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Palula!

AUTORE: sabinaguzzanti
POSTATO IL 29 giugno 2008

Per farvela breve viste le proteste di lunghezza dei non-leggenti, la mattina siamo partiti neanche troppo presto, il sole era già alto e il cane soffriva abbastanza il caldo e ha cominciato pure a zoppicare, per cui ci siamo fermati più volte. La meta è Palula un rancho di un miliardario che si spera possa aiutare a bloccare il proggetto del museo che deturperebbe il deserto.

Dopo mez’ora di cammino Pancho vede Palula, un puntino bianco dice sul cierro là in fondo. la vedo? no. ma io sono cittadina sono cieca. – segui il mio dito vedi quella collina non quella a punta, quella più piatta? no. – tu jesusa la vedi? – si eccola quella.

Benissimo. Ora che l’ha vista Pancho è molto più tranquillo. In tre ore arriviamo. ci aspettano per le sei possiamo prendercela comoda.

durante le fermate Pancho e Jesusa hanno fatto un’altra scultura, io mi sono astenuta. Ho sperimentato la siesta col sombrero sulla faccia per ripararsi dal sole per scoprire che le sue pagliuzze pizzicano.

Ci avevano detto che Palula era a tre ore di cammino, dopo due ore io e Jesusa eravamo abbastanza stremate dal peso degli zaini e dal sole.

Un uomo a cavallo addetto al bestiame ci ha chiesto che facevamo lì e ha caricato le borse fino al pozzo che stavamo cercando. Mi colpisce il modo di parlare di Miguel, sembra che beli o che muggisca ma in modo così buffo che quasi scoppio a ridere ogni volta che apre bocca. sarà il sole.

L’acqua del pozzo è fre-schi- s-ssi-ma! è un miraggio questo pozzo e in una delle vasche mi rilavo i piedi spinosi. lo smalto rosso è sempre impeccabile e luccica che è una meraviglia. la pelle è secca come non l’ho mai sentita, la polvere sottile è entrata il tutti i pori. mi guardo i polpacci, dico soy bastante susia (zusia, sucia?).

Quando sei lì si fanno queste cose: riempire il sombrero d’acqua e rovesciartelo in testa. lo fai. è un ottimo gesto finché c’è acqua.

pensare, una buona birra fresca per sciacquarsi le budella, lo pensi. sono pensieri che si fanno.

Pancho ha costretto chocolate a stare con tutte e quattro le zampe nell’abbeveratoio. Lui a un certo punto comincia a tremare e vuole uscire ma pancho non glie lo permette e quando si alza lascia a me il compito di bloccarlo. lo ha controllato mille volte, la zampa non è rotta, spine non ce ne sono. non si capisce perché zoppichi.

Miguel ci dice che ci sono almeno altre tre ore di cammino e che il sentiero e pa’ lla e si riconosce perché fa un po’ così poi cosà.

Pancho non sembra sicurissimo ma partiamo.

scif scif scif sciaf, scif scif scif sciaciaff. mi martella lo schiaccio dei mie passi sul secco fatto ogni tanto di sassetti ogni tanto di spine secche. sposta il ramo. attenzione. guarda che bello! basta camminiamo! sciff sciff scciff sciaf. non sento tanto peso ma il sole mi sta instupidendo. bevo spesso. mi bagno la bocca. altre tre ore? va benissimo, un passo dietro l’atro. mi corriggo: dopo l’altro. una mucca chiara, solitaria si fema a gardarmi. fotografo lei che mi fissa e poi me che fisso lei. Il mio sguardo modestamente è bovino che nessuno può dirmi non è abbastanza bovino.

arriviamo a una strada bianca abbastanza larga.

Camminiamo camminiamo finché non inizia una lunga salita. Pancho dice che alla fine della salita si vedrà Palula. E’ tostissimo camminare in salita con gli zaini sotto il sole e il passo non è più tanto pimpante. a volte vacillo ma con piacere, è un cambio di ritmo. un lasciarsi andare a un nuovo equilibrio per riprendere il vecchio serenamente, morbidamente.

i pensieri hanno un ritmo pure loro morbido. Io non faccio caso a loro né loro a me. Li ascolto senza giudicare mentre rotolano e ballano da una parte all’altra senza meta. considerazioni sul nord e il sud del mondo, sulla civiltà del marketing contrapposta a quella umanistica, sullo spettacolo che devo scrivere, i film che devo fare, sulle strategie di resistenza . disobbedienza civile, questa è la chiave. sono così lontana. niente è impegnativo. nessuna forma di ansia. io resterò sempre qui. finché sono qui non può succedere niente di male. finisce la salita e ce nè un’altra. Palula non si vede. camminiamo ancora. ogni tanto ci fermiamo io e jesusa tre minuti. pancho è sempre molto avanti a noi. riprendiamo, una discesa, poi un’altra salita. basta con le salite. sono aperta a tutto tranne alle salite. il sole è sempre molto forte.

Pancho torna indietro per dirci che dopo questa salita si scende giù per la collina e siamo arrivati. jesusa protesta. sei sicuro? Non se ne può più è troppo pesante questa camminata.

Percepisco nervosismo. Comincio a ventilarle l’ipotesi che Pancho non sappia dove stiamo andando e che è meglio farsene una ragione. Vediamo cosa succede dopo la salita.

sali sali sali altri passi altri pensieri e ancora e acora che sono sempre più dure ste salite. guardo sempre in terra, quando alzo la testa per vedere quanto manca non è confortante. allora guardo subito indietro per dirmi: be’ però guarda quanta strada è stata già fatta! e in effetti alle mie spalle si perde all’orizzonte l’inizio della strada. ma non mi prendo in giro, mi rivolgo a me stessa come se fossi una bambina idiota o un’elettrice. "guarda che brava, quanta strada hai fatto! ma vaffanculo e cammina".

Finisce la salita e la strada continua in pianura, poi un po’ in discesa e poi ancora un po’ in salita. jesusa non ne può più. comincia a dire: dovevamo dire all’uomo col cavallo, ti diamo un po’ di soldi ma accompagnaci. nemmeno ieri avremmo dovuto muoverci dal posto dov’è scoppiata la tormenta. quel posto ci chiamava, ci tratteneva. io non la faccio al ritorno, prendamo una macchina non so come non me ne importa niente.

siamo sedute sul ciglio della strada. pancho arriva col cane senza zaino. prende le nostre borse e dichiara d’essersi perso. questa strada non va a Palula. Adesso noi ci fermiamo a un crocicchio vicino al filo spinato dove ha lasciato le sue cose. ci lascia l’acqua, ci lascia il cane e i bagagli e va avanti a cercare una macchina per venirci a prendere.

va bene.

si raccomanda di tenere d’occhio il cane perché se vede una lepre o un altro animale gli core dietro e non lo troviamo più. si prende un pezzo di cioccolata, una bottiglietta d’acqua e dice: questo è il coltello. in terra c’è un coltellaccio di trenta centimetri.

ha perso il guinzaglio di ciocolate da qualche parte nella strada quando si è fermato per farlo bere. fa un nuovo guinzaglio con la cinghia della borraccia.

mi raccomanda ancora il cane, è tutto quello che vi chiedo. ci vediamo tra un po’. abbandona la strada si infila sotto il filo spinato e si avvia a passo veloce nella savana.

dopo esserci riposate un pochino, tranquillzzo jesusa che subito si riprende e comincia a sistemare le pietre per il fuoco. il sole sta calando finalmente. provo a prendere un po’ di legna ma con chocolate è difficile. è molto triste per l’abbandono, ulula e scalpita e mi dimostra che può levarsi il collare come e quando gli pare.

lo convinco a sedersi e a stare tranquillo gli offro metà del mio sacco a pelo per sdraiarsi. cibo non ne vuole ma si calma.

leghiamo il guinzaglio a un paletto. voglio provare a vedere se trovo il guinzaglio e torno indietro. dopo cento metri già mi è passata la voglia. vedo un piccolo camaleonte. piacciono molto a jesusa che ha provato a prenderli più volte. mi avvicino lentamente e mi fermo. lui si accoge di me e prende il colore delle pietre dove è scappato. socchiude gli occhi. mi sembra che sia in una specie di trance e infatti si fa prendere immobile. lo porto a jesusa che è tutta contenta.

foto al camaleonte. lo rimettiamo in terra ma non scappa più. resta con noi. che amorino.

insomma apettiamo aspettiamo e si fa notte. dico a jesusa che può darsi che il rancho sia molto lontano e può darsi che dobbiamo dormire lì. lei dice no, pancho tornerà.

io mi sdraio vicino a chocolate che nel frattempo si è mangiato il guinzaglio e mi rilasso davanti al fuoco.

E poi è finita bene perché dopo un paio d’ore in lontananza si sono visti i fari di una macchina che si avvicinavano. poi si sono fermati, la strada non era collegata a quella della macchina. ci hanno raggiunto a piedi pancho e due uomini del rancho. ci hanno detto che stavamo in un posto molto pericoloso pieno di coyote. pazienza è passato. è durato tantissimo il viaggio fino al rancho. nel frattempo è sorta la luna rossa ed è stata rossa un bel po’. ci ha messo un’ora a sbiancarsi. sul retro della camionetta ho potuto ammirare le palme-cactus che illuminate dalla luna assumono forme di scene di festa per lo più. maggiordomi che guidano carri alati, scolari con le gambe lunghe che si affacciano su un pontile, brindisi fra elefanti e pali della luce. è inarrivabile la loro fantasia compositiva. i cactus hanno questo paese in mano, lo mandano avanti loro.

quando il miliardario ci accoglie io sono cotta. ho freddo per reazione al caldo della giornata. ci offre una splendida cena all’aperto ma mi devo avvolgere in una coperta e non mi basta. lui parla pure buffo, come mangiandosi le parole dando tutto per scontato, una forma di snobbismo. molto contento di sè, non si è mai spostao, ha un servo fedelissimo che tratta quasi alla pari scienziato di mucche e un amico vetrinario. ha tanta terra e si può permettere il pascolo a rotazione con un sistema di cancelli che aprono e chiudono i settori dove le mucche possono andare per dare modo alla vegetazione di ricrescere. nonostante l’acqua non ci sia le sue mucche sono grasse a differenza di quelle dei dintorni. e non le mangia. le bistecche che ci offre vengono da mucche altrui.

mi addormento seduta dopo poco. riesco ad alzare la testa ogni tot e a cercare di prendere parte alla conversazione, battaglia persa. capisco che parlano dell’operazione sculture nel deserto, che vorrebbero imporre solo sculture naturali fatte cercando di mettere in equilibrio una sull’altra pietre di basalto. il miliardario non sembra colpito dall’idea e ne propone altre sue. io ho perso il controllo e dormo.

 

 

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Il messaggio degli alieni (the fucking greens)

AUTORE: sabinaguzzanti
POSTATO IL 27 giugno 2008

Jesusa si è scurita insieme al cielo. Secondo lei non stiamo camminando, stiamo sempre in macchina. Io osservo senza prendere posizione. La paura del peyote è passata, sto continuando a masticarlo senza farmi più domande. E’ rimasta solo la preoccupazione di dovere camminare tanto sotto il sole con lo zaino, me lo immagino molto faticoso. Mi dicono che il peyote serve a questo fondamentalmente, a camminare veloci senza sentire nessuna fatica.

Bene.
Jesusa e pancho continuano a discutere su quando abbandonare la macchina. Lui vuole arrivare fino a San Luis lei la vuole lasciare nel paesino che viene prima ma continua a dire, comunque il capo sei tu. Allora lui decide di lasciarla a San Luis. Qualcos’altro decide di fermarci a metà strada. Gomma a terra, niente ruota di scorta, si prosegue a piedi. Jesusa è contenta che il destino abbia parlato in modo così chiaro. Io dico: perentorio. E ci indovino si dice pure in spagnolo. Jesusa mi chiede la macchina e fotografa la ruota a terra. Me la ridà e dice, foto del PERENTORIO.
Porompompero peron, penso io.
In lontananza si vede una tempesta che si avvicina. Strisce di pioggia in più punti del cielo. Arriverà da noi? Se viene conviene togliersi tutti i vestiti metterli nello zaino aspettare che passi e rivestirsi. Se si bagnano e arriva la notte fredda è un guaio. Siamo tutti e tre concentrati sugli zaini. Che il peso sia ben calibrato.

Io non voglio il bastone grazie perché io fondamentalmente cammino con le braccia.
I tiranti sono a posto. Pancho si sobbarca quasi tutto il peso dell’acqua. Impermiabile e buste della mondezza a portata di mano. Coltello. Io ho tortillas e formaggio. Il cielo è viola. Dove siamo? Non mi sono ancora guardata intorno. Una strada bianca si perde all’infinito tra le incredibili palme – cactus antropomorfe, solenni e giocherellone, surreal-sudamericane, verde e giallo dappertutto e ora giallo alternato a viola, raffiche di vento che non hanno niente o poco da muovere, forse solo noi.
Zaino in spalla, vento in poppa. Non sento nessun peso. Volo. Non ho nessuna paura e questo silenzio non incombe, chiacchiera. Non ho niente da pensare, che stranezza. Infatti non è vero. Penso questo: noi crediamo che i cactus abbiano le spine per proteggersi da insetti o altri animali o altre ragioni tipo l’acqua. Ma questo se si considera il cactus preso da solo. Se si guardano tutti insieme con tutte queste spine, è ovvio che il progetto è un altro, più complesso. Non so quale sia.
Così va avanti il mio cervello e mi stufa con la sua cantata.
Allora jesusa mi affianca e mi dice un pensiero di Giordano Bruno: dopo un po’ che sei seduto non c’è niente di più bello che alzarsi, dopo un po’ che ecc. per dire la bellezza il piacere non è nelle cose in sé ma nel cambiare da una cosa all’altra quando è il momento.
Io dico: dopo un po’ che ti bruciano niente di meglio di un bicchier d’acqua e lei aggiunge, dopo un po’ che ti tirano la lingua con le pinze niente di meglio che la smettano e io dico che scompaiano e se ne vadano all’inferno per sempre.

A Roma c’è una bellissima statua di Giordano Bruno. Jesusa la conosce, dice: a campo dei fiori.
È molto importante che ci sia quella statua dico, ed è la prima volta che me ne rendo conto. Per come stanno andando le cose da noi potrebbero anche proporre di toglierla, vedo bene che non è una possibilità remota.

E’ la prima volta che mi rendo conto dell’importanza di una statua. Non c’è molto altro ora, che ci ricordi cosa è stata la chiesa. Non c’è molto altro che ci ricordi cosa sia pensare. Quanto è assurdo che al tg ci ricordino gli anniversari della morte dei padri pii e delle rivelazioni delle fatime che non dicono nulla, che non hanno contribuito a nulla se non all’ignoranza e alla prevaricazione. Quanto è irreale e quanto però sarebbe indiscutibilmente sensato che il tg ricordasse la morte sul rogo di giordano bruno, i suoi pensieri, la sua influenza sui pensieri di altri geni.
Ve lo immaginate? "Buona sera, sono passati 5 secoli dal brutale assassinio e dalle indicibile aberranti sevizie da parte della chiesa cattolica su uno dei più grandi e affascinanti filosofi del mondo e ancora oggi la chiesa non ha chiesto scusa per questa malefatta. Dalla nostra inviata piripicchia: cardinal ruini, come mai la chiesa non si è ancora scusata per l’orribile morte inflitta ad un uomo così incommesurabilmente buono eroico e intelligente?"
Sarebbe normale no? Vi immaginate cosa succederebbe se un giornalista facesse una domanda del genere? La domanda che farebbe chiunque?

finché io sono qui nel deserto nessuno potrà toccare quella statua. io resterò qui nel deserto per sempre.

jesusa dice: lo sai perché Galileo ha abiurato? – so che è perché quegli orridi assassini maledetti luridi sadici, demoni, gli unici veri demoni mai esistiti nell’universo che per il resto è benevolo anche quando non sembra tranne nel loro caso, gli hanno fatto vedere gli strumenti di tortura e lui essendo molto vecchio e fragile ha ceduto. – no, perché lui ha visto il suo maestro bruciare. – galileo era lì? -si era lì.

 

Alla nostra sinistra c’è una concentrazione anomala di palme-cactu e cactus vari. Dico: guarda che bella! una foresta di cactus! e jesusa è costretta a rispondere: bellissima!

e’ piuttosto misteriosa nell’insieme, sembra che sia lì per nascondere qualcosa, per fare una barriera.

piove o non piove? arrivano raffiche di vento fortissime. il cielo è segnato in più punti da righe verticali rosse e nere. arriva. ci fermiamo. cade qualche goccia. jesusa dice, togliamoci i vestiti. io non ci penso nemmeno anche perché ho comprato un impermeabile a meno di un euro e lo voglio provare. è di plastica sottilissima trasparente a forma di poncho. vola da tutte le parti. provo e riprovo, non trovo la testa, non trovo le maniche. infilo la testa in un buco per le braccia, non c’è verso, ricomincio da capo. mi diverto. mi faccio delle foto avvolta in questa plastica mossa dal vento. magiche. sembra che sia in fondo al mare, sembro un fantasma, sembro ofelia, sembrano delle bellissime foto. vorrei farle vedere a jesusa ma sta sembra, comunicando con una palma-cactus.

Pancho mi da un bracciale vegetale. lo uso per una foto mimetica.

poi Jesusa si maschera con una corona e bracciali. che belle foto!

Stiamo un po’ lì e la pioggia non cade più. la tempesta si è spostata. pancho vuole fermarsi vicino a un paesino abbandonato per prudenza. jesusa è contrarissima.

camminiamo camminiamo e arriviamo al paesino, si parla di 4 case quattro, al crepuscolo dove compriamo delle vere tortillas. ci allontaniamo dalle case abitate e troviamo un piccolo rancho abbandonato.

in caso di pioggia possiamo ripararci anche se il tetto mezzo di paglia di sicuro non ci proteggerà molto. pancho non se la sente di andare avanti. io sono contenta comunque e comincio a raccogliere legna per il fuoco. è molto facile. vecchi enormi agavi secchi forniscono foglione contorte facili da bruciare, abbondanti e belle e relativamente senza spine. ci vorrebbe della legna che si consumi più lentamente. si potrà prendere quella nei recinti? – se si può pancho lo sa! – stiamo sviluppando il culto di pancho? – no ma lui lo sa.

dirà di no. infatti dice: ummm. e non si prende.

me ne vado a zonzo nei dintorni. il paesaggio cambia. prima solo agavi secchi, ora più sabbioso, dunette. spazzi più liberi. cammino un po’, qual’è la mia domanda? qual’è il mio dolore? cosa devo fare della vita che mi resta e come faccio a credere che abbia un senso? non ce l’ha, è questo il mio dolore. penso a tutto quello che è stato e non ce l’ha, non ho dubbi. alzo gli occhi e pam! un gruppo di cactus fitto fitto ha qualcosa di temibile. è a cinquanta metri di distanza, mi chiama intimorendomi. è una fiera? è un’incantesimo? un passo dopo l’altro con gli occhi piantati sul mio sfidante avanzo. non ho veramente paura, come se fosse una battaglia per la vita, quando non si sente più niente e si è solo lucidi e attenti.

che vuole dire? che succederà?

mi avvicino e il silenzio emette un suono diverso naturalmente. è un altro silenzio. mi avvicino e guardo i cactus per chiedere che volete. nessuna risposta quindi e avanzo ancora, entro dentro, le foglie sono alte, le spine non mi toccano, qual’è il trucco? cosa vogliono? guardo avanti e vedo la strada dove abbiamo camminato ora per arrivare qui. questi cactus sono gli stessi che avevo indicato a jesusa mentre parlavamo, quelli che sembrava nascondessero qualcosa! sono solo dall’altra parte, una mezz’ora prima ero di là! non posso vedermi mentre cammino, ma lo vedo nella mia memoria che senza incasinare il mondo dà conto della contemporaneità che in vita per ovvie ragioni pratiche non si trova!

il tempo è solo vedere le cose da punti di vista diversi. il tempo è sempre spazio. spazio astratto, spazio teorico. noi umani ragioniamo e per questo sappiamo il tempo. questo era la mia domanda, il tempo che se ne va, le cose che passano. ma il tempo è spazio e lo spazio non se ne va. il tempo è un modo di vedere lo spazio e non se ne va, si muove. il dolore è sparito e torno al campo.

mi vede jesusa e dice: eccola.

Sollevo una grossa pietra bianca per sedermi vicino al fuoco. mi siedo. vedo Pancho seduto in terra e prendo una pietra anche per lui. la usa come tavolo per preparare le sincronizadas con gli asparagi e formaggio. ne prendo un’altra e un’altra ancora finché non c’è un bel salotto con panchetti e tavolini. una bella lamiera di ferro arruginita fa da griglia. le tortillas pigate in due tenute ferme da un sasso perché il formaggio si squagli bene, una volta pronte sono amabil. il tè all’origano e altre erbe nei bicchieri di metallo è perfetto. chocolate è legato perché ha già avuto incidenti con tutti gli animali del pueblito.

il fuoco è alto. ci mettiamo a parlare fino alle due di notte di tutto. del messico, dell’italia, della germania degli anni del terrorismo, degli indiani huicholes con cui Pancho ha vissuto e da cui se n’è andato perché erano un po’ cabrones. di nuovo il pensiero è volato al buon Artoud che ha provato a convincere lo psichiatra a non fargli più l’elettroshock spiegandogli che lui era semplicemente embrujado (stregato, indemoniato). dello psichiatra che rispose, appunto, yes of course, per questo le stiamo facendo l’elettroshock. e il buon Artoud che ha pensato, e dire che avrei dovuto dirgli che lui era embrujado perché era la verità. non glie l’ho detto perché di trattamenti me ne avrebbe fatti di più. un pensiero per il povero antonin senza via d’uscita, né la verità, né la bugia.

jesusa ha raccontato delle battaglie contro la privatizzazione dl petrolio messicano. della volta che doveva andare in aereoporto senza sapere se per partire per new York o per occuparlo e che alla fine è partita e poi quando è tornata ha ricevuto la telefonata: prendi l’aeroporto.

Dello sciopero generale e del blocco delle strade. di quella volta che si è mascherata da donna ricca con la mantiglia di pizzo costosissima che va in chiesa. il chiosco al centro della piazza era controllato dalla polizia per impedire i raduni, allora lei ha detto alle altre di restare nascoste, poi facendo finta di pregare è salita sui gradini della chiesa, poi sempre fingendo di pregare ha iniziato una specie di monlogo tatrale sui gradini chiedendo a dio che proteggesse il petrolio dai gringos ladroni e dal presidente corrotto e venduto e la polizia siccome era vestita tanto bene non era riuscita ad intervenire, erano rimasti spiazzati e in quel momento dalle strade sono sbucate le altre sono corse sui gradini si sono intreciate le braccia tra di loro e sono diventate irremovibili.

ho raccontato quello che succede da noi e degli spettacoli che ho fatto e dei documentari che si potrebbero fare anche sul messico che sarebbe una bella metafora per l’italia raccontare di un paese lontano schiavo della corruzione e della rassegnazione, della chiesa e dell’ignoranza, con un duopolio televisivo e un presidente eletto graxie ai brogli e alla disinformazione e al mito della modernità che qui come ovunque è sinonimo di schiavitù.

c’è una cosa che pancho e jesusa non sopportano e non si spiegano ed è gringolandia. non capiscono perchè mangiano così, perchè fanno quella vita e perchè continuano a rompere i coglioni a loro.

mi scappa una risatina mi fa ridere pancho che parla con quella disapprovazione di "grincolantia". che c’è da ridere? mi fa ridere. mi fa ridere lo stupore, la distanza. da qui sembra impeccabile il loro punto di vista. da qui vicino al fuoco, dove non ci serve niente e abbiamo mangiato pane e formaggio con un gusto impagabile. da qui dove non ci manca niente, non ci si può pensare senza ridere alla vita di quelli che credono di possedere il mondo, col terrore d’essere licenziati, col cervello programmato per comprare qulsiasi cazzata che si appaga quando paga e si incupisce quando apre il pacchetto e che ripete all’infinito gli stessi gesti inutili. quelle vite, così tante, che passano davvero senza lasciare nullla di nulla di nulla, quei corpi che sottoterra rilasciano conservanti liquinidi chimici e in breve rinsecchiscono senza affetti o lasciando dolori che non si elaboreranno mai perché sono orrori, sono urla nel vuoto.

penso ai mssulmani che vanno in america come qutob il primo fondamentalista, che nella loro semplicità un po’ ottusa dicono solo: nonnnononò, questo è il demonio e si fanno esplodere e mi fa ridere.

sono dei disgraziati come noi gli americani certo spesso troppo gonfiati dagli estrogeni per poter riflettere e pure loro di fronte a una cosa che non è loro dicono solo nonnnonnò e sparano purtroppo o esplodono nel grasso o nella secchezza delle diete troppo salutari per non avere mai conosciuto la salute.

I’m just eating water mellon for ten days, i feel SO GOOD. con l’occhio sbarrato che si guarda intorno cercando l’approvazione di dio che non arriva mai, fuck.

che mondo assurdo e quanto è semplice qui nel deserto.

ho capito una cosa, che l’intelligencia messicana sono i cactus, dico. ah ah dice jesusa, forse l’ho offesa. sono i vegetali qui quelli che la sanno lunga e che guidano la società.

jesusa e pancho sono nati nello stesso anno e quest’anno hanno deciso di venire qui più e più volte per capire cosa fare di questa seconda metà della loro vita. anch’io sono qui per questo. questa è la risposta alla domanda, sabina ma che ci fai tu qui ? che mi fa per scherzo un paio di volte al giorno e a cui per scherzo rispondo ci sto ancora pensando.

per noi donne arriverà la menopausa e sarà un dolore fisico e mentale, per gli uomini arriverà una gran tristezza. il nostro corpo cederà e perderà la forza e la compattezza, si disferà. come ci si può preparare a questo? come si può essere felici, come si può trovare un senso in questa condizione, come si potrà continuare a vivere con entusiasmo in questa condizione? abbiamo tutti e tre paura di questo. abbiamo vissuto fino ad ora sperimentando, da adesso in poi sappiamo il tempo che ci resta e dobbiamo usarlo bene e non sappiamo come fare senza che questo sia solo un dovere e non uno slancio vitale, non un piacere.

il tempo è solo spazio, è solo vedere le cose da un’altra angolazione. finché si fa qualcosa non c’è dolore. noi siamo esseri umani e ragioniamo perciò vediamo lo spazio in questo altro modo che è il tempo che ci serve a vivere oltre le nostre vite, a progettare mondi che sopravvivono ai nostri corpi, che ci serve a fare politica, a proteggere il mais e ad aggiustare i pozzi e ad annotare i segni che il vento e l’acqua lasciano sui sassi e a portarli con noi nei nostri zaini per farli camminare laddove per loro sarebbe proibito.

c’è la luna piena alta nel cielo, si potrebbe anche camminare, ma io voglio dormire un po’ e pancho è d’acordo.

prima però prendiamo un po’ di legna di quella che dura dal recinto abbandonato, ci sono due grossi tronchi li ho visti io, non si dispiacerà nessuno.

 

 

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Palelote

AUTORE: sabinaguzzanti
POSTATO IL 25 giugno 2008

Non c’è bisogno di un impiegato nel marketingper sapere che con questa storia del peyote potrei tenervi sulle spine ancora. Ma io gioco pulito e vi dico subito che sono risultata impermeabile.

La mattina sulla kamioneta ho ricevuto leultime istruzioni. Bisogna pulirlo bene. E’ molto amaro, tenerlo in bocca, mangiarlo lentamente. Bisogna riuscire a masticarlo e pure a inghiottirlo. Ilcorpo sa quanto ne può ingerire. Quando è troppo non riesci più a mandarlo giù. Per questo è meglio non farci il tè, perché non controlli la quantità. Può darsi che dia la nausea, può darsi che si vomiti, non ha importanza, fa effetto lo stesso. È meglio mangiarlo camminando sennò non si sa che fare dell’energiache si sviluppa. Ora devo scegliere il mio.

– forse dovrei mangiare quello che ho trovato io, dico. Dopo tutte quelle manfrine sul fatto che devi trovare il tuo, adesso sembra che uno qualsiasi vada bene. Mangio il mio e che cacchio. Il mio non èil più carino è un po’ abbozzato ma è il mio!

Siamo in una zona meno verde di quella di ieri. Ci fermiamo in un punto x della strada bianca.

Akì hay un zierro (cierro = cucuzzolo) donde ze enkuentra mucio bashalto muy pueno por laz ezculturas.

Camminando mi infilo in bocca il peyote. Non è tanto amaro.

- non mi sembra tanto amaro, dico subito a Jesusa tutta contenta, mi sembra che si possa mangiare tranquillamente!

Benissimo dice lei sorridendo, mangia tutto quello che puoi.

Cammino con le guance piene, uno spicchio a destra e uno a sinistra. Sono l’ultima della fila e mi viene in mente che devo documentare il mio eventuale cambiamento. Perciò allungo le braccia più che posso davanti a me e mi fotografo. Viene fuori un primo piano bellissimo:s ombrero occhiali da sole, fazzoletto rosso e il deserto di sfondo, sembra fatto al computer.

Ci arrampichiamo sul cucuzzolo di basalto, pieno di pietre di basalto. Sono le 10 di mattina e siamo esattamente al tropico del cancro.

I miei amici cominciano a prendere le pietre e a metterle in equilibrio una sopra all’altra finché la costruzione non diventa più alta di me. Pancho pianta una pietra sottile sulla punta della sua ombra e spiega che finché resterà in piedi chiunque potrà sapere la data e l’ora in cuiè stata fatta.

Jesusa mi invita a farne una sostenendo che è un ottimo esercizio per gli attori. Mi metto al lavoro e mi diverto e penso che in realtà lavorare, fare qualcosa è l’unico sistema per stare bene e uscire da qualsiasi empasse.

Se vi capita è molto divertente, c’è da dire che queste pietre sono l’ideale. Sono grandi hanno forme molto varie spesso spigolose e da una gran soddisfazione mettere in equilibrio su una punta minuscola, una cosa così pesante e poi sopra aggiungerci pure qualcos’altro equalcos’altro ancora. Jesusa dice che sono ambiziosa e prova a fare un discorso sul capire quando sia il caso di fermarsi. Ma a me che me ne importa se cade? Non facciamoci rovinare questo momento attribuendo significati metaforici a un gioco. Se cade, e cade, ne faccio un’altra. Così spendiamo un paio di orette infondendo equilibrio al mondo. Non ci sono limiti. Pazienza e convinzione. Si tratta solo di trovare il punto. Io lavoro da sola pancho e jesusa insieme e io fotografo le loro quattro mani che si muovono in sintonia.Cominciano ad apprezzare il fatto che ci sia un reportage e mi chiedono di immortalare le loro opere. Quando torniamo alla macchina la prima sultura delle tre che sta in cima è come una bandiera, una bandiera di sasso abbastanza intelligentee di buon gusto da non sventolare. Perché poi la cosa insopportabile delle bandiere è quella, che sventolino.

Dove si va? Ho smesso di domandare. Uno spicchietto alla volta ho gia mangiato due peyote interi, bastano? Jesusa dice benissimo, adesso che ti sei abituata mettitene in bocca uno sano. Uno sano no. Non esageriamo. Non è amaro in modo insostenibile ma ha un sapore ostile. È di un altro mondo. Affronto il terzo sempre uno spicchio alla volta, tanto è lo stesso. Mi domandose abbia già fatto effetto. Jesusa dice che sta cominciando, di non pensarci. Benissimo. Se mi viene la nausea è normale non mi devo spaventare. Ripartiamo per non so dove e io sono abbastanza taciturna ma sto bene. Certo è difficile non pensare che da un momento all’altro potrei cominciare ad avere leallucinazioni ma sono abbastanza tranquilla tutto considerato. Ho le guance sempre piene, quando si ammorbidisce mano mano mastico un po’ e inghiotto.

Arriviamo a una bellissima casa bianca, Pancho chiude chocolate in macchina perché non si scanni con gli altri cani e impugna un mazzo di coriandolo. Chiama antonio, ma antonio non risponde. Appare una signora sullo sfondo bianco dei muri e sullo sfondo colorato dei fiori, anziana e piccolissima che quasi non parla. Timida timida con lo sguardo in terra, un sorriso tenerissimo con pochi denti che alla domanda se possiamo entrare ci risponde di sì sapendo che forse la uccideremo. Pancho la rassicura come può. Antonio gli aveva detto di passare che aveva una pietra per macinare il mais da vendergli. È molto antica, non mi ricordo quanto. Jesusa parla con la signora e timidamente comincio a parlarle anch’io. Ci fa vedere la casa. Le facciamo tanti complimenti perché è davvero bellissima. È come le case delle eolie con le stanze che danno tuttu nel cortile e non sono collegate tra loro. Dentro è poverissima con quel misto di cose vecchie e nuovissime, foto dei nipoti e altarini pieni di portafortuna che così continuano a chiamarsi nonostante l’evidenza della sfiga che portano. La signora è così felice dei complimenti che riceve sulla sua casa. Le chiediamo se una delle foto sul muro è di un nipotino. Dice di si sempre con quel sorriso dolcissimo. Jesusa le chiede come si chiama. Lei alza gli occhi al cielo e vergognandosi dice, non mi ricordo. Penso, poverina ha perso la memoria. Ma jesusa che conosce la sua gente chiede subito, quanti figli ha signora? Lei non risponde subito. Penso non si ricorda nemmeno quanti figli ha. Invece non risponde perché si vergogna. Ne ha quindici. Quindici? Quindici figli? Che enorme fatica signora. La signora abbassa la testa e sorride ancora. Quella fatica ormai è passata. C’è una parete piena di altre foto di figli e nipotini, ecco perché non si ricorda tutti i nomi. Pancho paga la sua pietra e regala il suo mazzetto di cilantro. La signora lo apprezza enormemente. Chi se lo sarebbe immaginato che fosse uno strumento di scambio e di amicizia così potente. Andando via ai due adoratori di sassi non sfugge che su una mensolina in giardino sono esposti diversi sassetti del deserto. Lo vedi dice jesusa, come sono attaccati alla loro cultura, come apprezzano la bellezza delle pietre?

Vi giuro che sono proprio sassi normali, certo sono carini comet utti i sassi e saranno pure antichissimi ma sono sassi. Mi commuovo per questo amore così forte per quello che offre questa terra. Ce n’è uno che piace moltoa jesusa, è rosso con la capoccetta nera. La signora la invita a prenderlo, ma lei non può accettare questo regalo, glie lo compra. Io quasi quasi piango metre ci allontaniamo per la luce di quegli occhi così stupiti e così aperti. Sono successe tante cose in quella vita, quasi tutte hanno portato dolore ef atica e oggi è successo che si trova venti pesos in mano per un sassetto e un mazzo di coriandolo per niente e lei ha un aria così aperta. Come di chi da tempo ha deciso di stare solo a guardare quello che arriva dal deserto. Mi fa male il cuore per la pena e per non so che forse è pure gioia.

Arriviamo in un paesino sempre semi abbandonato sempre giallo. Sui ruderi qua e là c’è sempre un cartello della cocacola come una firma di un assassino.

Avanzando sulla strada polverosa troviamo un bar e scopro che il paese è abbastanza abitato in realtà. Fuori dalla porta del bar c’è un ubriaco buttato in terra a cui jesusa e poi noi tutti ci presentiamo e stringiamo la mano e seduto sul muretto un vecchio bellissimo piccino corroso dal sole come la radice di una palma-cactus col sombrero. Compro un acqua gasata con una bottiglia vecchissima e un sapore di idrolitina. ne bevo un sorsoe capisco che vomiterò. Ma non ora. L’ubriaco se n’è andato e io gli rubato il posto e dico con entusiasmo, ahi que maravilla la sombrita e tutti ridono per il tono troppo messicano in bocca a me.

Jesusa si siede vicino al vecchio e faccio delle belle foto ai due sombreri che tra di loro sono sempre armonici. Pancho se ne vuole andare dice: palelote vamos al palelote, ma io non so che è e tendo a contrastare questa sua volontà perché sto bene all’ombra.

Jesusa chiede al vecchio se sa che il presidente legittimo del messico si chiama andres Manuel obrador e altro e io penso che sembra una testimone di geova. Il vecchio quasi evita di rispondere e lei insiste. Gli chiede se sa il nome del presidente quello ufficiale. Il vecchio risponde che in verità non ne ha idea. Jesusa fa dei suoi ragionamenti sulla necessità di alfabetizzare la provincia, pancho prende la mia acqua e la versa in un suo bicchiere portatile perché a loro la bottiglia serve. non lo avevo capito.

Contutte le taniche e le bottiglie di plastica vuote che abbiamo ci incamminiamo verso il pozzo. Ecco cosa eravamo venuti a fare. Qua e la sbucano vecchi e ragazzini. C’è pure una scuola perché vediamo dei ragazzi in divisa. Palelote vuol dire mulino e questi pozzi tirano su l’acqua con un mulino. Acqua freschissima e abbondante la metà si perde perché non aggiustano i tubi. Altro predicozzo ai locali. Perché non aggiustate i tubi? Sguardi a terra. Quando sene vanno questi?

Pancho ha impugnato un altro mazzo di cilantoe. si mette a domandare di casa in casa chi vende tortillas vere. Rispondono che si trovano al supermercato ma quelle del supermercato sono sintetiche e noi non le mangeremo mai. Jesusa becca i ragazzini con delle merendine schifose in mano e gli fa un altro predicozzo scherzoso sulla merda che si mangiano con tutte le cose buone che hanno a disposizione. Più sono poveri, più avrebbero bisogno di mangiare bene e più gli rifilano porcherie che non hanno nessun valore nutritivo. Un’altra questione sul piatto. È la verità. La gente mangia mondezza, diventano obesi e mosci. E’ un altra questione non c’è dubbio.

In una casa troviamo del formaggio fresco di pecora. Viene affidato a me, promette molto bene, vorrei assaggiarlo. Sei sicura? chiede jesusa. Non ora in realtà no. La nausea ha fatto progressi. Mentre pancho continua la caccia alle tortillas noi ci incamminiamo non capisco verso cosa ma vado avanti sotto la luce d’oro in un prato verde smeraldo con mucche cavalli e capre che circolano liberi. C’èun grosso stagno d’acqua piovana pieno di ragazzi che si fanno in bagno. Sarebbe il paradiso se non fosse per lo stomaco. Ci arrampichiamo su una collina sbriciolosa. Saliamo saliamo e arrivate in cima appare un lago pure questo di acqua piovana ma molto più grande. Sul bordo alberi con il tronco molto grosso, inusuali da queste parti, molto rassicuranti, posso appoggiarmi a uno di loro e finalmente vomitare.

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