello che si dice ora, ci sono i dissidenti, ma a livello del popolo russo, la sua letteratura è scomparsa, la sua pittura, e nessuno se n’è accorto. Per rendersi conto di quello che succede oggi… ci sono senz’altro persone nuove dotate di genio. È una brutta espressione ma supponiamo i nuovi Beckett di oggi. Supponiamo che i nuovi Beckett non vengano pubblicati. Dopo tutto Beckett ha rischiato di non essere pubblicato… se non fossero pubblicati è evidente che non mancherebbero a nessuno. Per definizione un grande autore o un genio è colui che introduce qualcosa di nuovo. Se questo nuovo non appare, non disturba nessuno, non manca a nessuno, perché non se ne aveva alcuna idea. Se Proust non fosse mai esistito, se Kafka non fosse mai stato pubblicato, non se ne sentirebbe la mancanza.

Ho sentito dire una cosa, credo la più impudente in tutta la mia vita, non dirò di chi in un gornale, soprattutto perché queste cose non sono mai sicure, la dichiarazione di qualcuno nell’editoriale che ha detto: “dovete sapere che oggi non rischiamo di fare errori come quello di Gallimard che ha rifiutato Proust, perché con i mezzi che abbiamo oggi…”

(ride) sembra di sognare… “ i mezi che abbiamo oggi per trovare i nuovi Proust o i nuovi Beckett”. Cos’hanno un contatore e di fronte al nuovo Beckett? Lo metti di fronte a uno assolutamente inimmaginabile, che non sappiamo cosa può portare di nuovo,  e suona quando glie lo passi sulla testa?

Allora cosa significa la crisi oggi, tutte queste stupidaggini? La crisi oggi la vedo legata a tre cose ma non durerà a lungo sono molto ottimista…

Un periodo di deserto si definisce prima di tutto quando i giornalisti si sono appropriati della forma libro. I giornalisti hanno sempre scritto penso si una cosa buona, ma allo stesso tempo quando si mettevano a fare un libro, sapevano di passare a una forma diversa. Non era come scrivere gli articoli di giornale, questo non va bene.

La seconda cosa è stata la genaralizzazione dell’idea che tutti potevano scrivere perché scrivere era un piccolo affare privato, gli archivi di famiglia scritti oppure conservati in testa… tutti hanno avuto una storia d’amore, una nonna malata, una madre sul punto di morire in condizioni penose, si pensa che questo faccia un romanzo, ma non fa un romanzo. Nella maniera più assoluta.

La terza ragione è che i veri clienti sono cambiati e non ci se ne accorge. Ma i veri clienti … chi sono i veri clienti della televisione? Gli sponsor non gli spettatori. Gli ascoltatori hanno quello che decidono gli sponsor. I veri clienti degli scrittori si rischia che siano non i lettori potenziali ma i distributori. Al distributore interessa la circolazione rapida, da supermercato,il reime dei best sellers e così via. Qualsiasi letteratura alla Beckett allora, tutta la letteratura creativa sarà schiacciata naturalmente.

D – ma questo già succede….

GD – si ed è un segno del periodo arido, pensiamo a Pivot, la nullità, la sparizione di qualsiasi critica letteraria al di fuori della promozione commerciale. Ma non importa perché è evidente che avremo dei circuiti paralleli o un mercato nero. Non è possibile per un popolo vivere… la Russia ha perso la sua letteratura ma la riconquisterà. Tutto si sistema, i periodi ricchi segguono a quelli poveri… guai ai poveri…guai ai poveri

D – ma questa idea del mercato nero o parallelo, è già molto tempo che gli argomenti sono precostituiti. Si vede bene nei libri che escono: un anno è la guerra, un altro la morte dei genitori, un altro l’attaccamento alla natura… però niente sembra formarsi. Hai già visto un risorgere un periodo ricco dopo uno povero?

GD – ma sì. Dopo la liberazione all’inizio non sembrava un periodo ricco. Poi c’è stato il 68. Fra la grande epoca creativa della Liberazione e l’inizio della Nouvelle Vague cos’è il 60? Tra il ’60 e il 72 è stato un altro periodo ricco, sì. È un po’ quello che Nietzche dice così bene: qualcuno lancia una freccia nello spazio o in un periodo storico, e questa cade e poi arriva qualcuno a raccoglierla e a lanciarne altre. Funziona così, la creazione la letteratura, passa sopra i deserti…

D – quindi speranza. Come questo passiamo alla “D” di Desiderio…

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28 Commenti

  1. E’ veramente spassoso leggere tutto questo, tanto che probabilmente molti sono rimasti “folgorati a guardare” e non hanno fatto in tempo a rammendarsi per commentare, suppongo. Io del resto oggi rispondo proprio sentendomi invitato, ma solo dopo essermi perduto in cielo fra i mille sensatissimi pali in frasca presi magistralmente da questo che non è un uomo ma come minimo è più uomini.
    Poi, dopo il primo strato di piacere spalmato dalle parole, mi lascio travolgere dal metapensiero e rido immaginando di sentire la conversazione, soprattutto dove c’è quel lungo elenco di “non” pronunciati da ambi, e, meraviglia delle meraviglie, quel “Parlare, parlare, parlare, non lo sopporto” DETTO in un’intervista. Chapeau.
    Ma in fondo hai ragione la seconda parte è ben migliore, anche se quello che ho appena detto in realtà non significa niente, perché non c’è niente di migliore di tentare di conoscere a fondo “la piega”. Mi dispiace molto dire tutto questo, penso sia sempre meglio tacere. Invece non taccio perché cerco volentieri la differenza algebrica fra “ciò che manca perché non c’è Più” e “l’incontro che non riguarda le persone”, ovvero “le persone non sono persone. Sono “cose” parlate, o al più (meglio) scritte. E quando svaniscono (e non a caso lui qui è già svanito, mi pare di aver capito che il rilascio dell’intervista sia postumo) lasciano la mancanza, di ciò che hanno significato come Cosa (materia di conoscenza).
    Due precisazioni però: sull’alcool tema del post precedente mi sono personalmente esercitato molto, ecco perché ho detto poco. C’era, ripeto, ben poco da dire li come qui. Seconda precisazione: quando dici “discutere di filosofia” Sabina forse dovresti anche proporre una discussione con un tuo commento, non solo caldeggiarla. Allora si che il dibattito può davvero diventare interessante, non credi ?
    Ciao, e ripeto: questa intervista è una droga leggera e come tale è di fatto, nei vecchi media, illegale

  2. Sono d’accordo riguardo gli iperaculturati…uno/a che è informato/a su tutto a me provoca una sensazione di fragilità…mi sento una capanna al cospetto di un castello. Chi la sà lunga e la sà raccontà…deve essere una persona molto sola…di fatti i castelli sono molto isolati, non sorgono di fianco a l’altro e anche difficoltosi da raggiungere

  3. “Non credo alla cultura credo agli incontri. E gli incontri non si fanno con le persone. Si crede sempre che gli incontri si facciano con le persone. Ma è terribile, fa parte della cultura. (..) Ma gli incontri non si fanno con le persone si fanno con le cose. Incontro un quadro, incontro un’aria musicale, una musica, ecco cosa sono gli incontri. Ma quando le persone vogliono in più incontrarsi tra loro, con altra gente, allora non funziona assolutamente, non è un incontro.”

    non sono molto d’accordo con questo, è una visione assolutamente “social-mediatica” della nozione di “incontro”. Anche dell’incontro casuale, oltre che dell’incontro con intimi. “l’incontro” è il succo di qualunque affetto, passione, curiosità. si cresce esponendosi alla diversità, incontrandola.

    “Da un certo punto di vista la cultura consiste molto nel chiacchierare. Soprattutto ora che non insegno più, da quando sono in pensione, mi sembra sempre di più che parlare sia un po’ “sporco”. La scrittura è pulita parlare è sporco.”

    Io stimo Deleuze, ma la filosofia (Foucault la chiamava la “politica della verità”) si fa soprattutto parlando. Non esibendosi, d’accordo, ma comunque parlando. O avendo parlato.
    Perchè questa idea “talk show” del parlare?

    infine-
    è “terribile nascere in un deserto”: è vero, ma chi è che decide cosa è un deserto e cosa non lo è?

    Non mi convincono queste soluzioni.
    Sembra un uomo ossessionato dalla televisione.

  4. @ crisalis
    visto che mi inviti a discutere cosa che del resto ho fatto nei posrt precedenti mi sforzo di più
    nella pratica di cercare di incontrare delle idee oggi ho visto il film di clint eastwood e l’ho trovato ridicolo. su repubblica di oggi inprima pagina c’erano ben due articoli di giornalisti che lo esaltavano come un film che fa riflettere. io pensavo a un certo punto addirittura di aver sbagliato sala e ho mandato un messaggio alle mie amiche perchè mi aspettassero fuori. ho pensato non può essere una roba così assurda. invece era. per fortuna avevo molte cose a cui pensare e quando ogni tanto un rumore più forte mi riportava al film, vedevo una giornalista che parlava francese annunciare agli editori un suo prossimo libro su mitterand sostenendo che per i francesi era una figura familiare come uno zio. poi compiaciuta dal suo discorso la donna si affacciava alla finsetra e vedeva sè stessa in un cartellone pubblicitario che faceva la reclam di un cellulare. poi la francese parlava in italiano con accento francese con una scoppiatona con i capelli ossiggenati. la giornalista che era sopravvissuta per miracolo allo tsunami era stata tra la vita e la morte e aveva sperimentato qualcosa sulla morte.
    la bionda chiede: cosa hai sentito? un senso di ascesa e una consapevolezza a 360 gradi? hai sperimentato la morte. forse se ne parli tu che sei famosa in un libro puoi fare cambiare le cose. lei scrive il libro. l’editore dice: ti avevamo commissionato un libro su mitterand e ci hai portato le tue esperienze sull’aldilà. ridammi l’anticipo. lei si affaccia alla finestra e vede che la pubblicità del cellulare la fa la sua rivale. va dal”ex e gli chiede: ci va a letto? lui dice: ma cosa dici? e lei: sei tu che mi hai insegnato fare le domande scomode.
    intanto un bambino ha perso un fratello gemello e un sensitivo che parla coi morti non accetta il suo dono e pensa sia una maledizione. alla fine tutto si rsolve: il bambino incontra il sensitivo che gli dice: tuo fratello è morto fattene una ragione. il bambino risponde: la francese che ti piace sta nell’albergo mayfair a londra. lui le dà un uppuntamento, ha una visione dove si baciano, e le va incotro e si innamorano.
    un equilibrio instabile fra babel e harmony.

  5. intanto mille grazie
    questo è uno dei posti in cui cerco le cose, o forse non le cerco ma le trovo

    a volte cerco nelle persone, nei luoghi
    non le persone da aperitivo, ma quelli dei garage a palermo, quelli che non escono di casa neanche per fare la spesa, le donne che quando litigano abbaiano, che sembrano veramente dei cani. La prima volta che le ho sentite ho pensato ad un branco di cani che si scannavano, e invece erano le donne. Chissà cosa penserebbe Deleuze del loro abbaiare. Non so cosa cerco e perché cerco lì, ma l’uomo quando rasenta l’animale sembra dirmi più cose di quando si atteggia a uomo. E’ un po’ come quando tu hai scritto la scorsa estate che ti saresti aperta in due per offrirti al mondo da tanto era bello quello che vedevi. Ecco ogni tanto ho bisogno anche di quello, del mondo che mi parli, ogni tanto devo fuggire al falso mondo e cercarmi qualche posto che mi faccia venire voglia di aprirmi in due. Che poi non deve necessariamente essere chissà dove. In Inghilterra per esempio c’era una parte industriale della città che era un po’ così. Non c’era niente, assolutamente niente, era uno stradello che collegava la città col porto, un po’ incolto, lungo la campagna con delle fabbriche con i camini inglese; ma quando me lo facevo in bicicletta, l’odore di cioccolato e pesce nell’aria, mi sentivo in comunione col mondo, stavo incontrando qualcosa, ecco.
    al cinema è un po’ che non incontro niente, forse essendo il posto in cui più ho cercato nella mia vita mi sono stufata e ho voglia di guardare altrove
    Deleuze dice quello che dice sul teatro perché non ha mai visto emmadante, lì pure mi è successo di fare incontri

  6. Rispondo prima alla cosa che sento più “scomoda” poi dibatto molto volentieri.
    Vedi Sabina, a questo punto avrei dovuto Vedere quell’intervista perché leggerla trascritta ne limita ovviamente la percezione del senso globale. Quando Penso a D. dire “parlare, parlare, parlare non lo sopporto” lo immagino sorridere beffardo pensando all’istante a ciò che ha appena detto, partendo dal non trascurabile fatto che un intervista è comunque un palco anche se non ci si mette in posa. Sai bene facendo teatro di cosa parlo. Ma è un pensiero, diciamo, non autorizzato: non lo conosco e soprattutto non l’ho visto. Tu l’hai vista e ti viene da dirmi ciò che hai detto, e che non posso non concordare se per un istante indosso i tuoi occhi. E’ che dal lato del significato ho solo osservato senza commentare quello che tu chiami il “lavoro del filosofo”. Semplicemente guardavo il contorno suggestivo. Come immagino avrei visto altre cose di quel pessimo film di eastwood, immagino i tecnicismi con cui espone simultaneamente pause e movimento di scena che mi restituiscono quel senso di leccalecca gigante al lunapark, la droga leggera dei piccoli (un altro effetto delle droghe leggere è il momentaneo ed illusorio relax di mente e quindi di corpo), così come ora ascoltando casualmente philip glass mi posso chiedere cosa gli passa per abbinare titoli a mio avviso casuali ai suoi brani del tutto non casuali. Gli occhi del guardante non sono ne una partenza ne un arrivo, ma un luogo dove purtroppo a volte ci si perde o comunque non ci si incontra.
    Entriamo invece nella discussione reale. Le idee. Non le cerco ma sono loro a trovare me, soprattutto per via del fatto che viaggio molto. Viaggiare regala la percezione provvisoria (valida per il tempo di permanenza) di differenti Dinamiche, e la Dinamica penso che sia una delle maggiori madri delle idee. Quindi le idee mi trovano e sporcano i miei pensieri fino ad arrivare agli occhi. Niente internet, niente tv, niente uscire di casa, ma viaggiare. E poi ancora immaginare. Girare a caso in automobile, guardando come un voyeur cosa succede al di là del finestrino il film casuale girato da occhi pensanti. Ma certo, ovviamente, l’arte diciamo genericamente ha come scopo quello di far pensare e pensando delle volte escono idee. Le persone intelligenti ? Le persone, diciamo, intelligenti ma decontestualizzate (non un “quadro” ma un “soggetto”) ? Richiamano la mia attenzione, ma è un’illusione. Dura poco. Qui sono carta carbone con il frammento di Deleuze, le persone (intelligenti) purtroppo non possono granché, possono le “cose” = espressione della loro intelligenza, ma a quel punto sono già cose e non più persone. Lui dice “i colti mi spaventano”, perché (lo dice subito dopo) il suo must è al contrario dei colti la demolizione della propria conoscenza (spinoza a parte), e tutti siamo impauriti da chi è molto diverso da noi. Poi, le “sue” persone “intelligenti” vengono tirate in ballo e decontestualizzate. Lui dice giustamente kafka proust bene wilson beckett e non ricordo gli altri e stavolta non salgo a rileggere, ma queste non sono persone, non parla del loro amabile modo in cui prendevano il té, o la grazia con cui si grattavano le chiappe a letto, o il ghigno deteriorato con cui apparivano al costanzo show, non parla di persone. Sono ciò che hanno detto, scritto, o alla peggio rappresentato per lui, e giustamente si arroga che il “per lui” sia il “per noi”. Ciò nonostante non credo che la persona intelligente che ci attraversa la strada ci spaventi. Capisco cosa intendi tu, le intelligenze sono pericolose perché sapendo risvegliano dalla corruzione metabolizzata tra cui quella dipinta dai plot di film sola appena visti. Le persone non spaventano ma semplicemente le ignoriamo perché non hanno alcuna possibilità tranne quella di diventare per noi delle cose. Infatti tu eri uscita di casa per vedere un film, non una persona, poi hai visto con gli occhi delle tue amiche i due modelli correre fra i cadaveri l’uno verso l’altro, e quei modelli, quei cadaveri, non erano più persone, ma sono il resoconto di una tua associazione di idee, nel film. Certo è un film ma mentre lo vivi vedi ciò che viene proiettato, quelle sono comunque persone. Al variare di alcuni dettagli il significato sarebbe mutato. Credo le persone siano interessanti finché non le conosci, quando le conosci diventa interessante quello che hanno da dirti, da darti, le cose che puoi condividere con esse, che a loro puoi dire, puoi dare. Diventa interessante quello che ti provocano, da vive, o quel che di esse ti rimane, da morte

  7. Vita Mia mi ha stravolto. Ho avuto la fortuna di vederlo le ultime 3 volte che l’hanno fatto. Sono venuta a Roma apposta per vederlo, ma sarei andata anche a TImbuctu credo.
    Mpalermu l’ho visto solo in dvd ma qualcosa ci puoi incontrare anche in dvd. Cani di bancata non mi è piaciuto, mentre le Pulle l’ho trovato strepitoso, ma credo di essere l’unica in europa ad averlo trovato strepitoso. E poi non è sempre necessario fare l’incontro.
    Adesso vado a vedermi Cenerella sapendo che probabilmente sarà l’ultima volta che lo vedrò. Poi si potrebbe parlare del teatro usa e getta, del teatro che diventa evento, con la gente che fa a pugni per i biglietti e che corre a vederlo tipo concerto di vasco rossi. Per VitaMia l’anno scorso mi avevano offerto 100 euro per il mio biglietto. E qualche giorno prima dello spettacolo qualcuno mi aveva detto di non far vedere troppo i biglietti..

    ma comunque l’incontro con il loro teatro ce l’ho avuto con sabino e manuela, a me basta vederli in tuta mentre fanno la schiera e mi sento che sto facendo un incontro. poi non so, magari è perché me ne sono innamorata!

  8. L’incontro nasce da una ricerca. A volte si incontra ciò che si ricerca, a volte cercando una cosa, ci si imbatte in un’altra, casualmente, e questa diventa una scoperta, tanto significativa, magari lontana da ciò che cercavamo.
    La ricerca è per lo più di ‘qualcosa’. E questo lo si può trovare in un luogo, qui sul blog, in un libro, una sala di teatro, un disegno, un quadro, un’esperienza captata per la strada, magari anche tra donne che ‘abbaiano’.
    Spesso in una persona.
    Persona che può essere in carne ed ossa, oppure il suo pensiero scritto, magari lontano nel tempo, ma che è rimasto e continua a dire qualcosa di importante, la sua voce sentita o, come nel caso dell’intervista di Deleuze che stai sbobinando, trascritta.
    L’incontro come ricerca, movimento, tensione verso, lontano quindi dall’immagine di immutabilità che può suggerire il deserto.
    E l’incontro è scambio, dialogo.
    Il ‘parlare parlare parlare’ degli intellettuali, che Deleuze detesta, è quando si assiste ad interminabili monologhi, del tuttologo di turno che parla e del pubblico che annuisce all’unisono.
    Del critico di Repubblica che dice che il film è un capolavoro e si aspetta che ciò basti perché la gente riempia le sale e applauda.
    Il parlare nell’incontro è invece dialogo, scambio e sorgente di idee, scontro e confronto, crescita.
    La ricerca di questi incontri è la sete che ci spinge ad attraversare il deserto e superarlo.

  9. L’erudizione, intesa come conoscenza che aspira alla omnicomprensione, è per me il simulacro della cultura. Mi capita – da sempre – di non provare nulla di minimamente simile alla fascinazione né alla ammirazione (giammai invidia) dinanzi il tipico intreccio di citazioni, date, giochi di specchi, rimandi, significati svelati e verità sciorinate che è lo spazio di dominio dell’erudito, percepisco invece perlopiù eccedenza, superamento di misura, ricerca più o meno ossessiva ( e più o meno consapevole) del “troppo”: Come se il possesso e l’uso delle parole fosse volto al solo scopo di affabulare l’altro, di esercitare una suggestione, di sedurlo. Non c’è reale desiderio di condivisione di ciò che si è letto, studiato e assimilato ma pretesa di sconfinare nello spazio d’ascolto altrui in nome di una levatura culturale accreditata dallo sguardo sociale. In parole povere: dinanzi al sotterraneo desiderio di ricevere attenzione degli eruditi, mi annoio a morte. Talvolta somatizzo il tutto con dei leggeri mal di testa.

  10. Signore, io ho cercato di leggervi ma davvero non mi riesce di capirvi. Parlate proprio una lingua a parte, condividete esperienze, pensieri a me del tutto sconosciuti. chissà perchè riesco a capire Deleuze e voi no?! Saranno i misteri della cultura, sarà forse che vi conoscete anche solo virtualmente e che sono io l’intrusa, ma mi fate sentire così attonita, come sospesa in una dimensione surreale. Se dialogate virtualmente in un sito aperto al pubblico significherà pure che prevedete la presenza di un certo pubblico ma, niente, proseguite con il vostro canto degli uccelli convinte di poter rendere condivisibile il vostro ermetico intrattenimento ludico.

    Inoltre, leggere davanti a uno schermo non mi risulta facile, non guardo la televisione perché non la sopporto, alcuni problemi alla spina dorsale mi rendono fastidiosa la postura e non appena rimango perplessa alla terza riga, ecco che dopo la quarta mi gratto già la fronte e vado giù col cursore in cerca di qualcosa di comprensibile, in un deserto di non-senso (per me) davvero spiazzante. Il deserto dell’ignoranza è spaventoso, ma anche quello della cultura.

    Forse sono riuscita a esprimermi come una persona di “destra”, superficiale, rude, priva di basi marxiste freudiane semiotiche, così come voi vi compiacete di sembrare il più possibile di sinistra, molto “comuniste”, colte, profonde, ben al di sopra della superficialità di questi tempi che vi tengono ai margini, per forza di cose ai margini, in un aristocratico isolamento, riunite come damine del settecento in un boudoir. Spero di non avervi offeso e anzi ne approfitto subito per scusarmi, ma l’unico fascino del web è almeno quello di poter essere (vigliaccamente) sinceri.

  11. @Alessandra,
    la sensazione da leggero mal di testa causata dall’erudizione dev’essere dovuta alla mancanza di un interesse reale nello scindere il testo dal contesto, probabilmente manca la volontà di capire al di sopra del “giudizio” che di impatto ci irrita. L’interesse varia sempre in misura dello “status” che assegniamo all’interlocutore. L’esempio inverso più estremo e banale che mi viene in mente è l’amore, nell’amore il partner assume una dimensione elevata di accettazione, e noi ricambiamo con conseguente ascolto, e l’eventuale tipico intreccio di citazioni, date, giochi di specchi ecc. se effettuato dall’uomo amato o dalla donna amata non ci regala nessun mal di testa, vuoi perché si “sorvola” senza nemmeno accorgersene, o perché salvaguardando il rapporto ci si dispone alla più profonda comprensione, in ogni caso “non attacca”. Questo è un esempio forzato ed estremo, utile però a farci ricordare di ascoltare meglio tutte le persone specie quelle più distanti (che non amiamo, le persone normali, fra cui quelle con gli “atteggiamenti linguistici” che ci annoiano), partendo dal presupposto dei linguisti secondo cui non è mai possibile non esprimere alcun significato.

    @Anna,
    Potevo aiutarti nella comprensione delle “signore”, ma ho appena devoluto un’oncia del mio prezioso tempo nel tentativo di aiutare Alessandra, mi spiace.

    Colpa degli interlocutori veri (quelli sul pezzo) che oggi si sono visti poco, rendendo di fatto vana la mia visita serale. Comunque a tutti buonanotte, e a questo punto attendo la “D” di Desiderio (ed è già un programma)

  12. mi ha colpito Deleuze quando dice tranquillo tranquillo che tutto quello che impara lo impara per uno scopo, e quando lo scopo è raggiunto lo dimentica, in modo che è costretto, se dopo dieci anni ci deve tornare sopra, a ricominciare da capo.

    questa cosa a me ha sempre fatto venire l’ansia, il fatto che dimentico le cose e che bisogna ricominciare da capo
    penso che non mi ricordo le cose che ho studiato all’università, o giusto un po’ vagamente, che le vorrei riprendere in mano, addirittura approfondirle. E lo stesso vale per le lingue, il pianoforte.. Ma così uno passa la vita a ricominciare da capo. E poi tutte le cose che non so, che non ho letto.. tipo oggi sono andata alla Feltrinelli e mi sono quasi sentita male da tutti questi libri e autori che ci sono. Troppe cose. Che uno anche se passa la vita a leggere non ce la fa. che ansia.

  13. Credo che buona parte di quest’intervista non può più essere ritenuta attuale a causa del forte cambiamento del tessuto sociale e del cambiamento dei “luoghi d’incontro” a cui allude Deleuze. Io trovo che la nostra società attuale, in base agli accadimenti noti e meno noti, sia pervasa da due sentimenti principale:Uno è pervaso di una forte inquietudine, paura di un mostro che si sa esserci ma non si sa dove è nascosto o quando uscirà (inoltre Manzoni insegnava nella figura dello spaventato Don Abbondio che la paura di qualcosa è tanto maggiore quando non ne si conosce la forma); dall’altro lato c’è una forte voglia (o spinta inconsapevole?) a ignorare tutto ciò di veramente grave pervenga, reagendo in maniera speculare e manifestando un benessere spirituale ed economico che non c’è (tranne rari casi) e sostituendo i problemi più radicati e profondi con quelli più solubili della cronaca nera (inutile dire quanto sia facile di trovarne). Il problema, oltre quello opprimente di fondo, è che trovo quasi del tutto impossibile astrarmi da ciò che mi circonda ed evitare di parlare,parlare e parlare (o scrivere in questo caso)per cercare di smuovere qualcosa, ammetto magari anche con un leggero effetto catartico. Spero di non avervi annoiato, anche con le mie numerose parentesi.

  14. forse mi è sfuggito , ma non riesco a capire a quando risale questa intervista a Deleuzzo…sembra vecchia di vent’anni, e allora non ne vedo l’utilità. Comunque ho faticato molto ad arrivare alla fine. è assai noioso, in certi casi preferisco la pagina dello sport. Scorrendo i commenti ammiro chi invece riesce a commentare divertito, dove io invece accuso una spiacevole acidità allo sfintere..
    Già che ci sono, grazie Sabina, non ho ancora visto il film di Clint ( mio fratello lo chiamacosì, per nome.), ma ho letto Maltese su Repubblica dell’altro ieri e mi sono chiesto se non stesse esagerando sulle potenzialità del film. Sono ateo, ringraziando il babbo, andrò a vederlo e mi farò legare alla poltroncina, come Ulisse con le sirene.
    Ajònara valter

  15. @Crisalis.
    Apprezzo lo sforzo ermeneutico da te operato riguardo le mie parole: sono certa di non aver espresso attraverso esse alcuna richiesta di aiuto. L’oncia di tempo da te spesa in questo tentativo è un dato talmente carico di auto-evidenza da sospendere ogni commento.

  16. @Alessandra- Anna
    “Parlate proprio una lingua a parte, condividete esperienze, pensieri a me del tutto sconosciuti. chissà perchè riesco a capire Deleuze e voi no?”

    quanta inutile boria…aria fresca, via!
    portate via il vostro nauseante desiderio di essere migliori…rivela sola la vostra fragilità!

    tutta la vostra spocchia semantica non aggiunge un grammo di interesse negli argomenti che NON avete proposto.

    bah che cialtrone! sarà che io capisco Nietzsche e voi no! eheh…

  17. @Alessandra
    Semplicemente: ognuno ha una vita propria e intervenire qui richiede del tempo. Poi ognuno vede ciò che può vedere, e se tu mi hai risposto in quel modo è perché mi hai “bollato”. Ci sta.

    @elenabondi
    dici “così uno passa la vita a ricominciare da capo”. Capita, quando si ha la mente tanto aperta da poter coltivare una molteplicità di interessi. Non mi sembra affatto sbagliato. Siamo un po’ come le onde del mare.
    Quanto alla Feltrinelli, anch’io soffrivo la stessa ansia. Si risolve facilmente: pensa al tuo intellettuale preferito, sappi che nemmeno lui è riuscito a leggere tutto. Va già un po’ meglio, no ? 😉

    @Sabinaaaaaaaaaaaa !!!! La “D” !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
    D come “DVD” dell’intervista, che se smetti di pubblicare mi toccherà andare a comprare !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

  18. @crisalis
    no ma il mio concetto era, che non posso spendere una vita a ricominciare da capo
    è come uno che inizia a pulire l’armadietto della cucina e come arriva alla fine ricomincia da capo
    meglio invece che ogni tanto utilizzi le stoviglie che ha lavato, no?
    va bene studiare, ma bisogna anche utilizzare quello che si studia, arrivare a produrre

    ora scusate ma mi aspetta il riso con le noci

  19. In effetti ho notato un punto poco chiaro nel mio precedente messaggio, buttato giù in maniera forse troppo precipitosa, suscettibile di interpretazioni non previste. Il passo originale in questione è: “chissà perchè riesco a capire Deleuze e voi no?”

    Intendevo: chissa perchè capisco Deleuze, mentre A voi non vi capisco.

  20. Se avete capito tutti, allora damiano un po’ scemo lo è

    vedi sotto:
    Damiano Scrive:
    7 gennaio 2011 alle 5:46 pm
    @Alessandra- Anna
    “Parlate proprio una lingua a parte, condividete esperienze, pensieri a me del tutto sconosciuti. chissà perchè riesco a capire Deleuze e voi no?”

    bah che cialtrone! sarà che io capisco Nietzsche e voi no! eheh…

  21. @Anna
    sarà che Anna non legge bene prima di commentare!

    Però lei capisce Deleuze, capito? Eh beh, chi è che parlava di ermeneutica? eheh…

    Bene, sarà che io sono laureato in Filosofia e posso anche essere in disaccordo con Deleuze, se ho argomenti, o no?

    Non sono d’accordo: l’ho letto, l’ho capito e non sono d’accordo: è accettabile per Anna?

    quanto al capire noi…sai leggere? è italiano. Magari se arrivi in fondo alle frasi, si capisce meglio. Non che ci sia quale sapienza rivelata, eh, per carità.
    Solo opinioni. In Italiano.
    ciao ciao

  22. Mi spiace, per principio non dialogo mai con la gentaglia. Poi, le lauree in filosofia in certe università le danno anche alle capre

  23. @Crisalis
    Non ti ho bollata. Le mie parole alludevano solo a se stesse. Il fatto che ti abbiano ispirato un tentativo di aiuto – per il quale hai addirittura speso un’ oncia di tempo – è in relazione ad una tua personalissima equazione. Ciò che hai proiettato è solo tuo.

    @Damiano
    Non sei laureato in Filosofia.

  24. Io ci trovo un grande strepitoso Deleuze. Questi temi renderebbero banale e mellifluo Hegel o Heidegger, ma non lui. Teatro, memoria, incontri, erudizione…ottimi spunti. Sabrina spero che continui a sbobinare e a dare la possibilità a chi ancora no lo avesse letto o visto (in francese il dvd è spettacolare) di farlo. Poi le discussioni, sono parlare parlare parlare…forse ci si potrebbe accontentare di aver incontrato un’idea, uno spunto per pensare….o, se non li si incontra, cercare altro, leggere altro. Grazie Sabrina per quello che fai.

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