Il Filosofo nel foyer, parte seconda
di Luca Bandirali e Enrico Terrone
Chi sono quelle figure che si aggirano nel foyer delle nostre sale cinematografiche con aria assorta, prendendo appunti sul tovagliolo del bar? Sono tanti, fra Roma e Parigi: poi coi tovaglioli del bar ci fanno i libri, con titoli arditissimi come “Cinefilosofia” di Ollivier Pourriol, appena tradotto in italiano, di cui ci occuperemo presto. Ma non è stato sempre così, dunque è doveroso fare un passo indietro e riconoscere il ruolo pionieristico svolto dal “nostro” Umberto Curi, che già nel lontano 2000 sosteneva che “il cinema altro non è che filosofia”, impegnandosi ad affrontarlo da par suo. Rileggere “Lo schermo del pensiero” di Curi oggi è fondamentale per capire pienamente la filosofia nel foyer.
Le premesse sembrano promettenti: si tratta di “riferirsi alla Poetica di Arisotele come a una guida per cercare di far emergere i meccanismi di costruzione di un testo” e di ricavarne analisi dei film “che poco o nulla hanno a che fare con il lavoro della critica cinematografica”. Bene, ottimi propositi (con tutto che Syd Field e gli altri neoaristotelici li stavano già attuando da una decina d’anni, ma Curi non ne pare al corrente); tuttavia il grande problema dei filosofi, come ben sapevano sia Platone sia Marx, è essenzialmente il passaggio dalla teoria alla prassi. Vediamo come se la cava.
A proposito di “Schlinder’s List” e “Salvate il soldato Ryan”, Curi scrive: “Nessuno pretende che Spielberg si trasformi da autore cinematografico (in quanto tale, sottratto a esigenze di realismo documentaristico o di impegno politico) in autore di saggi storico-politici. Ma allora non si può chiedere – come al contrario egli ha esplicitamente fatto – di veder annoverati i propri film sull’Olocausto o sullo sbarco in Normandia fra le opere di denuncia […]. La trasformazione dell’attualità storica in mito, ineccepibile sotto il profilo artistico, può infatti indurre a distogliere lo sguardo dal un presente che occorre invece saper assumere in tutta la sua tragica concretezza”. Insomma, Curi rimprovera a Spielberg di usare la struttura aristotelica del “mythos” così abilmente da neutralizzare la dimensione politica. La tesi è opinabile, ma prendiamola per buona, e passiamo a un’altro film storico, “La notte di San Lorenzo”. Per Curi il film dei fratelli Taviani “presenta tutti gli ingredienti classici del mythous poiein analiticamente descritti nella Poetica di Aristotele: peripezie, riconoscimenti, eventi calamitosi si avvicendano nel comporre un intreccio”, e dunque sembrerebbe rientrare nella stessa categoria dei lavori di Spielberg. Tuttavia Curi si premura di precisare che nel caso dei Taviani “lo scioglimento conclusivo è ben diverso dal deterministico happy end a cui approda il drama hollywoodiano”.
Deterministico happy end? Che sarà mai? Fior di analisti hanno dimostrato che il cinema hollywoodiano costituisce una delle più esemplari applicazioni dei principi aristotelici, e Curi stesso lo ha sostenuto parlando dei film di Spielberg come anche di “Sliding Doors” o “The Truman Show”. Adesso invece si scopre che il vero “mythos” aristotelico è quello dei fratelli Taviani mentre Hollywood ce ne ammanniva una versione taroccata. Il tutto per concludere, manco fossimo in un libro di Pansa o di Veneziani, che sono ormai superati “gli antagonismi semplici su cui la favola si sostiene: […] fra fascisti e partigiani, fra americani e tedeschi, fra ricchi e poveri” e che “riconsegnando la lotta di liberazione all’epopea, gli autori ne scongiurano, certo, ogni imbalsamazione retorica, ma insieme ne invalidano perentoriamente ogni funzione legittimante visioni sociali dualistiche”.
In sostanza, per Curi la Poetica di Aristotele è un passepartout che serve per giustificare il pregiudizio che il filosofo nel foyer ha già in mente: i film di Spielberg non sono politici perché seguono le regole aristoteliche, i film dei Taviani invece sono politici proprio perché le seguono. Ma come ragiona quest’uomo? Quale diavolo è la sua filosofia? Lo si capisce finalmente leggendo la scheda che chiude il volume, quella di “Eyes Wide Shut”. Qui la struttura in tre atti aristotelica sembrerebbe applicarsi esemplarmente nel percorso realtà/sogno/realtà compiuto dai due coniugi protagonisti. E invece no. Per Curi il vero senso del film è che “resta precluso ogni riparo in una ‘realtà’ che possa essere considerata ‘autentica’ “, ma si tratta di una verità “per conseguire la quale l’apparato sensoriale è del tutto inadeguato” per cui “per ri-conoscere tutto ciò, per vedere questa verità è necessario, insomma, tenere gli occhi ben chiusi”.
Sicuramente Curi gli occhi doveva averli ben chiusi anche altrove, sia chiaro: per esempio quando ha visto un originalissimo “Wittgenstein” di Jarmusch (magari con Bill Murray protagonista che sorseggia un bourbon mentre scrive accidiosamente una pagina delle sue “Ricerche filosofiche”), peccato che il regista del film sia il serioso Derek Jarman, ovvio che ci si diverta di meno. Anche alla proiezione di “Eyes Wide Shut” dev’essersi addormentato beatamente, tanto che così rievoca “la battuta che chiude il film – ogni sogno ‘è sempre anche realtà’ ”, peccato che gli spettatori rimasti svegli, frattanto, ascoltassero ben più prosaiche parole: “C’è una cosa molto importante che noi dobbiamo fare prima possibile” / “Cosa?” / “Scopare”. D’altra parte, dopo la fiammata dello “Schermo del pensiero”, Umberto Curi intitolerà “Ombre delle idee” il suo successivo studio cinefilosofico. Come dargli torto?












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7 December 2009 alle %18:%Dec Vote:
io non ci capisco nulla…
8 December 2009 alle %02:%Dec Vote:
@ ritap
Non ti preoccupare, non ti perdi granché. Tetrapiloctomia per calvi.
@ bandirali e terrone
Hei ragazzi, quando si ricomincia a parlare di cinema Cinema ? Mi avete insegnato un mucchio di cose in passato
Ciao
grazie
15 December 2009 alle %21:%Dec Vote:
Cara Sabina, cosa intendi per “noi”?
Certo, è ovvio che la satira non può essere chiamata in causa e quindi nessuno che si occupi di satira politica o, in generale, di spettacolo; nemmeno tu, evidentemente, quando, appunto, calchi un palcoscenico e puoi, anzi, devi dire tutto quello che vuoi o che pensi.
Io mi chiedo, però, se sia giusto utilizzare tutto il repertorio satirico anche da coloro i quali lo fanno in veste di opinionisti di vario genere o da altri soggetti politici.
In democrazia tutte le opinioni sono ammesse ma, per esserlo, devono restare tali e non essere spacciate per verità assolute.
Mi sembra che molto spesso tutti noi (e quindi anche tu) confondiamo quello che pensiamo con ciò che invece é o potrebbe essere.
Non credo che si possa spiegare altrimenti tutta la fenomenologia Berlusconi.
Quanto poi al ritenere “assolutamente inopportuno che Berlusconi vada in giro in mezzo alla folla a firmare autografi come se fosse un divo del rock” sarebbe come chiedere a te di esprimerti solo attraverso pezzi scritti e non anche recitati che, personalmente, apprezzo molto, anche se, per la verità, più nella forma che nei contenuti.