10.000 AC
di Luca Bandirali ed Enrico Terrone
L’accoglienza di “10000 A. C.” da parte dell’opinione pubblica dà la misura della superficialità e della volgarità dell’attuale discorso sul cinema. Le considerazioni sprezzanti con cui il film viene liquidato fanno leva all’incirca su tre argomenti: 1) “10000 A. C.” è un film pieno di incongruenze storiche; 2) “10000 A. C.” è un film tutto “di effetti speciali”; 3) “10000 A. C.” è un film di puro intrattenimento spettacolare con un vuoto spinto di idee. Proviamo a confutarli singolarmente. 1) Il genere a cui fa riferimento “10000 A. C.” non è il film storico, ma una specie di fantascienza alla rovescia: una congettura fantastica che anziché rivolgersi al futuro della civiltà umana, al suo destino, al suo “telos”, si proietta sul suo passato, sulle sue origini, sul suo “epos”. Il genere di riferimento di “10000 A. C.” è il kolossal biblico nel solco de “I dieci comandamenti”, con l’ambizione tuttavia di proporre una genesi della civiltà radicalmente alternativa alla concezione religiosa. In questo senso fa abbastanza ridere che qualcuno lamenti che i primitivi parlino un ottimo inglese, siano ben rasati e addirittura costruiscano le piramidi: l’uso dell’anacronismo e della licenza poetica nella rappresentazione del passato leggendario è un tratto essenziale della nostra cultura, per cui nessuno si stupisce che i dannati danteschi parlino tutti toscano o che nell’Iliade i troiani si esprimano in greco. 2) Ammesso che “10000 A. C.” sia un film “tutto di effetti speciali”, è piuttosto curioso che la troupe si sia trasferita per mesi in Africa e in Nuova Zelanda: che cosa sono andati a fare? A far abbronzare gli attori? In realtà “10000 A. C.” instaura una forte dialettica visiva fra le immagini di sintesi e le riprese dal vero, che non si riduce né al rigido rapporto figura/sfondo di opere come “300” basate esclusivamente sul chroma key, né alla rigida alternanza riprese/animazioni degli “Spiderman”. Nell’estensione orizzontale del cinemascope sottolineata da alcuni sontuosi travelling, gli attori attraversano il paesaggio, lo abitano, vi interagiscono; e l’inserimento delle creature digitali – siano queste più (i mammut) o meno riuscite (la tigre, i gallinacei) – avviene sempre, comunque, in uno spazio concreto. La dialettica fra dato reale e manipolazione tecnologica è riscontrabile anche a livello fotografico, dove al posto della solita patina grigio-azzurra utile a dissimulare gli innesti digitali, troviamo le luci vivide ora del paesaggio innevato ora delle distese desertiche, dove i rossi intensi delle vele delle navi e degli abiti dei sacerdoti risaltano per contrasto in tutta la loro aggressività visiva. 3) Negare la rilevanza ideologica di “10000 A. C.” è una mossa abbastanza sconsiderata, soprattutto da parte di quegli stessi recensori che poi magari si entusiasmano per la “poetica post 11 settembre” delle varie patacche d’autore. Il film di Emmerich è strutturato in conformità ai canoni del racconto di formazione, con un primo atto di presentazione del mondo e del personaggio che termina in corrispondenza dell’attacco al villaggio e del rapimento della ragazza, un secondo atto basato sul viaggio che si conclude (un po’ troppo sbrigativamente, a dire il vero) con la visione della città nemica, e un terzo atto dove ha luogo la resa dei conti definitiva. Al percorso spaziale e narrativo corrisponde lo sviluppo della personalità del protagonista, che si basa più di ogni altra cosa sul riconoscimento della supremazia della dimensione sociale in rapporto alle debolezze del singolo e alle velleità individualistiche. Emblematico in tal senso il dialogo, davvero ben scritto e ben recitato a ulteriore smentita dell’infondatezza di certi pregiudizi, in cui il mentore (l’eccellente Cliff Curtis) spiega al protagonista che l’autentico valore di una persona si può misurare in base all’ampiezza dei cerchi che riesce a disegnare intorno a sé. Su questa concezione collettivista dell’esistenza si innesta un’idea internazionalista della politica, esemplificata dalla sequenza in cui il protagonista raduna le differenti tribù per sfidare l’oppressore, ed esaltata dalla magniloquenza “zimmeriana” del commento musicale; inoltre il film mostra una radicale insofferenza per le sovrastrutture religiose, rivelate come artificio gerontocratico e inganno ideologico in base al quale il potente terrestre si camuffa da onnipotente divino. In questa prospettiva, l’obiezione che si può rivolgere al film è di non essere rimasto del tutto coerente col suo assunto ideologico e formale, cedendo occasionalmente a tentazioni Disney (l’animazione della tigre buona), contraddizioni spiritualiste (gli inserti di montaggio della veggente taumaturga), istanze conciliatorie (la voce narrante del vecchio saggio). Perfettamente in linea, invece, la scelta di un cast privo di divi, che dona ulteriore consistenza a un mondo che davvero sembra esistere per la prima volta.




