Il filosofo nel foyer
POSTATO IL 29 December 2009
Il filosofo nel foyer terza parte
di Luca Bandirali e Enrico Terrone
Chissà che proprio voi, lettori del blog e noti divoratori di saggistica, non abbiate trovato sotto l’albero, fra un travaglio e un luttaglio, il libro di cui parliamo oggi, dall’emblematico e definitivo titolo di CINEFILOSOFIA (De Agostini, 18 euro, pagg. 383). L’autore è Ollivier Pourriol, e finalmente si tratta di un francese con le idee chiare: vuole spiegare i “grandi filosofi” cercando esemplificazioni del loro pensiero…nei film. Il tono è quello del Robin Williams professore ne “L’attimo fuggente”, la scrittura non è esattamente rigorosa (pag. 274: “la calda e popolare attrice di cui ho dimenticato il nome”: ma via, controlla su Google!) ma d’altra parte l’impresa è davvero improba: dev’essere per questo che di “grandi filosofi” in questo volume se ne affrontano appena due, Cartesio e Spinoza. Accontentiamoci, ne sentiremo comunque delle belle.
Cominciamo da Cartesio: l’autore prende di petto il celebre “Discorso sul metodo” e confessa anzitutto di non averci capito granché per un sacco di tempo (pag. 35); tuttavia nelle pagine successive nulla certifica che al presente ci abbia capito qualcosa. Cartesio viene presentato come un dispensatore di regole di vita, per orientarsi nella realtà con un po’ di raziocinio: un “vecchio rompiscatole” (pag. 9) che ci ricorda quanto è importante scegliere anziché tergiversare o riprendere la strada una volta che la si è persa.
Come si fa entrare il cinema in questa specie di bignami? Facile, basta usare l’argomento di Eco-Cabrera, che potremmo chiamare “argomento dell’inventore”. In sostanza si tratta di stupire il lettore asserendo che il cinema, arte del ‘900, era già stato prefigurato secoli e secoli prima; per Eco e Cabrera l’inventore del cinema è Aristotele, per Pourriol è appunto Cartesio, perché con il cinema si può essere “signori e padroni della natura”. Se si tratta di metafora, allora anche un affresco conferisce lo stesso ruolo di creazione del mondo e controllo del medesimo; e l’affresco preesiste a Cartesio, ma si sarà già capito che Pourriol come filosofo è scarso forte, tanto che fra i suoi prediletti strumenti di persuasione c’è l’etimologia; ecco, non fidatevi MAI di uno che per inculcarvi un concetto traballante vi spiega cosa significava in origine la parola che designa il concetto…dell’argomento etimologico faceva una parodia sensazionale Corrado Guzzanti nei panni di Gabriele La Porta, quando sosteneva per esempio che “zoppa viene da zoppeus che significa saggezza”.
Invece, tutto fuor di parodia, Pourriol ci ricorda che ammirare viene dal latino ad-mirare, che significa “tendere lo sguardo verso” (pag. 129): embè? Ma il cinema, il cinema quando arriva? Beh, in sostanza mai. Formalmente, serve a fornire qualche gustoso esempio: tanto per dire, il fatto che Kevin Spacey alla fine di “American Beauty” decida di non deflorare la sua Lolita, rappresenta un “atto cartesiano”. Oppure il killer che fa una carneficina in “Collateral” è cartesiano anche lui perché prima di sparare vede le vittime “chiare e distinte”. Non va meglio con Spinoza: a pag. 177, mentre ci racconta la trama de “L’inferno” di Chabrol, l’autore ci spiega la differenza fra gelosia e invidia, ma sul serio: “L’invidia riguarda l’altro che ama il nostro stesso oggetto, la gelosia riguarda l’oggetto che amiamo. Capite la differenza?”. Straordinario.
Ci sarebbe molto da dire intorno alla dissertazione sull’etica in Spinoza, con esempi da “X-Men” e soprattutto dal film preferito da tutti i filosofi nel foyer, vale a dire “Matrix”. Ma lasciamo questa esperienza al lettore, e chiudiamo segnalando una delle più fulminanti interpretazioni del pensiero di Walter Benjamin, il più citato filosofo francofortese; per spiegare, en passant, in cosa consista la cosiddetta “perdita dell’aura” dell’opera d’arte, Pourriol (che comunque aveva avuto seri problemi anche con Cartesio) si perde subito: “Se in pittura la rarità sta alla base dell’apprezzamento, al cinema è il contrario. Mentre preferiamo vedere un quadro da soli - niente di peggio di una mostra affollata - un film ci guadagna se lo vediamo con qualcuno: più il pubblico è numeroso, più si è contenti di vederlo” (pag. 255). E’ la cinefilosofia, bellezza.












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