The Wrestler

AUTORE: Redazione
POSTATO IL 12 marzo 2009

The Wrestler

Un lottatore di wrestling famoso negli anni ’80 con il nome di The Ram, vive oggi in una roulotte in affitto, nella provincia americana. Continua a fare esibizioni di basso profilo in provincia, dei mesti revival che richiedono comunque un allenamento sfiancante e l’uso di sostanze dopanti per mantenere il fisico del ruolo. Una figura grottesca, marginale, che sopravvive negli interstizi di un’America che non di rado il cinema sa mostrare; la si è vista, tanto per dire, in “Bubble” di Soderbergh o in “Soldi sporchi” di Raimi.

La struttura narrativa è precisamente quella di un viaggio dell’eroe, nella sua versione tragica (il destino di questo eroe è ineluttabile), ma rovesciata rispetto alle consuetudini del mito: di solito si tratta di un personaggio che da un mondo ordinario è richiamato all’avventura in un mondo straordinario, in cui si svolge quel rito iniziatico che lo restituisce al mondo ordinario con un potere magico-salvifico. In “The Wrestler” il mondo ordinario del protagonista ha invece poco a che fare con la dimensione del cittadino comune: è una dimensione segnata proprio dall’incapacità, dall’impossibilità di vivere una vita normale. Anche somaticamente, The Ram è fuori taglia per l’orizzonte umano; mentre si trova a suo agio fra i suoi simili, i lottatori di questo circuito di eventi a basso costo e a basso profitto. Dopo l’incidente che lo priva della possibilità di lottare, l’eroe deve per forza fare l’esperienza della vita normale, e ce la mette davvero tutta: accetta un lavoro al bancone di un supermercato, si rimette in gioco come padre, tenta di trasformare la simpatia di lunga data con una spogliarellista in una relazione sentimentale. Però, questa dimensione “normale”, per lui straordinaria, non lo accetta e non lo contiene: pertanto, nel terzo atto del film, si racconta del suo ritorno suicida al wrestling.

Il maggior pregio del film è la neutralizzazione di qualsiasi metafora, in cui il povero lottatore sta per qualcos’altro; e questo pregio non arriva certo da una sceneggiatura che tenta di metterci il simbolismo per vie traverse (la metafora cristologica è esplicita, quella politica del tipo “il gigante americano in ginocchio” è sempre in agguato). La neutralizzazione, e il collocarsi del racconto in una dimensione autenticamente ontologica, è operata da Mickey Rourke, attore la cui vicenda umana e professionale somiglia in qualche modo a quella del personaggio che interpreta: divo negli anni ’80, e poi caduto tante, troppe volte in disgrazia.

Qui Rourke aderisce al personaggio in modo tanto netto da risultare quasi doloroso, come fosse un non-attore di Tod Browning, un “freak”, un mostro da baraccone: e se il punto di forza è l’adesione, risulta invece difficile individuare dei momenti più intensi o esemplari di altri in questa performance perfetta; forse la meticolosità della preparazione alla lotta, quando inserisce sapientemente la lametta nella protezione del braccio; o il colpo di teatro con cui risolve il secondo plot point, quando decide di mandare all’aria la vita da commesso, e comincia a sbraitare contro i clienti, spaventando quelle brave persone con una maschera di sangue.

Non tutti i comprimari sono all’altezza di Rourke, che è chiedere l’impossibile; il personaggio della spogliarellista, che Marisa Tomei tutto sommato riesce a “trovare” fisicamente, è però scritto davvero male, e sembra parlare un linguaggio non suo, fatto di imbeccate di sceneggiatura; il personaggio della figlia, invece, funziona poco a causa di un casting poco accorto, che assegna a Rourke una implausibile Evan Rachel Wood che pare uscita da un teen drama senza pretese.

Resta da dire che “The Wrestler” è fotografato in cinemascope da Maryse Alberti, che punta sulla camera a mano e su una luce “documentaristica”, spesso fredda e crepuscolare, in perfetta sintonia con il tono da elegia funebre proprio dell’intero film. A un analogo principio di parsimonia e di discrezione si ispira la partitura musicale di Clint Mansell, che interviene il minimo indispensabile in un campo sonoro rarefatto che sarà saturato soltanto sui titoli di coda dal brano eponimo di Bruce Springsteen. Anche la regia dell’ex-enfant prodige Aronofsky è, una volta tanto, misurata ed efficace: è la prova che quando si ha a disposizione una storia ben congegnata e un attore in stato di grazia, persino un autore solitamente pedante e molesto può firmare un bel film.