La Strada di Corman McCarthy
POSTATO IL 1 agosto 2008
di Marco Corradi
Concedetemi un veloce preambolo.
Non sono un critico letterario, un letterato o un addetto ai lavori. Sono solo un appassionato, totalmente autodidatta. Un cane sciolto nel meraviglioso mondo dei libri, un randagio senza un’autorevole guida che gli abbia mai consigliato cosa e come leggere. Quindi sono pieno di lacune.
Scriverò solo di libri che ho amato e, soprattutto, del perché li ho amati. Sarà irrilevante se abbiano avuto riconoscimenti o se la polvere e il sottoscritto siano stati gli unici ad accorgersi di loro. Vi dirò sempre in apertura come sono arrivati nella mia vita: letta critica, passaparola, amore per l’autore, consiglio del libraio, accattivante copertina e conseguente lettura della seconda, terza, quarta etc.etc.
Detto questo, veniamo a noi.
Cormac McCarthy è in assoluto uno dei miei autori preferiti. “La strada” lo ha scritto nel 2006, nel 2007 vince il Pulitzer e viene pubblicato in Italia da Einaudi nella splendida traduzione di Martina Testa (McCarthy è ostico da tradurre, ma lei, a mio avviso, è la numero uno per gli anglosassoni contemporanei).
Nel nostro panorama letterario ha fatto solo una timida e fugace apparizione negli ultimi posti di qualche classifica per autori stranieri, non dico che sia passato inosservato, ma di sicuro non ha avuto la risonanza che meritava. Forse perché è un libro scomodo, durissimo, e la maggioranza del pubblico italiano vuole il lieto fine.
Per chi l’avesse già letto, è una buona occasione per testare se i nostri gusti sono in sintonia: io lo considero un capolavoro. Per tutti gli altri, è imperdibile. Esclusi, per il loro bene e senza offesa, gli psicolabili, i maniaco-depressivi e gli iper-sensibili in genere.
E’ un libro che si dovrebbe vendere con allegato “il bugiardino” dei medicinali, con le controindicazioni. Conosco persone a cui ha dato incubi notturni e provocato violenti stati d’ansia. Ma tantissime – direi la maggior parte – a cui nonostante i suoi toni crepuscolari, la disarmante durezza della trama e la violenza di alcuni passi – che se non fossero più che funzionali al racconto, e assai verosimili nel contesto, travalicherebbero l’horror – ha lasciato un segno indelebile , una forza inaspettata.
McCarthy vi tirerà fuori le viscere, le mischierà, e ve le rimetterà esattamente al loro posto come un prestigiatore con un mazzo di carte. Eppure nulla sarà più come prima.
Questo è un libro che potrebbe indurvi al suicidio, così come, per chi non l’avesse già fatto, farvi venire un’irrefrenabile voglia di riproduzione. Agghiacciante chiave di lettura, vero? Lasciatelo entrare dentro di voi, non opponete resistenza.
In un mondo da post-apocalisse “offuscato da un freddo glaucoma, dove le notti sono più buie del buio e la luce è di piombo, traccia di un sole smorto”, un “padre” ed il suo “bambino” percorrono la strada diretti ad ovest, ma del west inteso come terra della speranza qui resta solo la metafora.
Non c’è nessun Nord-Est-Sud-Ovest, nessun Dio “e se ci fosse sarebbe da strangolare”, il pianeta è agonizzante e con lui i pochi relitti umani rimasti, intenti solo a sopravvivere. A qualunque costo. L’istinto di per sé basterebbe, ma da solo ti lascia vivo fuori e morto dentro, non ha coscienza, non discerne il bene dal male. Ma per dare alla sopravvivenza un barlume di esistenza, ci vuole un senso e per dare un senso ci vuole uno scopo. Salvaguardare il “bambino”, farlo rimanere in vita il più a lungo possibile, anche se fosse per un solo secondo in più su un mondo destinato comunque a finire. Questo è lo scopo del “padre”. Ma non è questo lo scopo di tutti i padri e di tutte le madri? No, purtroppo no. No nella vita reale, e tanto meno in questo libro, dove la “madre”, che conoscerete in flash-back, ha fatto una scelta diversa, e la sorte che toccherà ad un altro bambino è oltre l’inferno dantesco.
Ma loro sono “i buoni”, ed entrambi non possono farcela uno senza l’altro, e senza il loro amore.
Il “bambino” è la bontà assoluta, non adatta per questo mondo, per nessun mondo. Il pragmatismo è il limite della bontà del “padre”, il limite tra la vita e la morte.
Accada quel che accada, loro sono i “buoni”, hanno un’etica, e hanno un patto: non faranno del male a nessuno, a meno di non essere minacciati. L’altra guancia in McCarthy non esiste. E tanto meno i senza se e i senza ma.
Se bisogna uccidere per non essere uccisi, si uccide. Se non si può salvare qualcuno perché moriremmo con lui, non lo si salva. Poi lo dovremo far comprendere al “bambino” e alla sua bontà assoluta, non terrena. E qui intervengono i dialoghi fra i due, inglobati nel testo. Secchi, rarefatti, come quel che resta del mondo che li circonda, ma capaci di raggiungere una tenerezza tale che, nell’attrito con il contesto, si eleva alla stato puro.
Strutturati in un continuo domanda e risposta, schiudono con delicatezza gli occhi al “bambino”: i buoni non possono essere mai del tutto buoni, perirebbero; i cattivi, quelli sì, sono cattivi e basta, si può vivere di solo cattiveria. Il bene è forse relativo, il male è assoluto.
Il ritmo narrativo è incalzante, sincopato, non dà tregua, sino al meraviglioso finale aperto. Non c’è spazio per essere “letterari”, tutto è ridotto all’essenziale, ma non minimalista, niente “come” “come se” “come quando”, salvo in rarissime occasioni. Ma a lui non serve uno stile barocco, lui è McCarthy, lui non è “correct”, e non ci tiene ad esserlo né nei contenuti, né nella prosa, e scrive:
“quando non ti resta nient’altro imbastisci cerimoniali sul nulla e soffiaci sopra”.
E questa è poesia.
Buona lettura.












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