Articoli marcati con tag ‘film’

tototitolo

AUTORE: sabinaguzzanti
POSTATO IL 3 March 2010

allora è ora di trovare un titolo al film

vi va di contribuire al brain storming?

è vero il film non lo conoscete ma ve lo potete immaginare tema: raccontare l’aquila per raccontare l’italia

vi dico i titoli che mi sono venuti in mente fino ad ora per darvi una traccia

ESSI VIVONO

PUS PUS

DOVE VOLANO GLI SCIACALLI

L’AQUILA E LO SCIACALLO

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Michael

AUTORE: Redazione
POSTATO IL 1 November 2009

E per continuare con i sogni ho sognato un uomo che mi domandava come andava il film. Era Moore dimagritissimo un’altra persona. Ci avvicinavamo al banco del bar dove era seduto un uomo importante e mi veniva in mente che non li avevo presentati: questo è Michael Moore dicevo a quello seduto che era Moore nella  forma che conosciamo.

Mi sono svegliata di venerdì il giorno in cui è uscito nelle sale Capitalism che mi auguro andrete a vedere di corsa.

La sfida è più grande che in Sicko. Fare di un film un saggio sul mondo contemporaneo, cercare di tirare le fila del percorso occidentale, sulla democrazia fondata sulla libertà di mercato: da dove si era partiti, dove ci siamo persi, le prove evidenti degli errori, possibili vie d’uscita come la disobbedienza alle regole che vanno contro i diritti fondamentali dell’uomo.

Il lavoro di ricerca dopo tanti anni, la squadra di persone che lavorano con lui è così perfezionato che riescono a trovare anche materiali di grande importanza storica sconosciuti al pubblico. In particolare un discorso di Roosevelt dove si afferma la necessità di definire meglio il concetto di democrazia in modo che includa il diritto di tutti a una vita dignitosa alla salute e a tutte quelle cose che sono contenute anche nella nostra costituzione che viene portata come esempio di civiltà e lungimiranza.

È un film pieno di cose, troppe ce ne sarebbero da dire, troppe scene si devono per forza buttare perché proprio non ci stanno.

L’obbiettivo è il grandangolo quasi fisso. Come a volere sfondare lo schermo; come a volere insegnare, trasmettere, propagandare col megafono la bellezza di tenere gli occhi bene aperti. Occhi aperti per guardare una cosa e quello che c’è intorno, da dove viene, cosa produce chi si arricchisce e chi subisce, che tipo di società di comunità si crea.

Mi pare che dopo Fahrenheit 9/11 Moore senta e si assuma la responsabilità di rifondare il pensiero socialista anche a costo di esporre i suoi lavori a grandi rischi. Cosa c’è di meno allettante che un film che affronta la sanità pubblica? Correreste al cinema per vedere un film sulle ASL? Eppure Sicko è un film perfetto.

Questo Capitalism è sicuramente più divertente di Sicko e più fruibile.

Sono sinceramente curiosa di sapere cosa ne pensate.

Un abbraccio

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Il pranzo di Ferragosto

AUTORE: Redazione
POSTATO IL 30 September 2008

di Luca Bandirali e Enrico Terrone

Un uomo di mezza età che vive con l’anziana madre, deve ospitare per il ferragosto tre “vecchiette” che i rispettivi parenti - in partenza per le vacanze - gli piazzano in casa. Il mondo ordinario del protagonista, così come lo vediamo nelle prime battute del film, è viziato dal solito incongruo culturalismo (legge Dumas alla mamma), e da una “poesia del quotidiano” (il quartiere, l’amico) di stracca ascendenza pasoliniana. La profondità temporale è poco delineata (non si parla mai del padre, non si spiega da dove vengano le difficoltà economiche, non si rende ragione del fatto che l’uomo non abbia una compagna) e alcune trovate narrative restano a mezz’aria, per cui ad esempio non si capisce bene perché l’uomo beva tutto quel vino bianco, forse semplicemente perché ha sete.

Il passaggio a un regime di straordinarietà, nel quale il protagonista deve prendersi cura delle anziane signore, è delineato senza troppa fantasia (arriva un uomo e gli porta la madre e la zia, poi ne arriva un altro che gli porta un’altra vecchietta), mentre il ritorno all’ordinarietà quotidiana cade nel fuori campo narrativo, dal momento che il film si conclude assecondando il desiderio che questo ferragosto non finisca mai. Tutto l’interesse del film si concentra dunque sull’atto centrale, quello della convivenza coatta fra l’uomo, la madre e le tre ospiti “indesiderate”.

L’arco di trasformazione del protagonista è blando ma non nullo: all’inizio il suo carattere è un misto di indolenza, accidia e ed egoismo; nei tre giorni passati con le vecchiette, impara a prendere un po’ più di petto la vita e riconosce che la solidarietà verso gli anziani, oltre a essere doverosa, può anche essere divertente. La prospettiva del film sul tema della vecchiaia è dunque all’insegna di un cinismo all’acqua di rose (dei vecchi si ride, ma con affetto) e di un registro compassionevole-buffo, che è il complementare del compassionevole-triste offerto usualmente dal cinema italiano.

La sceneggiatura è articolata in tante piccole “scenette”, dal testo molto scritto (come dicono i critici azzimati, “in punta di penna”), il che spesso finisce per neutralizzare il potenziale d’improvvisazione delle anziane signore e l’espressività della loro interazione spontanea. A questo malaugurato effetto sit-com, fa eccezione Valeria De Franciscis, che nell’interpretare la madre del protagonista risulta superbamente refrattaria alla banalità del testo, alla quale contrappone l’originalità dell’eloquio e del gesto. Per il resto, il film promette d’essere una finestra su quel mondo comune che il cinema italiano ignora da decenni, ma non mantiene affatto la promessa, preferendo quasi sempre alla finestra la bella pagina da scrivere. Al montaggio Marco Spoletini recupera qualche “frammento” di vita, scene nelle quali le azioni espressive prevalgono sulle parole recitate, ma è poca roba; insomma, pare un cinema antiquato, come peraltro la musica di Stefano Ratchev e Mattia Carratello non si affanna certo a smentire: una partitura tutta incentrata sulla solita “tradizione” italiana, con l’eccezione peggiorativa dell’inopinata coda alla“intelligent dance music”.

Eppure “Pranzo di ferragosto”, realizzato con un budget molto basso per i nostri standard, ha incassato il doppio di quel che è costato; molto più che gli esiti estetici, sembrano quindi rimarchevoli quelli produttivi e distributivi, e si può interpretare questo exploit come sintomo del desiderio del pubblico di vedere qualcos’altro, anche qualcosa di molto piccolo e non necessariamente innovativo, che non sia però l’eterno ritorno dei dinosauri del cinema italiano.

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