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Abecedario Gilles Deleueze – Hancora filosofia, lettera “H”

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Abecedario Gilles Deleueze

Abecedario Gilles Deleueze – Hancora filosofia, lettera “H”

Mi dicevo, lo pubblico, non lo pubblico, delle cose interessanti ci sono, ma ci sono anche cose fastidiose, un po’ tronfie per i miei gusti. Però è un peccato saltare una lettera e la cosa buona di questo pezzo è che ci ricorda che dovremmo studiare Leibniz e Spinoza. Se dovete scegliere e non avete ancora letto la G sulla sinistra leggete la G che è molto meglio.

Non c’entra ma non male questo che vi segnalo:

http://www.corriere.it/politica/11_febbraio_20/coccarda-severgnini-tricolore_b860150e-3cc3-11e0-b1ac-bc0b2e3568ae.shtml

e questo:

http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/articolo-22926.htm

H Histoire, histoire de la philosophie

D –  Si dice di solito che nella tua opera, una prima tappa è dedicata alla storia della filosofia. Nel 1952 scrivi uno studio su David Hume, poi seguono dei libri su Nietzche, Kant, Bergson e Spinoza. Chi non ti aveva letto e ti riteneva un commentatore è rimasto fortemente impressionato da «Logica del senso», «Differenza e ripetizione» e naturalmente «L’Anti -Edipo» e «Millepiani», come se ci fosse stato un Mister Hyde che sonnecchiava nel dottor Jekyll.

Quando tutti interpretavano Marx, tu t’immergevi in Nietzsche, quando tutti dovevano rileggere o leggere Reich, t’interessavi a Spinoza e alla sua famosa domanda su ciò che può un corpo.

Oggi, nel 1988, torni a Leibniz. Cosa ti piaceva e cosa ti piace ancora nella storia della filosofia?

GD – è un affare complicato, perché investe la filosofia stessa. Suppongo che molta gente consideri la filosofia una cosa molto astratta, è un po’ per specialisti. Io sono convinto che la filosofia non abbia niente a che vedere con gli specialisti, che non sia una «specialità». O lo è come la pittura o la musica. Cerco necessariamente di porre il problema in modo diverso. Allora, quando si crede che la filosofia sia astratta, la storia della filosofia è doppiamente astratta, perché non consiste più nel parlare di idee astratte, ma consiste nel formare idee astratte su altre idee astratte.

Per me la storia della filosofia è sempre stata altro e per questo torno sulla pittura. Penso ad alcune discussioni nelle lettere di Van Gogh, ci sono discussioni su «ritratto o paesaggio». Fare ritratti, bisogna tornare al ritratto…Danno molta importanza a questo, nelle loro conversazioni, nelle lettere. Ritratto o paesaggio, non è uguale, non è lo stesso problema.

Per me la storia della filosofia è come in pittura una specie di arte del ritratto.

Si fa il ritratto di un filosofo, ma in realtà è il ritratto filosofico di un filosofo. Cioè un ritratto «mediomnico», un ritratto mentale, spirituale. Sicché è un’attività che fa pienamente parte della filosofia stessa, come il ritratto fa parte della pittura. Di nuovo, se ritorno a dei pittori come Van Gogh, come Gauguin, c’è qualcosa che mi tocca profondamente il loro: l’enorme rispetto, perfino la paura, il panico, non solo il rispetto, di fronte al colore, nell’affrontare il colore. È divertente il fatto che i due che cito siano fra i coloristi più famosi. Ma se riprendiamo la storia della loro opera, affrontavano il colore veramente tremando. Hanno paura. Tutto l’inizio della loro opera, come si dice, è fatto di colori-patata: colori di terra, colori patata, per niente intensi. Non perché non gli piacciano, ma perché non osano affrontare il colore. Cos’è più commovente? Non si ritengono ancora degni, ancora capaci di affrontare il colore, cioè di fare veramente della pittura. Hanno bisogno di anni e anni per osare e affrontare il colore. Una volta che pensano di essere capaci di entrare nel colore, allora ne viene fuori quello che tutti conoscono.

Quando vediamo ciò a cui arrivano, bisogna pensare a quell’immenso rispetto, a quell’immensa lentezza per affrontarlo. Una cosa come il colore, per un pittore, può portare fino alla follia, fino alla perdita della ragione. Difficilissimo, ci vogliono anni prima di osare una cosa simile.

Non è che sia particolarmente modesto, ma per me sarebbe scioccante se ci fossero dei filosofi che dicessero: «Ora comincio a fare della filosofia. Faccio la mia filosofia. Ho la mia filosofia». Sono dichiarazioni da imbecilli, fare la propria filosofia. Perché la filosofia è come il colore. Prima di entrare nella filosofia ci vogliono talmente tante precauzioni prima di conquistare il colore fisico, perché il colore fisico è il concetto. Prima di sapere o di inventare dei concetti ci vuole un tale lavoro… e credo che la storia della filosofia sia questa lenta modestia. Bisogna fare ritratti per molto tempo. È come se uno scrittore dicesse: «scrivo romanzi, ma per no compromettere la mia ispirazione non ne leggo mai altri. Dostoevskij? No, non lo conosco». Ho sentito scrittori giovani fare queste dichiarazioni spaventose. Che vogliono dire: «Non ho bisogno di lavorare». Per qualunque attività bisogna lavorare a lungo prima di affrontare qualcosa.

Credo che la storia della filosofia abbia questo ruolo, che non è solo preparatorio, ha un valore in sé, è l’arte del ritratto che ci permette di affrontare qualcosa.

Qui diventa misterioso, bisognerebbe precisare. Dovresti obbligarmi a precisare…non so con un’altra domandina…oppure posso continuare così…

Cosa accade quando si fa la storia della filosofia? Hai qualcos’altro da chiedermi a proposito?

D – No, ma l’utilità della storia della filosofia…è chiara l’utilità che ha per te, l’hai spiegata, ma l’utilità per gli altri, in generale…Perché dici di non voler parlare della specializzazione della filosofia, che la filosofia si rivolge anche ai non-filosofi…

GD – è semplicissimo. Si capisce cos’è la filosofia, cioè fino a che punto la filosofia non sia una cosa astratta, non più di un quadro o un’opera musicale, per niente astratta. Questo si può capire solo attraverso la storia della filosofia. A condizione di concepirla, oserei dire, come si deve. Un cosa mi sembra certa, non è filosofo né chi contempla, né chi riflette.

Un filosofo crea. Semplicemente crea un genere di cose del tutto speciale. Crea dei concetti.

I concetti non esistono belli e fatti, non stanno là «a passeggiare» nel cielo. Non sono stelle, non ci contemplano, bisogna crearli, bisogna fabbricarli. Ci sarebbero già mille domande, ci siamo già persi. Perché si pongono talmente tante questioni. A cosa servono? Perché creare concetti? Cos’è un concetto? Ma lasciamo perdere, almeno per il momento.

Facciamo un esempio: scrivo un libro su Platone. Tutti sanno che Platone crea un concetto che non esisteva prima di lui e che traduciamo normalmente con l’«Idea». L’Idea con una I maiuscola. E cos’è che Platone chiama Idea? Qualcosa di completamente diverso da ciò che gli altri filosofi chiamano idea. È veramente un concetto platonico, al punto che se qualcuno usa «idea» in un senso vicino, si dirà che è un filosofo platonico. Mi chiedo che cos’è concretamente? Non bisogna mai chiedersi… Cos’è? Come se fosse un cane. Cos’è un’idea? Un cane posso definirlo, ma un’idea per Platone? Qui già facciamo storia della filosofia. Bene, cercherei di spiegarlo…non abbiamo neanche bisogno di un professore…

Platone chiama idea qualcosa che non può essere qualcos’altro. Cioè qualcosa che può solo essere ciò che è.

Questo sembra astratto, lo dicevo prima, non si deve essere astratti. «una cose che è solo ciò che è» sembra astratto, ma no. Prendiamo un caso che non si trova in Platone: una madre. Una mamma è una madre, ma non è soltanto una madre. Voglio dire che è, ad esempio, moglie ed è lei stessa figlia di una madre. Supponiamo invece una madre che  sia solo una madre, poco importa se esiste o meno: per esempio la vergine Maria, che Platone non conosceva, è una madre che è solo madre?

Non importa che esista o meno. Una madre che fosse solo madre, che non fosse a sua volta figlia di un’altra madre, potremmo chiamarla «idea di madre».  Qualcosa che è soltanto ciò che è. Questo più o meno intendo Platone quando dice che solo la Giustizia è giusta. Perché solo la Giustizia non è altro che giusta.

Alla fine mi pare che sia un concetto semplice. Un’idea … non si ferma qui, ma il suo punto di partenza è: «supponete delle entità che siano solo ciò che sono: le chiamiamo Idee». Crea un vero e proprio concetto, che non esisteva prima. L’idea della cosa in quanto . È la purezza che definisce l’idea. Apparentemente però resta astratto, perché?

Se ci si abbandona alla lettura di Platone, tutto diventa immediatamente concreto. Non lo dice a caso, non crea il concetto d’idea a caso. Si trova in una data situazione, in una situazione estremamente concreta. Qualunque cosa accada o qualunque cosa sia data, ci sono dei pretendenti. C’è qualcuno che dice : «per quella cosa io sono il migliore».

Esempio: dà una definizione di politico. E dice il politico è, mettiamo una prima definizione, un punto di partenza, il pastore degli uomini, colui che s prende cura degli uomini. Ma su questo  arrivano in diversi e dicono: «in questo caso sono io il politico, io sono il pastore degli uomini».

Può dirlo il commerciante, il pastore che fornisce cibo, il dottore che cura, possono dire: «sono io il pastore degli uomini». In altre parole ci sono dei rivali. Allora comincia a diventare un po’ più concreto.

Voglio dire un filosofo crea dei concetti, per esempio l’Idea, la cosa pura.  Il lettore non comprende immediatamente perché, di cosa si tratta, che bisogno c’è di creare un tale concetto. Ma se continua, se riflette sulla lettura, si accorge che la ragione è la seguente: c’è ogni sorta di rivale che pretende la tal cosa, ci sono dei pretendenti. E il problema platonico sarà non certo «cos’è l’idea», saremmo nell’astrazione, ma come selezionare i pretendenti, come scoprire fra i pretendenti quello buono. Ed è l’idea, cioè la cosa allo stato puro, che permetterà tale selezione, che selezionerà colui che vi si avvicina di più.

Bene, allora avanziamo un po’, perché direi che ogni concetto, per esempio il concetto d’idea, rimanda a un problema. Il problema in questo caso è come selezionare i pretendenti. Se facciamo filosofia astrattamente, non percepiamo assolutamente il problema. Ma se raggiungiamo il problema, perché il problema non è annunciato dal filosofo? Eppure c’è nella sua opera, lo si trova, è là, è flagrante in un certo senso….Ma non si può fare tutto allo stesso tempo.

Il filosofo deve già esporre i concetti che sta cercando, non può esporre anche i problemi a cui rimandano questi concetti. O almeno i problemi si possono ritrovare solo attraverso i concetti creati. E se non si trova il problema che corrisponde a quel concetto, tutto è astratto. Se troviamo il problema allora tutto diventa concreto. Ecco perché in Platone si trovano costantemente questi pretendenti, questi rivali. Allora posso aggiungere…Tutto si tiene.

Perché nella polis greca è Platone a inventare questo problema? Il problema è «come selezionare i pretendenti», e il concetto – questa è la filosofia, i problemi e i concetti – è l’idea che si ritiene possa offrirmi i mezzi per selezionare i pretendenti, non importa come. Perché questo problema, questo concetto, si forma in ambiente greco? Comincia proprio con i greci, è un problema tipicamente greco. È un problema della polis, della polis democratica, anche se Platone non accetta il carattere democratico della polis. È un problema della polis democratica. È in una polis democratica che, per esempio, si pretende alla magistratura, e ci sono dei pretendenti «pretendo» a tale funzione. In una formazione imperiale, come ne esistono in epoca greca, ci sono funzionari che sono nominati dal grande imperatore. Non c’è affatto questa rivalità. La polis ateniese è una rivalità dei pretendenti. Già con Ulisse, i pretendenti di Penelope. C’è tutto un insieme di problemi greci. È una civiltà dove la lotta dei rivali è una cosa costante. Per questo inventano la ginnastica, i giochi olimpici…sono procedurali, nessuno lo è come i greci. Ma la procedura è la stessa cosa, i processi comportano dei pretendenti. Ci saranno altri pretendenti e la battaglia di Platone contro i sofisti, perché per lui i sofisti pretendono qualcosa a cui non hanno diritto.

Che cosa definisce il diritto o il non diritto di un pretendente? È un problema. È anche divertente come un romanzo. Ci sono romanzi in cui i pretendenti si affrontano di fronte a un tribunale.

È diverso ma in filosofia abbiamo insieme la creazione di un concetto e la creazione di un concetto in funzione di un problema. Senza aver trovato il problema non si capisce la filosofia, resta astratta. La gente in generale non capisce a quale problema risponde. Non capiscono il problema perché i problemi sono un po’ nascosti, un po’ detti e un po’ nascosti.

Fare storia della filosofia significa ricostruire tali problemi e d’un tratto scoprire la novità dei concetti. Perché la cattiva storia della filosofia mette in fila i concetti, come se fosse naturale, come se non fossero stati creati, con un’ignoranza totale dei problemi.

Prendo un secondo esempio del tutto diverso: molto tempo dopo Platone, c’è un filosofo che si chiama Leibniz che inventa un concetto straordinario e lo chiama «monade», sceglie una parola tecnica, complicata, lo chiama monade. In realtà nei concetti c’è sempre qualcosa di folle…questa madre che è solo madre, l’idea pura, c’è qualcosa di un po’ folle. La monade leibniziana designa un soggetto, qualcuno, io o te, in quanto esprime la totalità del mondo, ed esprimendo la totalità del mondo, esprime chiaramente solo una piccola regione del mondo, il suo territorio. Abbiamo già parlato del territorio: il territorio, o ciò che Leibniz chiama il ambito, è un’unità soggettiva che esprime il mondo intero, ma esprime chiaramente solo una regione o un ambito del mondo. Ecco ciò che chiama monade. Anche qui è un concetto, lo crea, questo concetto non esiste prima di lui.

Ci chiediamo perché lo crea. Perché dire questo piuttosto che un’altra cosa?

Bisogna trovare il problema e non che sia nascosto il problema, ma se non lo cerchiamo un po’ non lo troveremo. È il fascino di leggere della filosofia, affascinante e divertente, ancora una volta è come leggere un romanzo o guardare un quadro. È prodigioso, di cosa ci accorgiamo leggendo?

In realtà Leibniz non ha creato il concetto di monade solo per il piacere di farlo. Ma per altre ragioni, pone un problema.

Tutto nel  mondo esiste in quanto «piegato».

Per questo ho scritto su di lui un libro che si chiama «La piega».  Vive il mondo come un insieme di cose piegate le une sulle altre. Allora si può risalire, perché vede il mondo in questo modo?

Cosa succede? Come Platone prima. Nella sue epoca le cose si piegavano? Più che oggi? Insomma, non abbiamo il tempo. L’importante è che questa idea che il mondo è piegato, ma tutto è piega di una piega, non arriviamo mai a qualcosa di completamente dispiegato. La materia è fatta di pieghe le une sulle altre. Le cose dello spirito, le percezioni, i sentimenti, sono piegati nella mente. E poiché le percezioni, i sentimenti, le idee sono piegati nella mente. Leibniz costruisce questo concetto di una mente che esprime il mondo intero, cioè in cui il mondo intero si trova piegato.

Allora, ci potremmo chiedere cos’è un filosofo mediocre e cos’è un grande filosofo?

Un filosofo mediocre non inventa alcun concetto, usa idee già pronte. Ha delle opinioni, ma non fa filosofia, dice: «ecco quello che penso». Come oggi ce ne sono tanti, ce ne sono sempre stati.

Non inventa concetti e non pone alcun problema, nel vero senso del termine.

Fare storia della filosofia è questo lungo tirocinio, in cui si impara, in cui si è veramente apprendisti, nel doppio ambito della costituzione di problemi e della reazione di concetti.

Cos’è che può rendere il pensiero così idiota, imbecilli…Le persone parlano, ma non sappiamo mai il problema. Non solo non creano alcun concetto, emettono opinioni, ma in più non sappiamo mai di quale problema parlano. Sappiamo tutt’al più le domande. Ma se mi chiedono: «Dio esiste?» Non è un problema «Dio esiste». Non ho detto il problema. Dov’è il problema? «Dio esiste?» Perché pongo tale domanda? Qual è il problema che sta dietro? E così per la domanda «credo o meno in Dio?». Ma non importa a nessuno chi crede o chi non crede in Dio. Conta perché lo dicono, a quale problema corrisponde e qual è il concetto di Dio che si fabbrica. Se non hai né concetto né problema parli di stupidaggini e niente più. Non fai della filosofia. Ma è per dire quanto la filosofia può essere divertente…Fare storia della filosofia non è altro. Non è così diverso da quando sei davanti a un grande quadro, a un’opera musicale.

D – torniamo a Gauguin e a Van Gogh. Poiché hai evocato la loro paura, prima di affrontare il colore, cos’è successo per te quando sei passati dalla storia della filosofia alla filosofia, alla tu filosofia?

GD –  Senza dubbio la storia della filosofia mi aveva dato, mi aveva insegnato qualcosa, mi sentivo più capace di affrontare l’equivalente filosofico del colore.

Ma perché la filosofia non si ferma? Perché ancora oggi c’è la filosofia? Perché è sempre il caso di creare dei concetti. Di questa nozione di creazione dei concetti si è impadronita la pubblicità. Creare dei concetti, con i computer, c’è tutto un linguaggio che è stato rubato alla filosofia.

La comunicazione vuole essere creativa, creare concetti. Ma chiamiamo concetti, chiamiamo creazione qualcosa di talmente comico che non vale la pena…Resta il compito della filosofia, anche oggi. Non mi ha mai colpito la gente ce annuncia la morte della filosofia, il superamento della filosofia. Sono filosofi che dicono cose così complicate. Ma non mi ha mai riguardati o interessato perché mi chiedo che vuole dire.

Finché avremo bisogno di creare concetti ci sarà la filosofia. È la sua definizione e i concetti non stanno ad aspettare belli e pronti, vanno creati e vanno creati in funzione di problemi, ma i problemi evolvono. Allora certo, si può essere platonici, si può essere leibniziani, ancora oggi, nel 1989, si può essere kantiani. Cosa significa? Significa che riteniamo alcuni problemi, certo non tutti, posti da Platone, restano validi, seppur con alcune modifiche. Allora si è platonici e si utilizzano ancora concetti platonici.

Per me è chiaro…Non ci sono grandi filosofi che non abbiano ancora qualcosa da dirci sui problemi trasformati di oggi.  Fare filosofia significa creare nuovi concetti in funzione dei problemi che si pongono oggi.

L’ultimo aspetto di questa lunghissima risposta concerne l’evoluzione dei problemi. Da cosa è prodotta? Si possono invocare le forze storiche, sociali, d’accordo, ma c’è qualcosa di più profondo. È un gran mistero, e in più non avremo il tempo. Ma credo molto a una specie di divenire del pensiero, di evoluzione del pensiero, per cui non soltanto non si pongono gli stessi problemi, ma non si pongono nemmeno negli stessi modi. Un problema può esser posto in molti modi diversi. Ha sempre una richiesta urgente, come una «ventata» che richiama di continuo la necessità di creare e ricreare nuovi concetti. C’è una storia del pensiero che non si riduce all’influenza sociologica. C’è tutto u divenire misterioso del pensiero che dovremmo riuscire a definire e fa si che non si pensi oggi «allo stesso modo di» cent’anni fa. Intendo dire processi del pensiero, ellissi del pensiero. Il pensiero ha la sua storia. C’è una storia del pensiero puro. Ecco cos’è per me fare filosofia. Ha avuto sempre una sola funzione per me. Non ha alcun bisogno di essere superata perché ha una funzione propria.

D – Come evolve un problema nel tempo? Perché il pensiero evolve?

GD – Deve variare a seconda dei casi. Può bastare un esempio. Prendiamo il XVII secolo. Qual è, per la maggior parte dei grandi filosofi, la preoccupazione negativa? La preoccupazione negativa è di impedire l’errore. Si tratta di scongiurare i pericoli dell’errore. In altri termini il negativo del pensiero è che lo spirito si sbagli. Evitare che lo spirito si sbagli. Come evitare l’errore?

Poi c’è un lungo scivolamento  e nel XVIII secolo comincia ad emergere un problema diverso. Potrebbe sembrare lo stesso, e invece non lo è affatto: denunciare non più gli errori, ma le illusioni. L’idea che lo spirito cada e sia circondato dalle illusioni e ancor più che ne produca esso stesso. Non solo cade nell’errore, ma produce illusioni. È tutto il movimento del XVIII secolo, dei filosofi del XVIII secolo, la denuncia della superstizione…potrebbe sembrare un po’ la stessa cosa del XVII secolo. Ma in realtà il problema che comincia a emergere è completamente nuovo. Anche qui si può dire che ci siano delle cause sociali. Ma c’è anche una storia segreta del pensiero, che sarebbe appassionante fare. Il problema non è più come evitare di cadere nell’errore, ma come arrivare a dissipare le illusioni di cui lo spirito di circonda.

E poi nel XIX secolo, lo faccio di proposito di dire le cose in modo talmente semplice e rudimentale. Nel XIX secolo che succede? Come se s’insinuasse e neanche si manifesta completamente…come evitare cosa, l’illusione? No. Sono gli uomini in quanto creature spirituali che non smettono mai di dire sciocchezze. Non è più un’illusione, non è cadere in un’illusione,  ma come scongiurare la stupidità. Appare in modo chiarissimo alla frontiera della filosofia, con Flaubert, il problema della stupidità, Baudelaire e così via.

Anche qui si può dire che sia legato all’evoluzione sociale, per esempio, l’evoluzione della borghesia nel XIX secolo, che fa della stupidità un problema urgente. Ma c’è qualcosa di più profondo in queste evoluzioni, in questa specie di storia dei problemi che il pensiero affronta. E ogni volta che si pone un problema, ci sono dei nuovi concetti che appaiono. E se concepiamo la filosofia in questo modo: creazione di concetti, costituzione di problemi, con i problemi più o meno nascosti, che quindi vanno ricoperti, allora ci accorgiamo che la filosofia non ha assolutamente niente a che vedere con il vero e il falso. La filosofia non è cercare la verità. Non vuol dire assolutamente niente cercare la verità. Se si tratta di creare dei concetti, cosa vorrà dire? Un concetto è…costituire un problema non è questione di verità o di falsità. È una questione di senso. Un problema deve avere un senso. Ci sono problemi che non hanno senso e problemi che ne hanno.

Fare della filosofia è costruire problemi che abbiano un senso e creare concetti che ci permettano di avanzare nella comprensione e nella soluzione dei problemi.

D – arriviamo a due domande che ti riguardano più da vicino. Quando hai rifatto al storia della filosofica con Leibniz l’anno scorso è stato alla stessa maniera ce vent’anni fa, prima di produrre la tua filosofia? Nello stesso modo?

GD – no. Perché prima utilizzavo veramente la storia della filosofia come una specie di apprendistato indispensabile in cui cercavo cos’erano i concetti degli altri, dei grandi filosofi, e a quali problemi rispondevano. Mentre ora, nel libro che ho fatto su Leibniz non c’è alcuna vanità in quel che dico, ho mischiato dei problemi del XX secolo, che potevano essere i miei, con i problemi di Leibniz.

Ancora una volta mi sono convinto dell’attualità dei filosofi. Un grande filosofo…cosa vuol dire fare come lui? Fare come lui on significa affatto essere un discepolo, ma piuttosto prolungare il suo lavoro: creare dei concetti che hanno un rapporto con ciò che ha creato e porre dei problemi che seguono ciò che ha creato. Credo di aver fatto questo con Leibniz. Mentre nei primi libri di storia della filosofia ero allo stadio del pre-colore.

D – E a proposito di Spinoza, ma lo si può dire anche di Nietzsche, hai detto che li consideravi la parte un po’ nascosta e maledetta della storia della filosofia. Cosa intendevi?

GD – Forse avremo l’occasione di tornarci sopra. Sono pensatori che hanno respinto qualsiasi trascendenza. Bisognerebbe definire allora, ne avremo l’occasione, cosa sia la trascendenza. Sono autori che rifiutano tutti gli universali, cioè l’idea di concetto con un valore universale, e qualsiasi trascendenza, cioè qualsiasi istanza che oltrepassa la terra e gli uomini.

E per tornare a ciò che dicevi prima…sono gli autori dell’immanenza.

D – i tuoi libri su Nietzsche e Spinoza fanno epoca, sei famoso per questi libri, eppure non si può dire che tu sia nietzscheano o spinoziano, come lo si può dire di un platonico o di un nieztscheano.

Hai attraversato questi autori, te ne sei servito come di un apprendistato, ma eri già deleuziano. Non si può dire che tu sia spinoziano…

GD – mi fai un gran complimento. Se è vero sono contento.

D – ma ti sentivi Spinoziano?

GD – in realtà ho sempre cercato di porre dei problemi miei e di creare dei concetti miei. Al limite mi piacerebbe quasi avere una quantificazione della filosofia. A ogni filosofo attribuiremo dei numeri, dei numeri magici, a seconda del numero di concetti che ha veramente creato. Concetti che rimandano a dei problemi…ci sarebbero allora dei numeri magici, Descartes…Hegel…Leibniz.. Sarebbe interessante. È chiaro che non oserei mettermi fra loro…forse avrei anch’io un piccolissimo numero magico, qualche concetto creato in funzione di problemi.

Il mio unico merito, mi pare, è che per qualsiasi tipo di concetto che ho cercato di creare, posso dire a quale problema corrisponde. Altrimenti sarebbe solo del chiacchiericcio…

D – e per finire un’ultima domanda a cui tengo moltissimo. È un po’ provocatoria…nel ’68, in quegli anni o anche prima, quando tutti spiegavano Marx, tutti leggevano Reich, non c’era un po’ di provocazione da parte tua nel rivolgerti a Nietzsche che era un autore sospetto di fascismo, in quegli anni, e di parlare di Spinoza e del corpo, quando tutti ripetevano ossessivamente Reich?

La tua storia della filosofia non funzionava anche come una piccola provocazione?

GD – No, è molto legato a quello che abbiamo appena detto, è quasi la stessa domanda. Perché quello che cercavo, anche quello che cercavamo con Félix, era una specie di dimensione immanente dell’inconscio. Per esempio tutta la psicoanalisi è piena di elementi trascendenti: la legge, il padre, la madr…mentre un campo di immanenza, attraverso cui definire l’inconscio, qui Spinoza può forse andare più lontano di chiunque altro, forse anche di Nietzsche.

Non credo fosse una provocazione. Spinoza e Nietzsche in filosofia costituiscono forse la più grande liberazione del pensiero, come un esplosivo. E forse i concetti più insoliti, perché i loro erano problemi un po’ maledetti, non si osava porli. Senz’altro nell’epoca di Spinoza, ma anche in quella di Nietzsche, problemi che non si osa porre, sono quelli che si chiamano problemi scottanti…

D – allora passiamo avanti perché non vuoi dire di più…Siamo alla «I».

Allora «I» come «idea».

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28 Commenti

  1. SONO SICURO CHE QUESTO MIO COMMENTO RISCHIA DI ESSERE VALUTATO COME UN VOLO PINDARICO MAGARI ANCHE FUORI TEMA MA NON POSSO E NON VOGLIO ELUDERE LE MIE MODESTE CONCLUSIONI: VENDOLA IL”CIARLIERO”,BERSANI”L’IGNIFUGO” DISINNESCANO LA RIVOLTA DEI GELSOMINI CHE ABITA INDOMITA LE COSCIENZE DEI CITTADINI ITALIANI SOTTO L’EGIDA DEL TRADIMENTO SINDACALE DELLA CAMUSSO.

  2. sicuramente fuori tema ma nn c’è niente di male. pechè dici “rischia” di essere valutato come fuori tema? è oggettivamente fuori tema. volevi dire che rischi di essere criticato perché fuori tema. se è questo stai tranquillo ogni tanto si può fare. però questi passaggi logici che mancano, questi buchi nel pensiero spesso sono radicati e fanno tirare conclusioni che hanno solo l’apparenza della logica.

  3. SOTTOLINEO LA POSSIBILITA DI ANDARE FUORI TEMA PERCHE CREDO CHE OGNI VALUTAZIONE SOCIALE ECONOMICA E POLITICA NON PUO IN QUESTO PARTICOLARE MOMENTO ESULARE DAL CONTESTO

  4. Non so se rimango in argomento o no e premetto che quasi mai condivido quello che dice e scrive Severgnini. Tuttavia l’articolo citato, che tra l’altro mi era sfuggito, lo condivido in pieno. Paradossalmente affossare una ricorrenza così importante ce la farà ‘sentire’ di più. Vorrei però che tutte le cariche più importanti, a cominciare dal Presidente della Repubblica, senza promuovere ulteriori battibecchi ‘a mezzo stampa’ si limitassero a richiamare energicamente chi, con incarichi pubblici, neghi l’importanza di questa festa della Nazione. A cominciare da un presidente di provincia (e non ‘governatore’, carica ad oggi inesistente) che si permette di parlare di ‘minoranza di Italiani’ nel ‘suo’ territorio: gli italiani fino a prova contraria non saranno mai minoranza in territorio italiano e mi fa rabbia che nessuno l’abbia sottolineato. Proseguo con un ministro della Repubblica che, a braccetto con le organizzazioni di imprenditori, dice che è ‘assurdo’ fare festa perdendo un giorno lavorativo in un momento di grave crisi economica: intanto non si parla di festini ma di una ricorrenza che affonda le radici nella storia della ns. Nazione ed è, quindi, importante ricordarla precisando che non staremo semplicemente a casa a dormire dal lavoro quel giorno, ma poi un giorno di lavoro in meno non ci farà piombare in una nuova crisi economica, credo. Del resto, oggi si lavora anche il sabato e la domenica, per cui…

  5. Ciao Sabina, interessantissima quest’H. Questo è un vero filosofo, ma lo si sapeva. Come sempre il motivo di rilfessione mia nasce dal dibattito, per cui rispondo a te: “quali sono le cose tronfie?”

  6. Interessantissimo è dir poco. Molto molto interessante, sono sicuro che se lo iniziassi a leggere mi prenderebbe. È questo il pericolo. Attualmente posso permettirmi di leggerlo soltanto se mi trovassi su una Soyuz in circumnavigazione sulla Terra, con tutti i generi di conforto, e cioé cibo e acqua a sufficienza per un mese, un tre/4 personal trainer russe di livello pagate da Abramovich, così gli faccio anche il piacere di smaltire il denaro che avanza, con i loro alloggi autosufficienti, per tenermi in allenamento senza secondi scopi, ma proprio perché scopi principalmente; audiovisivi di qualità, un piccolo giardino in onore di Confucio senza libri , bastano le lettere dell’alfabeto di ‘sto filosofo… e vediamo un po’ che altro? niente tapis roulant o cyclette perché la ginnastica la fo’ già insieme alle russe… non vorrei dimenticare qualcosa, credo che può bastare; poi magari se c’è da aggiornare l’alfabeto mi faccio spedire un cargo e male che vada mi faccio trasferire alla stazione orbitante, sempre a spese di Abramovich che tanto quello che casso se ne fa di tutti ‘sti soldi?

  7. Lo vedi che dimenticavo qualcosa?
    Giuliano Ferrara ha detto che leggendo Kant viene la voglia di votare Berlsuconi. Voglio fare anche questo esperimento. Ma si badi che se riuscisse, esigo come Ulisse, che mi si tenga segregato sulla navicella sino a quando Berlusconi non lasci la politica.

  8. Secondo me la filosofia è ciò con cui tengono impegnato il cervello i colti che hanno poco da fare e troppo da mangiare; sostanzialmente è il gossip dei dotti, ma in talune situazioni scomode può essere un buon sistema per parlar d’altro e non affrontare un discorso ben più pressante e scomodo.
    Dunque, Sabina, visti gli ultimi avvenimenti che ti riguardano da vicino, non avresti qualcosa di più importante ed attuale da dirci?

  9. leggendo kant viene voglia di votare berlusconi? mai sentita cosa più ridicola. non ho mai visto un uso più inappropriato di un’opera. ferrara dovrebbe vergognarsi della sua ignoranza gretta, gretta (o si tratta di un furbacchione che usa a suo piacimento l’ignoranza altrui?).
    leggete kant, leggete.

  10. Non biasimate troppo Gilles Deleuze. Anche un grande filosofo è, prima di ogni altra cosa, un essere umano. Non ne abbiate soggezione. Accade a lui ciò che accade a tutti noi: a un certo punto arriva il momento di fare la hacca.

  11. ……….in tutti noi esiste mr Jekill…anche qui, si sceglie chi coltivare…..preferisco leggere sto’ francese che i brutti linguaggi tutti della pagina prima…..Totò era proprio una brutta persona…..attenzione ai travestiti……mi piace tutta la teoria del colore legata alla filosofia….leggo leggo leggo e cerco di curare l’anima. Grazie

  12. Bella l’idea di sintetizzare la storia della filosofia numericamente, assegnando i concetti chiave “creati” dai vari filosofi.
    Sarebbe un bell’esercizio da fare in gruppo, anche se rischia di non avere un moderatore pronto a tutto.

    Certo bisogna però guardarsi dal mettere la “storia della filosofia” come madre della filosofia stessa, lo sarà stata parzialmente per Aristotele, per Hegel o per GD stesso, ma non può essere considerata tale in modo esclusivo. La storia della filosofia non può che rispecchiare un proprio sistema di idee e importantissimo, ogni filosofo è anche un caso a sè, con un proprio sistema di concetti e una proria reinvenzione linguistica, indipendentemente dalla sotoria.

  13. Ogni filosofo è “perfetto” in sè o autonomo, non ha senso mettere sullo stesso piano i concetti di uno e dell’altro come se si trattasse di una garetta evolutiva del pensiero bignami. Quello che rappresenta (non “significa”) la parola “idea”, può relazionarsi e costituire un mondo a sè, che non dialoga con altri mondi di pensiero che utilizzano la stessa parola in tutt’altro modo.
    Anche la sintesi a concetti primari può essere un gioco pericoloso, perchè in un sistema filosofico i concetti non sono solo concetti ma fanno parte di un vero sistema di vita (se non altro) del pensiero.

  14. Uno sfottò che gira da anni nei licei definisce la filosofia come ‘quella cosa con la quale o senza la quale tutto rimane tale e quale.’
    Nel Teeteto, Platone racconta che il filosofo Talete, per contemplare le meraviglie del cielo, cadde in un pozzo.
    Voleva guardare il cielo e non vedeva neppure cosa c’era per terra.
    Platone è stato rappresentato da Raffaello con il dito verso l’alto, mentre indica l’iperuranio, regno delle cose trascendenti, delle idee.
    L’immagine è quella del filosofo come colui che riflette e contempla. Un po’ fuori dalle cose del mondo, che non avendo problemi impellenti e molte cose da fare, può trascorrere il suo tempo a pensare ‘chi siamo’, ‘da dove veniamo’ e ‘dove andiamo’.
    Molto interessante quindi la lettura che fa Deleuze del filosofo e della filosofia.
    Filosofia non già come contemplazione o riflessione su idee o concetti che vagano nel cielo, da rimirare come le stelle, ma come creazione di concetti, legati ad un problema concreto e contingente, e sviluppo del pensiero filosofico come ricerca della comprensione e della soluzione di questi problemi.
    La filosofia è astrazione quando dietro al concetto non c’è il problema.

  15. io un idea cè l’avrei,
    (calma, forse è un idea del cazzo)

    perchè non cerchiamo di capire tutti insieme che cazzo sta succedendo, hèèè?
    perchè io non cè la faccio, cioè io cè la potrei fare ma è il mio cervello che non cè la fa

    si pottrebe iniziare con questa roba:
    se qualcuno capisce cosa succede in questo filmato, si faccia avanti e spieghi grazie.

    http://www.youtube.com/watch?v=PzN-HX8p4_Y

    e se propio volete continuare con la filosofia perchè non iniziare con le filosofie divertenti, quelle toste 🙂
    Diogene! PIrrone! roba pericolosa per i loro denti
    al meno ci divertiamo un po, perchè io questa minestrina calduccina (che non si capisce sè è tiepita o tiepidina)
    del signor Dallas ma rotto il cazzo.

    (per avere un po di satira bisogna uccidere qualcuno?)

  16. Perché navi da guerra iraniane attraversano il canale di Suez e entrano nel Mediterraneo?
    E perché navi di guerra italiane verso la Libia?

  17. Il male seduce la giustizia…sedotta e abbandonata.. rea di essersi lasciata sedurre. Gheddafi fa bombardare..fa bombardare ..fa bombardare i manifestanti…e io sono complice..oltre 1000 morti …e io sono complice…1000 famiglie distrutte…e io sono complice 1000 bambini senza genitori e io sono complice.
    La diga del Vajon fece oltre 2000 morti con la complicità di tutti anche delle vittime. quando le nostre voci non riescono a passare il muro dell’omertà, della calunia della mezogna, siamo inevitabbilmente complici…la nostra alzata di mano non si è vista.

  18. …oltre mille morti….bombe a tripoli…..con mia madre stamane ho pianto….anche lei….la nostra casa……abbiamo avuto tutti in silenzio il pensiero nascosto di poterla rivedere…cosa è l’appartenenza ad una terra..cosa è il senso di patria….credo che il senso di patria si costruisce con la coscienza….l’appartenenza alla terra natia….e dna….sono in guerra dentro..sono bombardata dentro….misurata…leptis magna…la mia tripoli…i miei ricordi…che strana la vita.

  19. bella questa cosa che dici che dal suono che emettono le persone o dal suono della loro scrittura, si capiscono un sacco di cose
    dalla mia cosa si capisce?

    e ti è mai capitato che il suono della scrittura e quello della persona che scrive non coincidano?
    ogni tanto mi chiedo se faccio più bella figura a presentarmi con la voce o con lo scritto

  20. SCUSATE L’OT. Condivido con voi questa riflessione che ho fatto nei giorni scorsi. Sabina tu che ne pensi?
    — — —
    Ho il forte prurito, che il ruolo dell’Italia e dunque la sopravvivenza politica di Berlusconi dipenda, per vie più o meno oblique, dai risultati e dalla situazione che si creerà in Libia…
    un Berlusconi di colpo di nuovo “utile” a certi interessi potrebbe imprevedibilmente sopravvivere un altro annetto…ma non so in quale scenario sarebbe utile, francamente…o meglio come si sia modificato lo scenario precedente, per la precisione.

    La mia idea attuale, provvisoria, è :
    – che la rivolta tunisina sia scoppiata davvero autonomamente, per motivi economici e sociali. Vedremo il post-factum come si svolgerà..

    – Quella Egiziana, abbia avuto un po’ di incoraggiamento ma si sia sostanzialmente retta sulle sue gambe, almeno a livello di pubblica opinione (i Fratelli Mussulmani” sono una forza politico-sociale di opposizione diffusa ed molto organizzata, me lo diceva ancora nel 2005 il mio insegnante di arabo, egiziano.).

    Invece mi sembra molto plausibile che ci siano state interferenze diplomatiche e contatti con i vertici dell’esercito e dell’economia…che insomma a dadi ormai rotolanti alcuni clubs nazionali e internazionali abbiano interloquito e deciso che un “mutamento nella continuità” (copyright by gattopardo, eh..) avrebbe fatto comodo a tutti.
    E invece di lasciar inaridire la situazione (come era successo molte altre volte, anche se non lo sappiamo) si stato dato il colpetto finale…l’esercito di colpo diventa umanitario e “social”, il caro leader all’improvviso incapace di reagire ( e perchè di colpo uno che ha in mano il paese da 30 anni è incapace di reagire, secondo voi? A occhio, perchè lo menano per il naso dall’interno…notizie sbagliate o parziali o insufficienti, trasmissione scorretta o tardiva di ordini, consigli inadeguati etc etc.. A Saddam, lo ricordate?, furono gli USA a dire, ok vai pure, riprenditi il Quwait…)

    – Questo scossone Libico è iniziato in maniera talmente dubbia che, viene perfino il dubbio che le altre fossero solo per creare il palcoscenico e renderla plausibile. Non credo, però, che sia davvero successo così, ma piuttosto che nel momento in cui è partita quella tunisina, si siano di colpo arrapati tutti gli analisti CIA e Nato ed abbiano fatto due conti, al motto di (scusate l’ironia) “se non ora, quando?”. Gheddafi è una spina nel piede di USA e Israele da parecchio…

    Tenete anche conto che la Libia aveva un sistema nazional-sociale di sussidi e di lavoro, certo paternalistico ma in cui nessuno o pochi comunque vivevano in condizione di estrema povertà. Dunque situazione sociale certo NON esplosiva.

    Le notizie sui “diecimila morti” poi sono state rilanciate solo da un sito americano (One Day On Earth, se non mi sbaglio) creato a ottobre 2010…mmm…e rilanciate da el-arabyja e poi da tutti gli altri, senza altre fonti.

    (mmm…qualcuno di ricorda di come “i soldati iracheni strappavano i bambini dalle incubatrici per lasciarli morire sul pavimento freddo”? Anni dopo l’invasione, poi, si disse…oh beh, in effetti non è successo…scusate tanto! Anzi la presunta infermiera che testimoniò davanti alle Nazioni unite si scoprì essere la figlia dell’ambasciatore iracheno a New York, che aveva fatto sei mesi prima un corso di recitazione pagato dal Dipartimento di Stato. Tutto accertato.
    A volte l’arroganza del potere è tale da lasciare senza fiato per la semplice, incredibile certezza dell’impunità…certezza ben fondata, temo.)

    comunque, per tornare alla Libia, abbiamo:

    Gruppi di commandos “popolari” che sconfiggono la polizia e i paramilitari governativi? mmm….
    E queste cacchio di armi, da dove vengono? E voi, popolo incacchiato, ci stareste all’aperto sotto i bombardamenti? mmm….
    E tu, caro leader incartapecorito ma non stupido, manderesti l’AVIAZIONE, contro dei civili in rivolta, se non sapessi di più di ciò che sta accadendo? mmm….

    Rivoltanti x la democrazia che attaccano e fanno saltare le infrastrutture…che si muovono da una città all’altra, compatti ed efficaci?
    cacchio, nelle madrasse insegnano tattica e strategia, eh? Non sentite come suona falso?

    Ultimo frame geopolitico:
    La Cina è ben assestata nel “corno d’africa”, se non lo sapete. Negli ultimi anni ha investito CENTINAIA di miliardi di dollari nei governi della regione, e si è assicurata risorse fondamentali che fino a 10 anni fa gli USA consideravano come proprie per scomparsa degli avversari….se leggete così la vicenda del Darfur, è molto più comprensibile! E le risorse in questione non sono tanto il petrolio, vi stupirete, ma soprattutto GRANO e metalli rari, tipo l’uranio ed altro…

    Volete vedere che stiamo di nuovo vivendo un momento come a inizio Novecento, con il colonialismo più spinto, lo scacchiere mondiale delle risorse e la grande “corsa all’africa?
    (Ricordate cosa è successo dopo?)

  21. O.T.

    B. prova ad ottenere l’assoluzione papale in tre mosse:

    – ripresentazione del disegno di legge sul testamento biologico
    – no all’equiparazione unione gay con matrimonio cristiano e no all’adozione da parte di gay
    – la scuola pubblica non educa, inculca nei ragazzi valori lontani da quelli delle loro famiglie

    Bagnasco risponde a stretto giro sul Giornale: “i cattolici devono trovare la loro unità in un insieme di valori, il cui tronco principale attiene ai temi della vita, della famiglia e della libertà di educazione.”

    E il papa? Tuona contro l’aborto.
    “Silvi, ego te absolvo a peccatis tuis in nomine patris el Filii et Spiritus Sancti.”

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