Il filosofo nel foyer, prima parte
di luca bandirali e enrico terrone
Il filosofo al cinema, che paura. Insomma, magari è un modo per tenerlo occupato, e non fargli fare cose più complicate. “Vai al cinema caro, non preoccuparti ché la spesa la faccio io”. E’ anche un modo per tenerlo lontano dalla politica, per evitare che per qualche accidente ci diventi sindaco di Venezia, europarlamentare o presidente del Senato.
Secondo il modello francese, bisogna distogliere il filosofo portandolo alla partita di calcio (vedi Robert Maggiori su Liberation) o a un’installazione di arte contemporanea dove la fantasia si può sbrigliare senza arrecare danno, ma il cinema è ancora meglio di tutto il resto…due orette al buio, se ne sta lì beato e non disturba. Poi però scrive.
Quello che passa per la testa di un filosofo al cinema è straordinario, c’è gente che per ottenere su di sé un effetto analogo investe grosse cifre in allucinogeni. Ecco perché i saggi brevi con le pensate dei filosofi ora li stampano sui francobolli. Peraltro il pensiero del filosofo si rivela il più delle volte una pensata, vale a dire la parodia di un’idea…dunque un accrocco, uno scherzo.
Ma veniamo al dunque, altrimenti questo testo si depensa (eeeeh!?). Sfogliamo, per fare un esempio, il saggetto del celebrato Slavoj Zizek su Tarkovskij, che comincia con una lunga (e originale, visto che il saggio è su Tarkovskij) dissertazione su Guerre stellari di George Lucas. «La primissima scena di Guerre stellari», scrive Zizek, «è la migliore dimostrazione che la Cosa proviene dal nostro Spazio interiore». Le maiuscole dovrebbero trasformare la banalità in Concetto.
Andiamo avanti: «all’inizio vediamo soltanto il vuoto, lo spazio buio infinito, l’abisso silenzioso e minaccioso dell’universo, cosparso di stelle lucenti che sono dei punti astratti, più che oggetti reali, segni di coordinate spaziali, oggetti virtuali».
Perché oggetti virtuali, Zizek, hai appena detto che sono stelle lucenti…ma andiamo avanti: «poi all’improvviso sentiamo provenire dalle nostre spalle il rumore di un tuono in Dolby stereo, come se provenisse dal nostro intimo, raggiunto più tardi dall’oggetto visivo, la causa di questo suono – una gigantesca astronave, una specie di versione spaziale del Titanic – che fa il suo ingresso trionfale nella cornice della realtà sullo schermo».
Primo problema, abbastanza serio: le navicelle spaziali sono due, non una; quella grande insegue quella piccola (cosa c’entra dunque il Titanic?). Secondo problema: l’abisso sarà pure silenzioso prima che arrivi il Titanic di Zizek, ma la sala invece è sferzata dalla tonitruante sinfonia di John Williams, quindi il “rumore” per noi spettatori è cominciato da un pezzo.
Ricapitolando, vediamo se abbiamo capito la pensata del filosofo, che vede un’astronave invece di due irrompere in un silenzio che è un frastuono, e saltiamo alle conclusioni: «L’oggetto-Cosa è dunque chiaramente rappresentato come una parte di noi stessi che espelliamo nella realtà».
Dobbiamo intendere che l’astronave (quella grossa) è uscita dal corpo del filosofo? Suggestivo ma difficile da dimostrare. Oppure è uscita dalla sua mente, ma non si capisce come facciamo a vederla anche noi. Calma, l’interpretazione dell’oggetto-Cosa non finisce qui: «Questa intrusione dell’enorme Cosa sembra portare sollievo, cancellando l’horror vacui che ci provoca l’osservare il vuoto infinito dell’universo». Non è horror vacui, è proprio tedium: se fosse rimasta fissa l’immagine del cosmo per due ore, gli spettatori avrebbero chiesto indietro i soldi del biglietto. Ma la questione, per Zizek, è ambivalente: «E se invece il vero orrore fosse vedere Qualcosa, l’intrusione di un qualche Reale enorme ed eccessivo, mentre noi ci aspettiamo il nulla?». Interrogativo non privo di fascino per il filosofo, che si predisponeva alle due ore di vuoto cosmico, e invece si ritrova sullo schermo l’ingombro di due astronavi, una delle quali (quella grossa) peraltro prodotta da se stesso.
Ma vi immaginate gli spettatori in coda per il biglietto che bisbigliano carichi di aspettative: “Come sarà questo Guerre stellari? Speriamo in due ore di schermo nero!”, poi arriva lo scettico che fa “Sicuri che non è uno di quei film in cui prima o poi arriva un’astronave?”. Per chi volesse approfondire questi (e altri) quesiti, il libro si intitola “Lacrimae rerum” ed è edito da Scheiwiller e costa 18 euretti. (continua)












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25 November 2009 alle %03:%Nov Vote:
Suona esotica l’idea di un movente per scrivere un libro del genere, se quanto poco poco citato mi dà tanto.
Ancor di più un movente per leggerlo.
Per non parlare del commentarlo dopo averlo letto.
Se di fronte alla critica vedo già nero, come certi filosofi vedono certi squarci di spazio o di cielo, di fronte alla critica della critica veramente mi inchino e applaudo come fronte ad una divinità.
Ringrazio tutti: Bandirali, Terrone, Zizek ma soprattutto Scheiwiller che è il vero redattore di queste pagine.
Di primo acchito mi chiedo: ma si guadagna tanto a fare il critico ? Oppure, quale soddisfazione se ne trae ? Veramente la distanza è diametrale dal mio piccolo mondo, quello dove la critica ad un’opera d’arte ammette solamente due accezioni, entrambe focalizzate sul creatore:
1) se è una mia opera, la critico io in base al grado di espressività complessiva raggiunta rispetto alla relativa aspettativa, ammesso che si possa prescindere dall’estemporaneità. Se un terzo soggetto, un critico, esprimesse una critica, mi aspetterei che applicasse al limite il criterio della Bellezza (filosofica) e quindi il criterio del paragone, non quello della comprensione (io sono qui, sono vivo: mi telefoni e ti spiego tutto);
2) se l’opera non è mia, come per esempio “Guerre stellari”, credo che la critica sia un onere (e direi anche difficile da sopportare) di George Lucas, nei confronti del quale, se volessi dibattere sul significato (una navicella, due navicelli, rumori, vuoti ecc.) posso avere due atteggiamenti: o chiederglielo direttamente (se è ancora vivo, in questo caso pare di si), oppure evitare.
Sono (a proposito poi del “depensare”) vicino all’opinione sulla critica di Carmelo Bene. Come a suo dire, dove i critici esprimono come “Tutori del testo e dell’ordine” ben comprendo, trattandosi di critica sull’estetica, sostenendo che la valutazione grammaticale del linguaggio cinematografico “abbia senso”. Sul resto, dall’inizio alla fine, esotismo. Ma davvero grazie.
http://www.youtube.com/watch?v=eG_SInlaW_U
25 November 2009 alle %15:%Nov Vote:
.. mi sembra di cogliere il messaggio che filosofia e film (o cinema, in geneale) non vadano molto d’accordo..! almeno non nel caso sopra descritto.. o forse è un fenomeno dai contorni molto più generali..? non mi è mai capitato di assistere ad una dissertazione da parte di un filosofo in merito ad un film, ma sempre più spesso capita di vedere delle locandine in cui si dice “a seguito della tal proiezione ci sarà il commento del tal altro filosofo”.. di rado invece si ha la presenza in sala del regista, forse più abile a far comprendere il suo punto di vista e il messaggio che intendeva dare.
può esistere un collegamento tra filosofia e cinema, o meglio il cinema può, in generale, essere visto sotto la lente della filosofia o è bene che i filosofi continuino a crogiolarsi con i classici anassimeme, anassimandro, talete o i più “recenti” heidegger, nieztche, freud, popper.. senza cimentarsi in critiche cinematografiche..?
26 November 2009 alle %02:%Nov Vote:
@ Crisalis
Grazie per il tuo intervento; rispondo alla parte in cui esprimi curiosità sui guadagni del critico. Non è un mistero che la professione accademica e quindi la produzione critica esercitate a un certo livello siano remunerate tanto quanto la prestazione di un qualunque professionista d’altro ambito e di pari grado, quindi è un lavoro che assicura una certa sicurezza economica. Certamente un buon sostegno arriva anche dall’editoria: i diritti d’autore sulle pubblicazioni, pur con il calo di vendite della saggistica di settore, garantiscono un introito annuo importante. In questo senso ci sarebbero anche voci ulteriori di profitto quali il passaggio radiofonico e/o televisivo o la consulenza per un festival, che non costituiscono diciamo la “base” del reddito, ma certamente un cospicuo bonus.
@ Stefania
In questa serie di interventi si ragionerà caso per caso, e con un approccio che (se la titolare del blog me lo consente) non esiterei a definire satirico, con tutto ciò che la retorica di questo nobile genere comporta.
26 November 2009 alle %11:%Nov Vote:
Prima di tutto scusate l’ o.t.
@ Sabina (sperando mi risponda):
Contavo i giorni per venire a rivederti qua a Lecce, felice del fatto che ci potevo arrivare anche a piedi (contrariamente all’anno scorso che son dovuta venire a vederti a pescara in quella sera di pioggia rimbombante sul tetto del pala-qualcosa).
Ma stamattina ho letto sul quotidiano (ebbene sì, leggo pure la stampa locale, disgustata ma la leggo) che la tua serata è stata rimandata al 7 aprile, testuale:
‘… per consentire le ultime riprese ed il montaggio del nuovo film che l’artista realizzando in Abruzzo’.
E’ vero? Quanto c’è di vero? C’è da fidarsi poco del suddetto ‘giornale’ e dell’amministrazione comunale nello specifico, ed il fatto che ti facessero venire nella ‘destrorsa’ lecce già mi aveva meravigliato non poco.
Aspetto dunque di sapere la ‘tua’ verità, che di quella sì, mi fido
Buona giornata a tutti.
26 November 2009 alle %16:%Nov Vote:
Gli operai dell’ALCOA non devono andare davanti al ministero,per protestare.Devono entrare nella sede Rai,durante il TG1 di quel servo di Minzolini e fare un casino nero.Voglio vedere se qualcuno si accorge di loro.Almeno loro sono in 500 operai a manifestare.Io sono solo.Come posso manifestare la mia rabbia?Devo mettermi fuoco con la benzina in Piazza d’italia a Sassari?
27 November 2009 alle %00:%Nov Vote:
@ lucabandirali
Grazie, e felicitazioni !
@ stefania duzzi
Mi permetto di sottolineare, prima ancora che gli esimi redattori intervengano, che il collegamento fra filosofia e cinema esiste necessariamente, proprio come per necessità esiste qualunque relazione che interessi la filosofia, dal momento che la filosofia di base pone domande di senso. In altre parole: se tutto quello che “ha senso” o “può avere senso” è materia della filosofia, allora lo è anche il cinema. Il problema nasce a mio avviso quando il filosofo debba entrare nel “sensazionale” per spiegare un “senso”: allora da filosofo diventa medium esprimendosi in desertificanti intuizioni, proprio come da topic, sfondando la porta del “sensato”, facendo esplodere il detonatore per uccidere nell’ordine: 1) la filosofia, 2) il senso, 3) la critica. Ma per prima la filosofia. E su questo purtroppo ho pochi dubbi ma tanta voglia di averne.
@ Lilly
l’off topic a mio avviso è una pratica molto barbara, ma va ammesso: il topic questo giro era veramente deboluccio
Ciao a tutti
27 November 2009 alle %15:%Nov Vote:
@ Crisalis
E’ vero, la filosofia, attraverso i filosofi, per sua natura ha la peculiarità di “porre domande”, dando un’interpretazione, più o meno condivisibile, dei fenomeni che si appalesano dentro e fuori di noi. Quindi, sotto questo punto di vista (”porre domande”) e riprendendo ciò che hai scritto tu “se tutto quello che “ha senso” o “può avere senso” è materia della filosofia, allora lo è anche il cinema”, ciò che mi “preoccupa” è che le troppe domande e le eccessive risposte che tende a dare il filosofo portino a stressare ed esasperare la visone e la successiva interpretazione del film. Questo accade nel post di cui sopra, dove pur di dare un’interpretazione filosofica del film si esagera e addirittura si “va oltre” dicendo ciò che non c’è..!! In questo senso mi chiedo se alla filosofia si possa “mettere un freno” per non eccedere nell’esasperazione, utilizzando allora utilmente tale disciplina come “chiave di lettura” dei film, oppure se la filosofia (o meglio i filosofi) per sua natura debba essere lasciata libera di vagare e quindi rischiare di “stressare” i concetti e quindi stravolgere il senso dei film.
Ps mi trovavo a sfogliare un bimestrale di informazione cinematografica (Vivi il cinema) e nelle ultime pagine viene proprio segnalato, e a tal proposito lo indico qui, il testo “Filmosofia. I grandi interrogativi della filosofia in 8 film hollywoodiani” di Giovanni Piazza
28 November 2009 alle %00:%Nov Vote:
@ stefania duzzi
Stefania, questo è sicuramente un argomento molto interessante. Magari ora la prendo un po’ da lontano ma poi arrivo subito.
La filosofia è una disciplina che molto spesso si è dimostrata più vicina all’arte che al metodo. Il problema probabilmente è che il filosofo è deontologicamente egocentrico, per cui di fronte all’opera sostiene doverosamente di poter arrivare non già dove non arriva il fruitore, ma addirittura dove neppure sarebbe arrivato l’autore. Questo può anche essere vero: non è detto che Lucas in cuor suo non si sia sbagliato sul numero delle navicelle da rappresentare. Ma il problema secondo me non è il fattore “verità”, quanto più il fattore “realtà”. Allora realmente ci sono astronavi, effetti sonori, cieli stellati, in ordine e numero ben distinti, e se non lo fossero si vedrebbe molto bene senza che un filosofo ce lo debba rammentare. Credo siano molti i cineasti che volutamente si esprimono talvolta per significati indistinguibili (il primo a venirmi in mente è Rossellini), e credo che la bravura del fruitore sia quella di rispettare l’indistinguo. Credo che i critici a tal proposito, non me ne vogliano bandirali e terrone, dovrebbero avere ancor più rispetto per questo indistinguo. Mentre tutti, critici e non, dovremmo soprattutto avere rispetto per l’eventuale “delirio” del filosofo qualora si incentrasse invece in scene ben distinguibili proprio come in Lucas, proprio come nei passaggi sonori di Williams.
Non passo dall’altra parte, non si tratta di disprezzare il lavoro del filosofo. Ma di valorizzare il suo intervento come un opera d’arte a se stante, l’arte della mente e dell’elaborazione della mente, l’arte che nella massima espressione conduce alla pazzia. Di fronte a certi libri, come quello di questo topic, occorrerebbe a mio avviso sorridere e dire un po’ alla luttazzi: “Hey, è un filosofo ragazzi!”, ed esprime arte. Non va preso il suo come un “commento” o come una “recensione”, è qui che secondo me sta l’errore, e non va neppure preso come “critica” altrimenti giustamente i critici si infuriano per sottrazione indebita dell’osso. Perché poi i risultati della filosofia sono devastanti (come dici tu “stressano” i concetti) ed è vero, ma è scelta propria del lettore quella di lasciarsi coinvolgere in tal senso. Un’altra scelta è per esempio quella di evitare il più possibile le recensioni critiche, del qualsivoglia critico o filosofo, operate sulla “sensazione” e sul “senso “anziché semplicemente sul linguaggio, evitare per scoraggiarli entrambi dalla tentazione di pubblicare recensioni che automaticamente risultano sgradevoli proprio perché inconsciamente si impossessano dell’opera recensita facendola loro, finendo che Guerre Stellari diventa un film noir commissionato da Zizek a un tale George Lucas, montato dal duo Bandirali e Terrone. E questo è qualcosa che non va bene e che davvero nessuno vuole.
28 November 2009 alle %13:%Nov Vote:
Scusate l’evidente O.T.
Voi riuscite ad entrare nel forum?
Per Red : ERROR: Could not establish a database connection
Sia con IE che Moz
28 November 2009 alle %15:%Nov Vote:
@ Crisalis
Cirsalis, ti ringrazio per la lunga e puntuale dissertazione..! E’ un utile punto di rilfessione
29 November 2009 alle %15:%Nov Vote:
@Pasquino:
Anch’io non riesco più ad accedere al forum nè con explorer nè con firefox!
E con lo stesso messaggio di errore a video.
@Redazione:
What’s up, cyber-folk?