di Luca Bandirali e Enrico Terrone
Un uomo di mezza età che vive con l’anziana madre, deve ospitare per il ferragosto tre “vecchiette” che i rispettivi parenti - in partenza per le vacanze - gli piazzano in casa. Il mondo ordinario del protagonista, così come lo vediamo nelle prime battute del film, è viziato dal solito incongruo culturalismo (legge Dumas alla mamma), e da una “poesia del quotidiano” (il quartiere, l’amico) di stracca ascendenza pasoliniana. La profondità temporale è poco delineata (non si parla mai del padre, non si spiega da dove vengano le difficoltà economiche, non si rende ragione del fatto che l’uomo non abbia una compagna) e alcune trovate narrative restano a mezz’aria, per cui ad esempio non si capisce bene perché l’uomo beva tutto quel vino bianco, forse semplicemente perché ha sete.
Il passaggio a un regime di straordinarietà, nel quale il protagonista deve prendersi cura delle anziane signore, è delineato senza troppa fantasia (arriva un uomo e gli porta la madre e la zia, poi ne arriva un altro che gli porta un’altra vecchietta), mentre il ritorno all’ordinarietà quotidiana cade nel fuori campo narrativo, dal momento che il film si conclude assecondando il desiderio che questo ferragosto non finisca mai. Tutto l’interesse del film si concentra dunque sull’atto centrale, quello della convivenza coatta fra l’uomo, la madre e le tre ospiti “indesiderate”.
L’arco di trasformazione del protagonista è blando ma non nullo: all’inizio il suo carattere è un misto di indolenza, accidia e ed egoismo; nei tre giorni passati con le vecchiette, impara a prendere un po’ più di petto la vita e riconosce che la solidarietà verso gli anziani, oltre a essere doverosa, può anche essere divertente. La prospettiva del film sul tema della vecchiaia è dunque all’insegna di un cinismo all’acqua di rose (dei vecchi si ride, ma con affetto) e di un registro compassionevole-buffo, che è il complementare del compassionevole-triste offerto usualmente dal cinema italiano.
La sceneggiatura è articolata in tante piccole “scenette”, dal testo molto scritto (come dicono i critici azzimati, “in punta di penna”), il che spesso finisce per neutralizzare il potenziale d’improvvisazione delle anziane signore e l’espressività della loro interazione spontanea. A questo malaugurato effetto sit-com, fa eccezione Valeria De Franciscis, che nell’interpretare la madre del protagonista risulta superbamente refrattaria alla banalità del testo, alla quale contrappone l’originalità dell’eloquio e del gesto. Per il resto, il film promette d’essere una finestra su quel mondo comune che il cinema italiano ignora da decenni, ma non mantiene affatto la promessa, preferendo quasi sempre alla finestra la bella pagina da scrivere. Al montaggio Marco Spoletini recupera qualche “frammento” di vita, scene nelle quali le azioni espressive prevalgono sulle parole recitate, ma è poca roba; insomma, pare un cinema antiquato, come peraltro la musica di Stefano Ratchev e Mattia Carratello non si affanna certo a smentire: una partitura tutta incentrata sulla solita “tradizione” italiana, con l’eccezione peggiorativa dell’inopinata coda alla“intelligent dance music”.
Eppure “Pranzo di ferragosto”, realizzato con un budget molto basso per i nostri standard, ha incassato il doppio di quel che è costato; molto più che gli esiti estetici, sembrano quindi rimarchevoli quelli produttivi e distributivi, e si può interpretare questo exploit come sintomo del desiderio del pubblico di vedere qualcos’altro, anche qualcosa di molto piccolo e non necessariamente innovativo, che non sia però l’eterno ritorno dei dinosauri del cinema italiano.