il secondo giorno (terza p.)
POSTATO IL 29 giugno 2010
È la prima sveglia a Bueno Aires e me la prendo comoda. Sotto la porta trovo una stampata delle notizie dall’Italia. Sono gentili e ben organizzati. Scopro che nel bar dell’albergo hanno il mate e finalmente lo bevo. È amarissimo. Mi piace. Hanno anche il loro adorato dulce de leche. Una mhù squagliata. Dolcissimo. bleah. Loro lo mettono dappertutto, lo spalmano sul pane e lo mettono nelle torte al posto della crema o della marmellata. A loro sembra una fortuna avere el dulce de leche.
Faccio tutto con calma e mi torna l’ansia. Sono già le undici qui e alle cinque è buio. Cosa vedere e a cosa rinunciare? E i pensieri retorici sul viaggiare: non è in questo che consiste il viaggio? Nel decidere cosa portare e cosa lasciare?
Non ne posso più di queste idiozie che mi circolano in testa. Dov’è l’Ipod? L’unica medicina sono le cuffie. A proposito devo far scaricare la batteria del tutto perché è nuovo. Idem col cellulare. Il computer invece lo devo mettere in carica.
Forse il viaggio non è iniziato. Forse ci vuole ancora un po’ di pazienza prima di lasciarsi andare. Forse ero davvero stanca. Ma forse no. Forse sarebbe stato meglio continuare a lavorare. Avevo appena scritto una nuova storia e mi stavo divertendo. Che è questa usanza di staccare? Abitudini farlocche di postmoderni senza midollo destinati all’estinzione e ben ci sta. Quando mai l’umanità ha avuto questo problema di riposarsi così forte come ce lo abbiamo noi? E hanno sempre lavorato tutti più di noi. E cos’è questo mito cretino del viaggio?
Presto le cuffie. Ci vuole tanta pazienza. Ogni scoria deve scivolare via. C’è un motivo serissimo per cui sono qui. Non è banalmente riposarsi. E non c’è bisogno che me lo ripeta ogni due passi. Sono a Buenos Aires ma non sono venuta per vedere Bunos Aires. Certo già che ci sono la vedo, ma vedo quello che posso. Ci tornerò.
Mi informo sul museo della memoria ex palazzo delle torture quello credo in cui aveva un ufficio licio gelli (l’ho letto su Patria di deaglio). Il museo è prenotato fino al mese prossimo.
Vado alla birreria dove si incontravano i nazi, ma è chiusa per restauro.
Rimane il posto che avevo più voglia di vedere: la discarica che si è trasformata in riserva naturale da sola. C’erano i detriti delle case demolite e banale immondizia. Dopo un po’ sono cresciute le piante di varissima specie spontaneamente e sono arrivati gli uccelli di varissima specie, ce ne sono 300 tipi ora. È una striscia di terra selvaggia lunghissima ben tutelata piazzata di fronte ai grattacieli. Sono paludi dove volano pappagalli verde smeraldo e creature che per legge non potrebbero volare: delle specie di lattine di birra con le zampe di fil di ferro, marroni per giunta. Però volano. Quando sei nel parco vedi una distesa di erba rada e poi cespugli e soprattutto lunghissimi steli con delle specie di enormi spighe bianche morbide buone per i cappelli delle ballerine dei varietà ad alto budget. Attraverso questi cespugli gli specchi dei grattacieli riflettono il sole. E questo sogno, questa suggestione chiude in bellezza sul Rio de la Plata che tocca la spiaggia di sassetti con onde leggerissme. Ci sono molte panchine, su una c’è seduta un’india; sugli scogli due si baciano; un signore molto tarchiato che veste tessuti tecnici, fronteggia l’orizzonte con le mani sui fianchi ansimando.
Il rumore dei miei passi sul sentiero di sabbia mi ha calmato quasi subito. Lo sapevo. Non sono partita per stare in città. Le città sono tutte uguali più o meno. E cammino ancora e ancora fino al tramonto, allora trovo la scritta uscita ed esco. Sono di nuovo le cinque e le strade sono pienissime di gente. Torno a piedi a Plaza de Mayo. Cerco un negozio equo e solidale per comprare un poncho. Non lo trovo e non insisto, perché dovrei comprarmi un poncho? Da ragazzina alle medie giravo solo col poncho peruviano. E con questo? Abbandonato il poncho un’altra idea è maturata con una forza inaspettata: andare a teatro. Subito. Già l’ho detto in questa città ci sono innumerevoli teatri. Mi avvio verso la avenida corriente dove ce n’è uno ogni tre metri e d’angolo vedo una libreria. Bellissima. Vecchissima. C’è un cartello che dice che è una specie di monumento storico. Prima di me c’è un signore che vuole sapere quanto costa una enciclopedia antica. Vanno a controllare. La mente vola a dell’utri. Quando arriva sta sentenza?
Al mio turno chiedo il libro di Feinmann, il Timote. Il libraio è molto contento di darmelo. Dice che questo genere di libri che romanzano eventi storici sono i suoi preferiti. Dice il il libro è molto ben documentato ma alleggerisce le informazioni con dialoghi pure basati su ricostruzioni affidabili. Mi fa un esempio: – Hai visto fernando? – Fernando chi? – Fernando quello cicciotto non doveva passare sta sera? E così via. Mi chiede se ho capito cosa intende.
Dico certo con i dialoghi è molto più piacevole seguire una storia. Gli faccio i complimenti per la libreria, lui si lamenta che fanno fatica a sopravvivere. Gli dico che si consoli, in italia di librerie non ce ne sono quasi più.
En la avenida corriente, mi fermo in una struttura che sembra pubblica, lo capisco perché somiglia a delle strutture culturali multi uso che ci sono a Londra. Questa è più rottina certo ma il senso è quello. Chiedo un consiglio su cosa vedere a teatro e mi indirizzano verso una mutisala di teatri. Passi il macdonald e c’è una galleria. c’è un corridoio con tanti manifesti e una biglietteria con tante porte. Dico alla ragazza dietro il vetro che mi hanno detto che c’è una piece con dei bravi attori che ora non mi ricordo già più come si chiamano. Lei dice: forse figli di un dio selvaggio? Dico sì facciamo questa. Prendo i biglietti e mi accorgo che il corridoio si apre su una piccola città di legno che contiene una decina di teatri e di club per il cabaret con annessi bar, ristoranti e negozi di libri e di dischi. Entro nel negozio di dischi pure sfasciatissimo ma pieno di dischi e chiedo se hanno qualcosa di Luca Prodan. Non hanno i cd di lui da solista ma quelli col gruppo rock, i sumo. Prendo quello. Nell’ingresso distribuiscono dei coktail di cocacola e fernet.
Il teatro è a forma di anfiteatro, la scenografia in basso è pulita e moderna, fatta con poco, ma efficace. Una casa borghese x di persone che hanno un po’ di cultura e un po’ di soldi.
La moquette del teatro è grigia e un po’ rottina. Sulle pareti piloncini di cemento fatti per migliorare l’acustica non bellissimi ma utili. È un giorno feriale ed è quasi pieno.distribuiscono un programma di sala con tante pagine e foto e mi viene in mente che da noi questa spesa è stata da tempo tagliata quasi ovunque. Leggo che la commedia è di una scrittrice mezza iraniana parigina che ha già scritto tante opere e io non l’ho mai sentita nominare. Questa commedia è stata rappresentata in Francia con isabelle hupert nel cast e considero che da noi pure questo non succede, che si rappresentino testi contemporanei e comincio a fare le solite considerazioni sul nostro livello di sviluppo. Comincia lo spettacolo ed un ottimo spettacolo. Gli attori manco a dirlo recitano benissimo, ognuno con la sua personalità, sono creativi, vivaci, attraenti. Il testo è intelligente, fa ridere, è abbastanza profondo non troppo ma abbastanza per essere una commedia. E sono entrata in un teatro qualsiasi a vedere una cosa che mi ha consigliato il primo che ho incontrato. Italia Argentina 20 a zero e qui siamo nel terzo mondo sul serio, non c’è niente da ridere.
Ma perché non ci mettiamo tutti a fare le cose? Aprire teatri, posti, riunirsi, organizzare, leggere scrivere mettere in scena filmare? Perché siamo tutti così pigri, chiusi, prudenti, invidiosi intrallazzoni, saputoni e morti? Ad ogni modo non ho nessuna voglia di pensarci, per me sono di nuovo le quattro di mattina, sono cotta, prendo un taxi e torno in albergo. Racconto al tassista della bella impressione che mi ha fatto lo spettacolo e lui dice che nell’avenida corriente ci sono le cose più commerciale e che dice, fai bene attenzione, le cose commerciali, non necessariamente sono le migliori. Rispondo che sono d’accordo. Non necessariamente. Siamo praticamente arrivati si gira e mi fa: ma a la Viruta ci sei già stata? Dico, che? – - – La viruta! È uno dei posti dove si balla il tango più autentici, ci devi andare se parti domani.
- ma io non ballo il tango
- non fa niente, lì te lo insegnano sono bravissimi
- si ma guarda come sono vestita, ho pure sonno, non sono capace.
- sei vestita benissimo sali in camera ti dai una lavata alla faccia giri l’angolo ed entri. Non la puoi perdere.
Salgo in camera titubante. Se me ne fregassi e crollassi nel letto avrei molti rimpianti? Mi immagino la scena. Entro. Tutti ballano. Io non so che fare. Guardo. Bevo una birra. Mi chiedono di ballare. Rispondo che non sono capace, dicono ti insegno e segue una oretta di sofferenza con uno che ti dice, si, no, non guardarti i piedi, gira ecc. non mi va. Ma vado. Mi metto i tacchi. Mi tengo i jeans ma con i tacchi. E va tutto come previsto. Mi prendo una birra, li guardo ballare. Mi stupisce che alcune coppie sembra che stiano facendo tai chi. Si muovono lentissimi, con gli occhi socchiusi. Il locale è molto accogliente. Grande semplice. Ai bordi tavoli e sedie con grandi tovaglie gialline, nessuna decorazione. Un locale pratico dove si fa pratica.
- vuoi ballare?
- non so ballare il tango.
- Non fa niente ti insegno.
- non ho mai ballato il tango, ti conviene provare con qualcun’altra, ti rovino la serata.
- è molto facile ti insegno.
Così doveva andare. Mi alzo e cominciamo. Io mi devo limitare a seguire l’uomo. Ottimo. Perfetto. Poi si cammina con la musica, è facile. Mi insegna l’otto. Otto diagonale, avanti e indietro. È facile. — Ma come faccio a sapere quando vuoi che faccia l’otto e in che direzione?
- Devi tenere un buon contatto con la mia mano.
Mi fa sentire che con la giusta pressione sulla sua mano e sulla sua spalla si forma un cerchio. Lui muove il cerchio avanti indietro ecc. e tu sei nel cerchi e lo segui. Molto bene. Davvero non hai mai ballato? No, Mai.
- Ma balli la milonga?
- No. La miloga? No.
Ogni volta che finisce la musica dice, adesso riposati un pochino. Passano quattro secondi e ricomincia. Ma si può fare. Non ci starei le ore come fanno loro forse, ma non è male. Mi sto divertendo in realtà. Quando sono passate un paio di orette e abbiamo bevuto un’altra birra e parlato un po’ con i suoi amici al tavolo, decido che posso andare. Spiego che per me sono le sei di mattina, che devo prendere un aereo e li convinco. Torno in albergo molto contenta. Ho fatto bene ad andare. Ho imparato a ballare il tango penso. E sono molto contenta. Mi metto a letto ed inizio il libro di Feinmann, il Timote.
“Ese es Fernando Abal Medina, el montonero que matò Aramburu. Ahora lo van a matar a el. Nuestro relato no es éste, sino el otro. El relato en que Fernando lo mata a Aramburo, lejos, en Timote, insignificante pueblo de la desmedida provincia de Buenos Aires…”












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