Riceviamo e volentieri pubblichiamo una lettera di Pino Nicotri
“Dato che sono l’autore del recente libro “Emanuela Orlandi, la verità: dai Lupi Grigi alla Banda della Magliana” (edito da Baldini, Castoldi e Dalai), ho aspettato che la notizia datata 9 marzo delle dimissioni del vescovo John Magee da responsabile della diocesi irlandese di Cloyne venisse seguita da alcune doverose considerazioni. Doverose, perché lampanti e capaci di collocare di diritto la figura di Magee nel contesto del “mistero” della scomparsa nel 1983 della bella sedicenne vaticana Emanuela Orlandi. La notizia è invece durata solo lo spazio di un mattino, relegata al basso rango di quelle della cronaca dei casi di pedofilia – vizio tristemente diffuso anche nel clero irlandese – e perciò lasciata appassire quando invece andrebbe sviluppata. Visto che non lo ha fatto nessuno, passate ormai quasi due settimane lo faccio io.
Magee è stato segretario privato di tre papi, Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II, alias papa Wojtyla. Del quale era il segretario privato anche quando di Emanuela si perde ogni traccia. E mentre Magee ne era il segretario privato, il responsabile dell’Anticamera di Wojtyla era il vescovo pedofilo gay Julius Paetz, mentre il Cappellano di Sua Santità era monsignor Bertani. Paetz verrà promosso in Polonia come vescovo di Poznan, donde però vari anni dopo ne verrà cacciato proprio quando stava ormai per essere promosso primate dell’intera Polonia. A causa del suo vizietto, infatti, il governo polacco pretenderà e otterrà il richiamo di Paetz in Vaticano per evitare l’onta della nomina a capo della Chiesa polacca di un collezionista di denunce per molestie sessuali verso troppi seminaristi. Bertani è invece il prelato che in una intercettazione telefonica della magistratura italiana lo si sente impartire al vice capo della sicurezza vaticana, Raul Bonarelli, l’ordine di mentire ai magistrati italiani che lo avevano convocato per interrogarlo come testimone del caso Orlandi.
Magee, Paetz, Bertani: un bel trio, non c’è che dire! Come si vede, non poca feccia circondava Karol Wojtyla, il papa che con fretta alquanto sospetta si vorrebbe “santo subito!”. Strano che di questa inquietante terna non parli mai per esempio il cardinale Stanisław Dziwisz, segretario particolare di Wojtyla durante tutto il suo pontificato, pur essendo sempre così pronto a riferire ogni maraviglia edificante del suo ex principale. Ma andiamo per ordine.
Magee ha dovuto dimettersi per non avere mosso un dito durante i molti anni nel corso dei quali nella sua diocesi fioccavano gli allarmi e le denunce per episodi di pedofilia di sacerdoti ai danni di bambini e bambine. Nel 1999 a Ferns si suicida il parroco Sean Fortune, accusato di abusi sessuali multipli. E nel 2002 parte l’inchiesta governativa “The Ferns Report”, che come si vede prende il nome proprio dalla località del suicidio del parroco. Nello stesso anno ci sono le dimissioni del vescovo di Ferns, Brendan Comiskey, figura di grande spicco della Chiesa cattolica irlandese: è costretto a uscire di scena quando emerge che pur a conoscenza dei molti abusi perpetrati da preti della sua diocesi non aveva mosso un dito (né più e né meno come è successo un po’ dappertutto, negli Usa, in Australia, in Austria, ecc., e anche in l’Italia per esempio con il caso fiorentino del parroco pedofilo e stupratore Lelio Cantini, ma tralasciamo). Sempre nel 2002, la Chiesa irlandese è costretta a pagare ben 128 milioni di euro per risarcire le vittime, ma le indagini non si fermano. L’apposita commissione governativa dopo tre anni di lavoro ha messo assieme un vero e proprio “libro nero”. Le cifre sono da brivido: l’andazzo pedofilo e annessa omertà clericale duravano da almeno 40 anni, più di 100 i sacerdoti coinvolti, 350 le vittime, con vescovi compiacenti che – as usual – coprivano o al massimo trasferivano i preti, ma solo quelli colti in flagrante. Tant’è che il ministro per l’Infanzia, Brian Lenihan, ha dichiarato quello che in Italia nessun ministro o anche semplice parlamentare avrebbe mai il coraggio di dichiarare: «Il rapporto prova che nessuna azione fu intrapresa per proteggere bambini vulnerabili, per molti anni. Da parte di tutto il governo irlandese condanno nel modo più forte possibile il ripetuto fallimento e la grossolana trascuratezza di chi aveva incarichi di responsabilità nella diocesi».
Se Magee si è comportato così indegnamente nella sua diocesi della lontana Irlanda, perché mai avrebbe dovuto comportarsi meno indegnamente se avesse saputo di mele marce addirittura in Vaticano, cioè nel cuore della Chiesa? E se fosse giunto al suo orecchio qualcosa di compromettente riguardo la fine fatta da Emanuela Orlandi, figlia di un fattorino del papa, con abitazione in Vaticano a meno di 200 metri dal “palazzo apostolico”, perché mai Magee avrebbe dovuto evitare l’omertà che in Vaticano tutti hanno avuto? Il cardinale Silvio Oddi per esempio di cose compromettenti ne sapeva, ma ne ha parlato ai magistrati con ben 10 anni di ritardo, comunque solo in parte, sfumando i ricordi ed evitando accuratamente di fare nomi. Per non parlare del cardinale della segreteria di Stato Giovanni Battista Re, che ha rifiutato l’offerta di monsignor Francesco Salerno di darsi da fare per capire come e perché Emanuela fosse scomparsa. Offerta interessante, quella di Salerno, visto che lui si occupava di finanze vaticane, e quindi aveva contatti ovunque, dalle ambasciate a personaggi contigui alla banda della Magliana. Come per esempio quel don Piero Vergari che celebrò le nozze, il funerale e la sepoltura del boss Enrico De Pedis, “Renatino” per gli amici, addirittura nella basilica di S. Apollinare. Il cui edificio, guarda caso, è la continuazione del palazzo che ospitava la scuola di musica frequentata da Emanuela e proprietà del Vaticano.
E’ grazie alle omertà come quelle dei Magee, Bertani, Oddi, Re, ecc., e alle code di paglia dei Paetz, che si è potuto formare nel cuore del potere della Chiesa, cioè nelle immediate vicinanze dello stesso papa Wojtyla, la gigantesca omertà che ha seppellito Emanuela Orlandi sotto una montagna di menzogne e depistaggi. Il depistaggio infatti c’è stato fin dall’inizio, e la presenza di tutta questa bella gente spiega perché sia stato inaugurato a livelli impensabili. Infatti, assolutamente senza nessun indizio e anzi contro ogni evidenza, papa Wojtyla e il Vaticano in blocco hanno lanciato la tesi, o meglio il depistaggio, di due rapimenti: quello di Emanuela Orlandi e, cosa ancor più grave e incredibile, quello di Mirella Gregori, ragazza romana scomparsa un mese e mezzo prima di Emanuela senza che nessuno mai ne avesse rivendicato il “rapimento”.
Se fino a mezzogiorno di domenica 3 luglio, vale a dire 11 giorni dopo la scomparsa, si poteva sperare che Emanuela Orlandi – se davvero rapita – venisse lasciata libera di tornare a casa, dopo il pubblico appello di Wojtyla ovviamente non lo si poteva sperare più. Le parole pronunciate dal papa quel giorno equivalevano di fatto a una condanna a morte, per giunta reiterata per ben altre sette volte con altrettanti appelli pubblici nelle settimane successive. Dopo la sortita pubblica del papa gli ipotetici rapitori sarebbero stati braccati ovunque e da tutti, senza un attimo di respiro e senza più la possibilità di potersi nascondere ancora a lungo. E’ impossibile credere che nessuno in Vaticano, neppure il pontefice e la Segreteria di Stato, si rendesse conto delle conseguenze di quelle sortite, che costituiscono un caso unico, assolutamente eccezionale, nell’intera storia della Chiesa. Ed è evidente che il motivo per il quale monsignor Re rifiutava l’aiuto di monsignor Salerno poteva essere uno solo: sapeva che era ormai inutile, e che gli appelli del papa erano solo una messinscena. Concludere che Wojtyla e/o la Segreteria di Stato sapessero come in realtà stavano le cose – e cioè che ormai a Emanuela non poteva più essere fatto del male – è sconcertante, ma si tratta di una conclusione supportata in particolare, tra molti altri, da tre elementi, tutti documentati e interni al Vaticano. Il primo è la assoluta mancanza di iniziative per aprire reali canali di comunicazione con i “sequestratori”. Il secondo è la scelta di “lasciare le cose come stanno”, come decise appunto per esempio monsignor R. Il terzo è il muro di bugie e omertà nei confronti della magistratura italiana. Un atteggiamento speculare a quello dei “rapitori”: il Vaticano tace e mente, i “rapitori” non forniranno mai la benché minima prova di avere l’ostaggio.
Il pubblico e reiterato outing di Wojtyla ha innescato un romanzone. L’effetto immediato è stato convincere una nutrita schiera di mitomani, sciacalli e profittatori vari, compreso forse qualche furbacchione della banda della Magliana, a fare ognuno il proprio gioco per cercare di spillare quattrini avvalorando la montatura del “rapimento” prima e dei due “rapimenti” dopo. In seguito, l’effetto è stato anche spingere i servizi segreti dell’Europa comunista ad approfittare dell’occasione per scendere in campo con manovre di vario tipo. Berlino Est puntava a prendere due piccioni con una fava. Il primo era l’Operation Papst, Operazione Papa, commissionata da Mosca per creare diversivi utili ad aiutare i “fratelli” bulgari, che la non disinteressata pubblicistica non solo italiana presentava con insistenza come mandanti dell’attentato al papa per conto del Kgb, i servizi segreti sovietici dell’epoca. Il secondo consisteva nel mettere il più possibile in imbarazzo Wojtyla per indurlo a frenare la sua azione ostinata e decisa, condotta su molti fronti, a favore dei movimenti che in Polonia puntavano a staccare il Paese dall’Unione sovietica e a liberarlo anche dal comunismo. Insomma, una vera e propria battaglia della guerra fredda, esplosa nell’estate più calda della storia italiana.
A un quarto di secolo di distanza, il mistero della scomparsa della giovanissima Emanuela continua a registrare periodiche riesplosioni a base di “rivelazioni”, “certezze” e “supertestimoni” che rivelano immancabilmente il loro vero volto: depistaggi, falsi scoop e false speranze. Per usare le parole altrui, nel mio nuovo libro “Emanuela Orlandi, la verità” ho “passato al setaccio tutti gli elementi della vicenda e il torbido contesto in cui si è svolta, comprese le clamorose bugie del Vaticano, la compiacenza di inquirenti, il pressapochismo dei mass-media e le mene dei servizi segreti della Germania comunista. Il vuoto assoluto di verità nel gioco di specchi tra Vaticano e “rapitori” lascia spazio alle messinscene più varie, fino alle frottole e imprecisioni veicolate dai vari “Novecento” di Pippo Baudo, “Chi l’ha visto?”, ecc.”.
L’ultima bufala in ordine di tempo, vale a dire il “rapimento” di Emanuela realizzato da De Pedis per conto di Marcinkus, si presta molto bene a un rilancio ancora più intrigante e denso di “misteri”, cioè a un altro “Romanzo criminale” arricchito da una tomba da principe della Chiesa per un principe del crimine e dal rilancio in pista di un tipo come Marcinkus. Questi infatti, oltre che responsabile della sicurezza fisica di Wojtyla, era il dominus del limaccioso IOR, la banca del Vaticano causa del crack del Banco Ambrosiano e quindi di fatto anche del “suicidio” del suo grande capo Roberto Calvi. Pur raggiunto da un mai eseguito mandato di cattura della magistratura italiana per il caso Ambrosiano/Calvi, Marcinkus è stato addirittura promosso da Wojtyla governatore del Vaticano. Tirare in ballo l’ormai defunto Marcinkus, una sorta di Giulio Andreotti del Vaticano, è il classico cacio sui maccheroni e la banda della Magliana si presta molto bene a fare la parte dei maccheroni: due piccioni con una fava. Per anni e anni si è voluto avvalorare la pista, chiaramente fasulla, del rapimento di Emanuela fatto eseguire “dai sovietici” ai terroristi turchi dei Lupi Grigi per scambiare la ragazza con la scarcerazione di Alì Agca, il “lupo grigio” che nell’82 aveva sparato a Wojtyla in piena piazza S. Pietro “per incarico dei sovietici”. Ora invece si cerca di chiudere il caso sostituendo a un poveraccio ormai inutile come Agca addirittura un big come monsignor Marcinkus, che presenta il vantaggio di essere defunto e quindi non in grado di difendersi, e agli spelacchiati Lupi Grigi una banda della Magliana in grande spolvero: scomparsa sì da una vita, ma resuscitata e tirata a lucido da romanzi e film di successo con protagonisti di grido come Riccardo Scamarcio. Domani, chissà: forse si tireranno in ballo i cinesi o gli iraniani. In attesa magari dei marziani..
Che strano: nel mio libro indico anche dove – a detta di un mio informatore interno al Vaticano – Emanuela sarebbe morta la sera stessa della scomparsa, vale a dire in Salita Monte del Gallo. Un particolare del quale ho parlato ormai in varie interviste, compresa l’intera puntata andata in onda il 3 marzo del programma di Raitre “Le Storie – Diario italiano”, condotto da Corrado Augias. Eppure tutti fanno finta di nulla. Compresi i familiari e Federica Sciarelli di “Chi l’ha visto?”, che da anni tiene chiusa nei cassetti una mia intervista di oltre un’ora. Eppure per realizzarla mi aveva spedito una piccola troupe capeggiata da Fiore Di Rienzo. “Chi l’ha vista?” l’intervista? E chi l’ha bloccata?”
Pino Nicotri












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16 marzo 2009 alle 9:24 pm Vote:
Articolo bellissimo! veramente bello e inquietante nello stesso tempo. Mi chiedo una cosa: ma il papa polacco, osannato da tutti, visto come un illuminista, un rivoluzionario non ne sapeva niente di tutte queste nefandezze?? due sono le cose: o ne era a conoscenza e allora tanto santo non è oppure non ne sapeva niente e tutto è tranne che santo e rivoluzionario. Certo è che dalla città del vaticano negli anni del marcinkus e del papa polacco partivano 127 cariche di lingotti d’oro che servivano a finanziare il sindacato solidarnosc, visto che alla dogana le macchine con contrassegno e la targa “CDV” non subivano controlli… e questo è quello che si sa. Ma quello che non si sa cos’è? Inquietante.
Un saluto!!