Palula!
POSTATO IL 29 June 2008
Per farvela breve viste le proteste di lunghezza dei non-leggenti, la mattina siamo partiti neanche troppo presto, il sole era già alto e il cane soffriva abbastanza il caldo e ha cominciato pure a zoppicare, per cui ci siamo fermati più volte. La meta è Palula un rancho di un miliardario che si spera possa aiutare a bloccare il proggetto del museo che deturperebbe il deserto.
Dopo mez’ora di cammino Pancho vede Palula, un puntino bianco dice sul cierro là in fondo. la vedo? no. ma io sono cittadina sono cieca. - segui il mio dito vedi quella collina non quella a punta, quella più piatta? no. - tu jesusa la vedi? - si eccola quella.
Benissimo. Ora che l’ha vista Pancho è molto più tranquillo. In tre ore arriviamo. ci aspettano per le sei possiamo prendercela comoda.
durante le fermate Pancho e Jesusa hanno fatto un’altra scultura, io mi sono astenuta. Ho sperimentato la siesta col sombrero sulla faccia per ripararsi dal sole per scoprire che le sue pagliuzze pizzicano.
Ci avevano detto che Palula era a tre ore di cammino, dopo due ore io e Jesusa eravamo abbastanza stremate dal peso degli zaini e dal sole.
Un uomo a cavallo addetto al bestiame ci ha chiesto che facevamo lì e ha caricato le borse fino al pozzo che stavamo cercando. Mi colpisce il modo di parlare di Miguel, sembra che beli o che muggisca ma in modo così buffo che quasi scoppio a ridere ogni volta che apre bocca. sarà il sole.
L’acqua del pozzo è fre-schi- s-ssi-ma! è un miraggio questo pozzo e in una delle vasche mi rilavo i piedi spinosi. lo smalto rosso è sempre impeccabile e luccica che è una meraviglia. la pelle è secca come non l’ho mai sentita, la polvere sottile è entrata il tutti i pori. mi guardo i polpacci, dico soy bastante susia (zusia, sucia?).
Quando sei lì si fanno queste cose: riempire il sombrero d’acqua e rovesciartelo in testa. lo fai. è un ottimo gesto finché c’è acqua.
pensare, una buona birra fresca per sciacquarsi le budella, lo pensi. sono pensieri che si fanno.
Pancho ha costretto chocolate a stare con tutte e quattro le zampe nell’abbeveratoio. Lui a un certo punto comincia a tremare e vuole uscire ma pancho non glie lo permette e quando si alza lascia a me il compito di bloccarlo. lo ha controllato mille volte, la zampa non è rotta, spine non ce ne sono. non si capisce perché zoppichi.
Miguel ci dice che ci sono almeno altre tre ore di cammino e che il sentiero e pa’ lla e si riconosce perché fa un po’ così poi cosà.
Pancho non sembra sicurissimo ma partiamo.
scif scif scif sciaf, scif scif scif sciaciaff. mi martella lo schiaccio dei mie passi sul secco fatto ogni tanto di sassetti ogni tanto di spine secche. sposta il ramo. attenzione. guarda che bello! basta camminiamo! sciff sciff scciff sciaf. non sento tanto peso ma il sole mi sta instupidendo. bevo spesso. mi bagno la bocca. altre tre ore? va benissimo, un passo dietro l’atro. mi corriggo: dopo l’altro. una mucca chiara, solitaria si fema a gardarmi. fotografo lei che mi fissa e poi me che fisso lei. Il mio sguardo modestamente è bovino che nessuno può dirmi non è abbastanza bovino.
arriviamo a una strada bianca abbastanza larga.
Camminiamo camminiamo finché non inizia una lunga salita. Pancho dice che alla fine della salita si vedrà Palula. E’ tostissimo camminare in salita con gli zaini sotto il sole e il passo non è più tanto pimpante. a volte vacillo ma con piacere, è un cambio di ritmo. un lasciarsi andare a un nuovo equilibrio per riprendere il vecchio serenamente, morbidamente.
i pensieri hanno un ritmo pure loro morbido. Io non faccio caso a loro né loro a me. Li ascolto senza giudicare mentre rotolano e ballano da una parte all’altra senza meta. considerazioni sul nord e il sud del mondo, sulla civiltà del marketing contrapposta a quella umanistica, sullo spettacolo che devo scrivere, i film che devo fare, sulle strategie di resistenza . disobbedienza civile, questa è la chiave. sono così lontana. niente è impegnativo. nessuna forma di ansia. io resterò sempre qui. finché sono qui non può succedere niente di male. finisce la salita e ce nè un’altra. Palula non si vede. camminiamo ancora. ogni tanto ci fermiamo io e jesusa tre minuti. pancho è sempre molto avanti a noi. riprendiamo, una discesa, poi un’altra salita. basta con le salite. sono aperta a tutto tranne alle salite. il sole è sempre molto forte.
Pancho torna indietro per dirci che dopo questa salita si scende giù per la collina e siamo arrivati. jesusa protesta. sei sicuro? Non se ne può più è troppo pesante questa camminata.
Percepisco nervosismo. Comincio a ventilarle l’ipotesi che Pancho non sappia dove stiamo andando e che è meglio farsene una ragione. Vediamo cosa succede dopo la salita.
sali sali sali altri passi altri pensieri e ancora e acora che sono sempre più dure ste salite. guardo sempre in terra, quando alzo la testa per vedere quanto manca non è confortante. allora guardo subito indietro per dirmi: be’ però guarda quanta strada è stata già fatta! e in effetti alle mie spalle si perde all’orizzonte l’inizio della strada. ma non mi prendo in giro, mi rivolgo a me stessa come se fossi una bambina idiota o un’elettrice. "guarda che brava, quanta strada hai fatto! ma vaffanculo e cammina".
Finisce la salita e la strada continua in pianura, poi un po’ in discesa e poi ancora un po’ in salita. jesusa non ne può più. comincia a dire: dovevamo dire all’uomo col cavallo, ti diamo un po’ di soldi ma accompagnaci. nemmeno ieri avremmo dovuto muoverci dal posto dov’è scoppiata la tormenta. quel posto ci chiamava, ci tratteneva. io non la faccio al ritorno, prendamo una macchina non so come non me ne importa niente.
siamo sedute sul ciglio della strada. pancho arriva col cane senza zaino. prende le nostre borse e dichiara d’essersi perso. questa strada non va a Palula. Adesso noi ci fermiamo a un crocicchio vicino al filo spinato dove ha lasciato le sue cose. ci lascia l’acqua, ci lascia il cane e i bagagli e va avanti a cercare una macchina per venirci a prendere.
va bene.
si raccomanda di tenere d’occhio il cane perché se vede una lepre o un altro animale gli core dietro e non lo troviamo più. si prende un pezzo di cioccolata, una bottiglietta d’acqua e dice: questo è il coltello. in terra c’è un coltellaccio di trenta centimetri.
ha perso il guinzaglio di ciocolate da qualche parte nella strada quando si è fermato per farlo bere. fa un nuovo guinzaglio con la cinghia della borraccia.
mi raccomanda ancora il cane, è tutto quello che vi chiedo. ci vediamo tra un po’. abbandona la strada si infila sotto il filo spinato e si avvia a passo veloce nella savana.
dopo esserci riposate un pochino, tranquillzzo jesusa che subito si riprende e comincia a sistemare le pietre per il fuoco. il sole sta calando finalmente. provo a prendere un po’ di legna ma con chocolate è difficile. è molto triste per l’abbandono, ulula e scalpita e mi dimostra che può levarsi il collare come e quando gli pare.
lo convinco a sedersi e a stare tranquillo gli offro metà del mio sacco a pelo per sdraiarsi. cibo non ne vuole ma si calma.
leghiamo il guinzaglio a un paletto. voglio provare a vedere se trovo il guinzaglio e torno indietro. dopo cento metri già mi è passata la voglia. vedo un piccolo camaleonte. piacciono molto a jesusa che ha provato a prenderli più volte. mi avvicino lentamente e mi fermo. lui si accoge di me e prende il colore delle pietre dove è scappato. socchiude gli occhi. mi sembra che sia in una specie di trance e infatti si fa prendere immobile. lo porto a jesusa che è tutta contenta.
foto al camaleonte. lo rimettiamo in terra ma non scappa più. resta con noi. che amorino.
insomma apettiamo aspettiamo e si fa notte. dico a jesusa che può darsi che il rancho sia molto lontano e può darsi che dobbiamo dormire lì. lei dice no, pancho tornerà.
io mi sdraio vicino a chocolate che nel frattempo si è mangiato il guinzaglio e mi rilasso davanti al fuoco.
E poi è finita bene perché dopo un paio d’ore in lontananza si sono visti i fari di una macchina che si avvicinavano. poi si sono fermati, la strada non era collegata a quella della macchina. ci hanno raggiunto a piedi pancho e due uomini del rancho. ci hanno detto che stavamo in un posto molto pericoloso pieno di coyote. pazienza è passato. è durato tantissimo il viaggio fino al rancho. nel frattempo è sorta la luna rossa ed è stata rossa un bel po’. ci ha messo un’ora a sbiancarsi. sul retro della camionetta ho potuto ammirare le palme-cactus che illuminate dalla luna assumono forme di scene di festa per lo più. maggiordomi che guidano carri alati, scolari con le gambe lunghe che si affacciano su un pontile, brindisi fra elefanti e pali della luce. è inarrivabile la loro fantasia compositiva. i cactus hanno questo paese in mano, lo mandano avanti loro.
quando il miliardario ci accoglie io sono cotta. ho freddo per reazione al caldo della giornata. ci offre una splendida cena all’aperto ma mi devo avvolgere in una coperta e non mi basta. lui parla pure buffo, come mangiandosi le parole dando tutto per scontato, una forma di snobbismo. molto contento di sè, non si è mai spostao, ha un servo fedelissimo che tratta quasi alla pari scienziato di mucche e un amico vetrinario. ha tanta terra e si può permettere il pascolo a rotazione con un sistema di cancelli che aprono e chiudono i settori dove le mucche possono andare per dare modo alla vegetazione di ricrescere. nonostante l’acqua non ci sia le sue mucche sono grasse a differenza di quelle dei dintorni. e non le mangia. le bistecche che ci offre vengono da mucche altrui.
mi addormento seduta dopo poco. riesco ad alzare la testa ogni tot e a cercare di prendere parte alla conversazione, battaglia persa. capisco che parlano dell’operazione sculture nel deserto, che vorrebbero imporre solo sculture naturali fatte cercando di mettere in equilibrio una sull’altra pietre di basalto. il miliardario non sembra colpito dall’idea e ne propone altre sue. io ho perso il controllo e dormo.












Tag:




