ricevo e volentieri pubblico l’articolo di francesco, vi ricordate a unduetre stella?, che è stato a francoforte.

con l’occasione comunico che la7 ha deciso di mandare i due speciali a giugno replicando il primo e mettendo in onda il secondo che quindi non andrà questo venerdì ma a giugno. quindi non c’è ancora una vera fine di 1,2,3 ✮ !

buona lettura
s

http://www.globalproject.info/it/in_movimento/la-gabbia-dacciaio-e-lo-spettro-anticapitalista/11584

La «gabbia d’acciaio» e lo spettro anticapitalista
Appunti psicogeografici, di ritorno da Francoforte

di Francesco Raparelli

Francoforte è inquietante. Meglio, lo è la sua City finanziaria, un agglomerato di grattacieli che si snodano tra la Hauptbahnhof e Willy Brandt Platz. Dall’Eurotower alla sede della Ubs, dalla Deutsche Bahnhof alla Deutsche Bank, edifici di vetro che scavalcano il mondo e che performano la realtà con la loro altezza incontrastata. Fin lassù non si può arrivare, la società raggiunge il suo grado massimo di astrazione.

Di converso, in basso, per terra, ci sono il corpo del sesso e quello della droga. A Francoforte, City finanziaria, quartiere a luci rosse e strade della droga coincidono. La prima sta sopra, assieme agli angeli, per strada ci sono puttane, gioco d’azzardo (quello di terra e non quello di cielo, quello fatto con i derivati) e “pere”. Sì, a Francoforte ci sono le pere, le siringhe, c’è la gente che si fa le pere in strada, in una strada, quella dedicata a loro. In quella strada si può morire, tranquillamente, lì la polizia non passa o se passa non guarda o se guarda non gliene frega un cazzo. A Francoforte il reddito medio pro capite è di 72.000 euro l’anno (pensate un po’ quali saranno i redditi alti!?), i servizi funzionano perfettamente, come nel resto della Germania, d’altronde, chi non ce la fatta fa bene a crepare. Quindi quando si cammina, come in un balzo nel passato, nelle periferie romane dei primi anni ’80 (o nella provincia italica degli anni ’90), si incontrano i tossici che si fanno.

Del quartiere a luci rosse, topos delle metropoli del nord Europa, colpisce lo squallore. Ad Amesterdam o Copenhagen c’è quasi un po’ di eleganza, Amburgo è una città elegante quasi ovunque e nel quartiere del sesso perde qualche colpo, ma non crolla. A Francoforte, la piccola metropoli (500.000 abitanti circa) della finanza europea, il quartier generale del neoliberalismo tedesco, il sesso sembra non aver alcun tratto gentile: non si scopa, “si fotte”. D’altronde la finanza non è per nulla gentile, chi rischia con il denaro altrui ha bisogno di 3 cose, oltre a montagne di denaro altrui, agenzie di rating compiacenti e algoritmi vincenti: prozac, coca e fottere le puttane. Sì, prevalentemente si tratta di maschi, non è la prima volta che sono proprio loro i responsabili del disastro dell’umanità. Una indiscreta coazione a ripetere.

Ci siamo persi un po’ tutti a Francoforte, anche perché i grattacieli confondono, sembrano un punto di riferimento inequivocabile e invece non c’è niente di più equivoco di un grattacielo quando si tenta di trovare l’orientamento in una metropoli sconosciuta. Solo una cosa ci ha reso la vita facile, in questi tre giorni di deriva psicogeografica: la polizia. Uno sguardo alla polizia e si capiva bene dove non era possibile andare, quasi ovunque nella City. Quasi 10.000 poliziotti a cingere d’assedio lo stato maggiore della finanza europea, da poco presieduto da Mario Draghi, uno dei due Mario che costella i sogni erotici di Eugenio Scalfari. Poliziotti in grado di muoversi in modo veloce, poliziotti pronti a rendere impossibile ogni assembramento umano: più di 5 persone in cammino e il rischio inevitabile di venire circondati, fermati, diffidati.

Le prime due giornate francofortesi ci hanno fatto vivere sulla pelle l’affermazione dei dispositivi di sicurezza nello Stato di diritto neoliberale. Un intervento poliziesco mobile e modulare: impedire ogni forma di blocco o di manif sauvage significa sfidare i movimenti sul loro stesso terreno. Non solo la mobilità diviene strumento decisivo per “bloccare il blocco”, ma la previsione diviene il tratto in assoluto più importante dell’azione poliziesca. Dopo due giorni di delirio e di rabbia, tra fermi e kettle, abbiamo cominciato a ridere della strategia attuariale della Polizie. Chi ricorda il film Minority report può comprendere il nostro sbigottimento stizzito. Ogni spostamento di gruppo rinvia ad un’azione possibile, in qualunque posto della città, dunque non fa nulla se il gruppo sta procedendo verso il campeggio per dormire, alle 10 di notte passate, meglio accerchiare e controllare, poi si vedrà. Proprio questo ci è capitato venerdì notte, al termine di due giorni infernali, con oltre 400 fermi complessivi e 79 fermi che ci hanno riguardato. Fermi che si sono conclusi con misure modulate caso per caso: a chi una sorta di Daspo temporaneo dalla City, a chi l’allontanamento da Francoforte. Asfissiante, soprattutto dal punto di vista emotivo (la sensazione di essere permanentemente in trappola può giocare brutti scherzi), la polizia tedesca è la polizia di uno Stato di diritto: si tratta di funzionari dello Stato, non di un bacino di raccolta e gestione della disoccupazione meridionale; si tratta di funzionari molto qualificati e ben pagati, che parlano con tranquillità più lingue e che credono nelle ragioni politiche dello Stato, non di una banda di periferia, solitamente neofascista, che ha il problema di far male alle «zecche». L’agibilità democratica delle nostre piazze è spesso invidiabile, ma il tratto teppistico e neofascista della nostra polizia è una malattia da cui sembra che non si riesca a venir fuori: le polizie dell’Europa del nord ci ricordano tutto questo, ogni volta.

È indubbio che la dinamica repressiva, giudicata inedita dagli stessi compagni tedeschi, ha messo profondamente in difficoltà lo schema d’azione elaborato da Blockupy Frankfurt. Per due giorni non abbiamo capito un cazzo noi italiani, e penso in buona parte anche loro, questo è inutile nasconderselo. Eppure la determinazione e il coraggio di migliaia di attivisti, sparsi e frammentati nella città, ha reso possibile il risultato sperato: il blocco della City. Venerdì 18 maggio mattina la City era ferma, chiusa, vuota. E la città indignata con la sua polizia. Città desertificata, città svuotata dei funzionari del denaro altrui, degli scommettitori. Metropoli senza la «gabbia d’acciaio» dell’austerità al lavoro, per un giorno, e non è poco. Una scommessa vinta, quella del movimento questa volta, giocata in condizioni difficilissime. Condizioni difficili anche dal punto di vista soggettivo, Francoforte non è Berlino e non è Amburgo, dal punto di vista dei rapporti di forza e della capacità dei movimenti di combinare conflitto e radicamento sociale. Come giocare una partita importante fuori casa, solitamente tutto rema contro. Nonostante questo i compagni di Interventionische Linke, la rete che è stata nostro riferimento nella preparazione delle mobilitazioni e in questi lunghi giorni francofortesi, sono riusciti a giocare la partita in modo brillante e a costruire un evento inedito nella breve e dolorosa storia dell’Eurozona.

Sabato 19 maggio, infatti, si è consumato un fatto di portata epocale. Prima di partire ho prefigurato una nuova Seattle, e giustamente l’amico Beppe Caccia, che a Seattle c’era, mi ha messo in guardia, indicandomi una differenza qualitativa molto importante: il consenso sociale che in Germania le politiche di austerity cristiano-democratiche raccolgono, nonostante tutto. Verissimo. Eppure sabato 19 maggio è accaduto un fatto nuovo nella storia europea, quella storia che va da Maastricht alla circolazione dell’euro, fino alla crisi dei debiti sovrani: una imponente manifestazione europea ha assediato la City finanziaria, i grattacieli della Bce e della Deutsche Bank. I compagni tedeschi, con il rigore che pur sempre li contraddistingue hanno parlato di 30.000 persone, in Italia in molti avrebbero parlato di 100.000 persone, con un certo realismo mescolato al mio consueto ottimismo della ragione direi 50.000 persone “vere”. Un fiume di corpi che ha costeggiato il Meno, per poi raggiungere la Bce. Un corteo aperto dalla Linke, unico partito presente, e da Ver.di, il sindacato tedesco dei servizi (fortissimo nel pubblico, ma anche nel privato) che sta svolgendo in Germania la stessa funzione che in Italia svolge la Fiom, l’apertura costituente ai movimenti sociali e la rottura del corporativismo (tipico dell’IG Metal, il sindacato metalmeccanico più corporativo e consociativo d’Europa). 10.000 giovani nello spezzone anticapitalista: possiamo dire con forza che l’anticapitalismo europeo è tutt’altro che torvo e nichilista, ma giovane e bello. Nello spezzone anticapitalista c’era anche lo schwarze block che, essendo una cosa seria, di fronte ad una manifestazione composita e ampia, sia politicamente che socialmente, ha ritenuto giusto rispettare i patti ed evitare di rispondere inadeguatamente alle continue provocazioni poliziesche. Qualche doveroso spintone per tenere a distanza la polizia che lo aveva accerchiato fin dai primi passi di corteo, ma niente avventurismi minoritari. Gli emuli italici non c’erano, ma si spera che abbiano ugualmente preso qualche appunto.

Un fiume di gente, molto stratificata anche dal punto di vista generazionale, in una metropoli piccola e ordinata, ricca, ricchissima, e desertificata dallo sproporzionato intervento poliziesco.

Di Francoforte in Italia – salvo nobili eccezioni ovvero Santoro e il suo Servizio Pubblico ‒ non si è parlato quasi per nulla, soprattutto non si è raccontata la straordinaria presenza italiana. R.I.S.E. Up, Rising Italy for Social Europe, la rete italiana composta da reti studentesche, centri sociali e precari dello spettacolo, ha fatto un piccolo miracolo: uno spezzone di 400 persone circa, all’interno dello spezzo anticapitalista, assieme a Interventionische Link, uno spezzone militante e gioioso nello stesso tempo. Un piccolo miracolo a conferma dell’anomalia politica dei movimenti italiani, unico vero controcanto alla peggiore scena politica e alla borghesia più stracciona d’Europa. Con R.I.S.E. Up la delegazione spagnola, da Madrid e Barcellona, e quella greca. Il corteo, infatti, ha seguito la bella assemblea della mattinata, assemblea nella quale è stata rilanciata la prospettiva europea dei movimenti, oltre l’evento francofortese.

Di Francoforte in Italia se n’è parlato poco, mentre si pensa che con il vertice del G8 a Chicago si sia chiusa l’infausta storia dell’austerity. Al di là delle modificazioni linguistiche imposte alla Merkel («consolidamento fiscale» è la formula vincente), e delle lusinghe da Obama e dalla Cnn riservate a Monti (il secondo Mario con cui si eccita Scalfari), lo scenario è ancora molto aperto. Mercoledì sera a Bruxelles si capirà se Hollande è seriamente in grado di portare a casa gli eurobond e se, come dice Rampini, è iniziato il declino della Merkel. Forse è più corretto pensare che il declino delle politiche neoliberali è iniziato sabato a Francoforte e che solo il consolidamento delle relazioni dei movimenti anticapitalisti europei sarà in grado di mettere all’angolo l’arroganza dei grattacieli che sovrastano il Meno e l’Europa tutta.

Ce n’est pas début, il pensiero della rivoluzione riparte da Francoforte, dove è vissuto Goethe, ma dove, soprattutto, nel ’68 ha mosso i suoi passi politici Hans-Jürgen Krahl e il movimento studentesco più colto d’Europa.

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